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Lo smart working ha davvero migliorato la qualità della vita?

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’è stato un tempo in cui la giornata iniziava sempre allo stesso modo: una sveglia all’alba, il traffico, i mezzi pubblici affollati, la ricerca di un parcheggio, il caffè bevuto in fretta prima di entrare in ufficio. Poi è arrivata la pandemia e, nel giro di poche settimane, le case si sono trasformate in uffici, le videoconferenze hanno sostituito le riunioni e il tavolo della cucina è diventato la nuova scrivania. Quella che inizialmente sembrava una soluzione temporanea ha cambiato profondamente il modo di lavorare e, in molti casi, anche il modo di vivere. All’inizio lo smart working è stato accolto con entusiasmo. Niente più ore trascorse in automobile o sui treni pendolari, niente corse contro il tempo per timbrare il cartellino, maggiore libertà nell’organizzare la giornata. Per molti è stato come recuperare una parte della propria vita. Le ore risparmiate negli spostamenti sono diventate tempo da dedicare ai figli, ai genitori anziani, allo sport, alla lettura o semplicemente al riposo. Anche il portafoglio ne ha tratto beneficio, grazie alla riduzione delle spese di trasporto e dei pranzi fuori casa. Ma con il passare dei mesi è emerso che il lavoro da remoto non era soltanto una conquista. Le mura domestiche hanno iniziato a confondersi con la vita professionale. Il computer restava acceso più a lungo, le notifiche arrivavano anche in serata e le email continuavano ad accumularsi. Molti lavoratori hanno avuto la sensazione di non uscire mai davvero dall’ufficio, perché l’ufficio era ormai entrato nelle loro case. Anche i rapporti umani hanno risentito di questo cambiamento. Una videoconferenza permette di discutere un progetto, ma difficilmente può sostituire una conversazione davanti alla macchinetta del caffè o uno scambio di idee nato spontaneamente in corridoio. Le relazioni tra colleghi si sono fatte più fredde e più distanti. Anche le aziende hanno dovuto ripensare il proprio modo di organizzarsi, comprendendo che la produttività non dipende soltanto dalla presenza fisica ma anche dalla fiducia, dalla responsabilità e dalla capacità di lavorare per obiettivi. Oggi è difficile sostenere che lo smart working sia stato soltanto un successo o soltanto un fallimento. Ha migliorato la vita di molte persone, ma ne ha complicata quella di altre. Ha offerto maggiore libertà, ma ha anche imposto una nuova disciplina personale. Ha ridotto gli spostamenti, ma ha aumentato il rischio di sentirsi sempre reperibili. Forse la lezione più importante è che la qualità della vita non dipende dal luogo in cui si lavora, ma dall’equilibrio che si riesce a costruire tra professione, relazioni, salute e tempo libero. Lo smart working è uno strumento e non un fine: può migliorare l’esistenza oppure peggiorarla, a seconda di come viene organizzato. La vera sfida non consiste nello scegliere tra casa e ufficio, ma nel costruire un modello di lavoro che metta davvero al centro la persona, ricordando che lavorare meglio non significa necessariamente lavorare di più, ma vivere con maggiore equilibrio. E forse è proprio questo il traguardo che il mondo del lavoro dovrebbe continuare a inseguire.

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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