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Curare ha ancora un valore?

Medici tra responsabilità, stipendi e rischio giudiziari

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Ogni giorno entriamo in un ospedale con una certezza: desideriamo affidarci a professionisti preparati, capaci di prendere decisioni difficili nei momenti più delicati della nostra vita. Dietro quel camice bianco, però, non c’è soltanto un medico. C’è una persona che ha dedicato oltre un decennio alla formazione, che continua a studiare per tutta la carriera e che porta sulle proprie spalle una responsabilità enorme. Eppure, viene spontaneo chiedersi se questa responsabilità trovi davvero un adeguato riconoscimento economico e professionale. Per diventare medico non basta superare esami di anatomia, fisiologia, farmacologia o chirurgia. Durante il percorso universitario e nella successiva specializzazione vengono affrontate anche discipline come medicina legale, bioetica e deontologia, insieme agli aspetti giuridici dell’attività sanitaria. Fin dall’università gli studenti imparano che ogni scelta clinica deve rispettare il consenso informato, le norme di legge e il Codice deontologico, perché ogni decisione può avere conseguenze non solo sanitarie, ma anche civili, penali e disciplinari. Lo Stato pretende quindi professionisti altamente qualificati e consapevoli delle proprie responsabilità. È una richiesta legittima, ma porta con sé una domanda altrettanto legittima: è coerente affidare un compito tanto delicato senza garantire condizioni economiche e lavorative proporzionate? A tutto questo si aggiunge il peso del contenzioso. Quando un paziente subisce un danno è giusto che possa ottenere un accertamento dei fatti e, se viene riconosciuta una responsabilità professionale, un risarcimento. Allo stesso tempo occorre ricordare che la medicina non è una scienza esatta. Esistono complicanze che possono verificarsi anche quando il personale sanitario segue correttamente le linee guida e i protocolli. Un’infezione post-operatoria, ad esempio, non coincide automaticamente con un errore medico: ogni caso richiede una valutazione tecnica e giuridica. Eppure molti professionisti convivono con il timore di procedimenti lunghi e complessi, con costi assicurativi elevati e con il peso psicologico di dover dimostrare di avere agito correttamente. Nel frattempo gli ospedali devono fare i conti con carenze di personale, turni gravosi e difficoltà nel reperire specialisti. Molti giovani medici scelgono di trasferirsi all’estero, attratti da retribuzioni più elevate e da condizioni di lavoro ritenute migliori. Non si tratta di sostenere che i medici debbano essere sottratti alle proprie responsabilità, né di mettere in secondo piano i diritti dei pazienti. Si tratta piuttosto di riflettere sul valore che la società attribuisce a una professione alla quale affida il bene più prezioso: la salute. Se pretendiamo competenze eccellenti, aggiornamento continuo, disponibilità assoluta e responsabilità enormi, dovremmo domandarci se il riconoscimento economico e professionale sia davvero all’altezza di ciò che chiediamo. Perché difendere la qualità della sanità significa anche mettere chi vi lavora nelle condizioni di esercitare la propria professione con serenità, competenza e dignità.

In merito a uno degli aspetti più delicati di questo tema, quello della responsabilità professionale e del crescente timore del contenzioso, ho chiesto un parere al Prof. Avv. Michele Miccoli, docente universitario di diritto sanitario:

In un sistema sanitario nel quale il medico è chiamato ad assumersi responsabilità civili, penali e deontologiche sempre più rilevanti, quanto incide oggi il timore del contenzioso sul modo di esercitare la professione? E quali conseguenze può avere la cosiddetta medicina difensiva sulla serenità del medico, sul rapporto con il paziente e, più in generale, sulla qualità delle cure?

Allego integralmente il contributo dell’esperto Michele Miccoli:

In foto il Prof. Avv. Michele Miccoli.

«L’evoluzione del concetto di medicina difensiva: un’analisi approfondita

Nell’ambito della sanità, la medicina difensiva ha assunto una rilevanza sempre crescente, delineandosi come un fenomeno complesso e poliedrico che merita un’analisi approfondita. Questo fenomeno, sviluppatosi anche in risposta all’aumento del contenzioso in ambito sanitario, si manifesta attraverso un insieme di pratiche e comportamenti adottati dai professionisti della salute per proteggersi da potenziali azioni legali.

Origini e sviluppo del concetto

La medicina difensiva trova le sue radici nell’emergere di una cultura del timore, nella quale il professionista sanitario avverte una crescente esposizione al rischio di contenzioso. Negli ultimi decenni, l’aumento delle controversie in ambito sanitario ha contribuito a modificare il paradigma clinico, inducendo gli operatori sanitari ad adottare comportamenti maggiormente cautelativi. Questa forma di esercizio professionale può tradursi nel ricorso a un numero maggiore di accertamenti diagnostici, anche quando non strettamente necessari, e a prescrizioni motivate anche dall’esigenza di ridurre il rischio di contestazioni. Tali comportamenti, sebbene spesso dettati dall’intento di tutelare il paziente e il professionista, possono determinare un incremento dei costi sanitari e un sovraccarico del sistema.

Implicazioni etiche e professionali

Il fenomeno della medicina difensiva solleva interrogativi di natura etica e professionale. Da un lato, riflette una legittima esigenza di tutela sul piano professionale e giudiziario; dall’altro, può determinare conseguenze negative sulla qualità dell’assistenza sanitaria. La dilatazione dei tempi necessari per diagnosi e trattamenti, dovuta all’adozione di pratiche difensive, può compromettere l’alleanza terapeutica tra medico e paziente. Inoltre, la medicina difensiva può generare disillusione tra i professionisti della salute, che si trovano a operare in un contesto nel quale la paura del contenzioso rischia di prevalere sull’atto medico in sé. A lungo andare, questo stato di cose può influire negativamente sulla motivazione e sull’empatia, elementi fondamentali per una pratica medica efficace.

Riflessioni sul futuro

Affrontare la questione della medicina difensiva implica non solo comprenderne le origini e le conseguenze, ma anche ricercare soluzioni innovative. Un approccio multidisciplinare, che coinvolga giuristi, medici e professionisti della salute mentale, potrebbe rivelarsi cruciale per ripristinare un equilibrio tra la necessità di protezione legale e la qualità dell’assistenza. In prospettiva, potrebbe essere opportuno implementare sistemi di valutazione del rischio che non si limitino alla mera prevenzione del contenzioso, ma che valorizzino la formazione continua dei professionisti e la promozione di pratiche cliniche basate sulle evidenze scientifiche. Ciò permetterebbe di restituire alla medicina il suo carattere umano e relazionale, essenziale per una cura autentica e significativa. Infine, la medicina difensiva rappresenta un fenomeno complesso che, pur nascendo anche da legittime esigenze di tutela del professionista, deve essere valutato attentamente per le conseguenze che può produrre sulla qualità delle cure. La sfida è trovare un equilibrio tra la necessità di proteggere chi esercita la professione sanitaria e l’essenza stessa dell’atto medico, affinché la salute del paziente rimanga al centro dell’attenzione e della pratica clinica. Questa riflessione invita a considerare quanto sia fondamentale tutelare non soltanto i diritti dei professionisti, ma anche il benessere e la dignità dei pazienti, all’interno di un sistema sanitario che aspiri a essere sempre più giusto e umano.»

 

L’immagine impostata come in evidenza è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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