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Quando la pena non cancella la persona: da Beccaria a sei biliardini entrati nel carcere di Pavia

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Nel 1764 Cesare Beccaria pubblicava Dei delitti e delle pene e consegnava all’Europa una domanda che, a distanza di oltre due secoli e mezzo, non abbiamo ancora smesso di porci: che cosa deve fare una società di chi ha commesso un reato? Punire certamente, perché alla violazione di una legge corrisponde una responsabilità. Ma fino a che punto la pena può trasformarsi in sofferenza e quando, invece, deve cominciare a guardare anche all’uomo che esiste dietro il reato? Beccaria scriveva che il fine delle pene «non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile». Parole rivoluzionarie per il suo tempo, quando il sistema penale conosceva torture e supplizi che oggi ci appaiono incompatibili con qualsiasi idea di giustizia. Il pensiero di Beccaria appartiene al Settecento e sarebbe scorretto attribuirgli automaticamente i concetti contemporanei di rieducazione e reinserimento sociale. Eppure in quelle pagine si compie un passaggio culturale fondamentale: il colpevole non è un corpo sul quale esercitare vendetta e la pena non può avere come proprio scopo la sofferenza. È da questa prospettiva, e questa è una lettura di chi scrive, che assume un significato particolare ciò che sta accadendo in questi mesi a Pavia. Non perché Aiutiamoci Il Sole ODV abbia dichiarato di ispirarsi a Cesare Beccaria, né perché abbia mai stabilito questo accostamento, ma perché alcuni gesti concreti sembrano riportare, nella quotidianità, a una domanda antica: chi sta scontando una pena smette per questo di appartenere alla società? Sei biliardini sono entrati in questi giorni nel carcere pavese di Torre del Gallo grazie all’associazione guidata da Clara Ravetta. Dopo gli interventi di manutenzione necessari saranno messi a disposizione nelle diverse sezioni dell’istituto. Raccontata così, potrebbe sembrare soltanto una piccola notizia di solidarietà locale: un’associazione recupera degli oggetti, li consegna al carcere e offre qualche momento di svago alle persone detenute. Ma forse vale la pena fermarsi un istante prima di archiviarla come tale. Perché un biliardino è un oggetto semplice, quasi banale. Fuori da un carcere appartiene ai bar, agli oratori, alle sale giochi, alle estati trascorse con gli amici. È fatto per stare insieme. Bisogna essere almeno in due, guardarsi da un lato all’altro del tavolo, rispettare le regole, attendere il proprio momento, vincere, perdere e ricominciare. Dentro un luogo nel quale spazio, tempo e relazioni assumono inevitabilmente un significato diverso, persino un oggetto così comune può diventare un’occasione di socialità. Non cancella la pena, non diminuisce la responsabilità per ciò che è stato commesso e certamente non risolve i grandi problemi del sistema penitenziario. Restituisce però qualcosa che rischiamo qualche volta di dimenticare quando pronunciamo la parola “detenuto”: la dimensione della persona. L’iniziativa non nasce isolata. Durante questa stessa estate Aiutiamoci Il Sole ODV aveva mobilitato la propria rete attraverso “Barattolandia – Rete solidale di Aiutiamoci” per raccogliere ventilatori destinati al carcere pavese durante le settimane segnate dalle temperature più elevate. Ne erano stati donati quattordici. Alcuni apparecchi erano stati destinati anche agli spazi comuni e alle aree dei colloqui con i familiari. Prima il caldo, dunque, adesso il tempo libero e la socialità. Oggetti diversi, bisogni diversi, ma un medesimo filo sembra unirli: guardare oltre il muro. Perché il carcere è fisicamente separato dalla città, ma non dovrebbe diventare un luogo cancellato dalla coscienza della città. Ed è forse questo il punto più interessante dell’esperienza di Barattolandia. Una rete nata intorno alla circolazione e al recupero degli oggetti diventa anche una rete tra persone. Qualcuno possiede qualcosa che non utilizza più, qualcun altro ne individua un possibile nuovo uso e un oggetto attraversa idealmente la città fino ad arrivare dove può ancora servire. Nel caso dei biliardini, quel percorso termina oltre le mura di un istituto penitenziario. Ma forse proprio lì ne comincia un altro. Parlare di umanità della pena non significa dimenticare le vittime dei reati e nemmeno attenuare la responsabilità di chi li ha commessi. Sono due piani che una società matura deve riuscire a tenere insieme: riconoscere il dolore provocato dal reato e pretendere che chi ha sbagliato ne risponda, senza per questo trasformare la condanna nella cancellazione definitiva della persona. Anche perché, nella maggior parte dei casi, chi oggi vive dentro un carcere un giorno ne uscirà. E tornerà nelle nostre città, nei nostri quartieri, nel mondo del lavoro, nelle famiglie, nella società. La domanda, allora, riguarda anche noi: in quali condizioni vogliamo che avvenga quel ritorno? Forse è qui che un biliardino smette di essere soltanto un biliardino. Non perché sei tavoli da gioco possano cambiare da soli il destino di un carcere, ma perché raccontano una scelta: continuare a riconoscere una relazione tra chi è dentro e chi è fuori. Più di duecentosessant’anni fa Beccaria chiedeva alla società di rinunciare all’idea della pena come tormento. Oggi possediamo leggi, principi costituzionali e strumenti che appartengono a un mondo profondamente diverso dal suo. Eppure quella domanda non è diventata vecchia. Ogni epoca è chiamata a decidere quanto spazio lasciare alla punizione e quanto alla possibilità di ricominciare. A Pavia, in questi giorni, sei biliardini hanno attraversato il cancello di un carcere. Sono soltanto sei biliardini. Ma qualche volta sono proprio le cose più semplici a ricordarci le domande più difficili.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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