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Stiamo riscrivendo una nuova geografia: i crolli sulle Dolomiti

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Ci sono montagne che sembrano appartenere a un tempo diverso dal nostro. Le guardiamo da una strada, da un sentiero, dal fondo di una valle e ci sembrano immobili, definitive, quasi eterne. Sono punti di riferimento che impariamo a riconoscere fin da bambini e che finiscono persino sulle carte geografiche come se quella forma, quel profilo, quella parete dovessero rimanere per sempre uguali. E invece, in questi giorni d’agosto, le Dolomiti ci stanno mostrando qualcosa che difficilmente riusciamo a percepire nella nostra breve misura del tempo: anche le montagne cambiano. Sul Monte Pelmo la roccia si stacca, precipita lungo la parete e scompare dentro enormi nuvole di polvere che per qualche istante cancellano una parte del paesaggio. Le immagini sono impressionanti proprio perché rendono visibile in pochi secondi ciò che siamo abituati a immaginare soltanto nell’arco di migliaia o milioni di anni. Una montagna che cambia forma davanti ai nostri occhi. I crolli che si stanno susseguendo sul Pelmo non sono soltanto immagini spettacolari da osservare attraverso lo schermo di un telefono. Raccontano la natura viva delle Dolomiti, montagne attraversate da fratture e continuamente modellate dall’acqua, dal ghiaccio, dalle escursioni termiche, dall’erosione e dalla gravità. Ogni masso che cade è l’ultimo istante di una storia spesso cominciata molto tempo prima, quando una fessura quasi invisibile ha iniziato lentamente ad allargarsi. Ma oggi questa antichissima dinamica naturale incontra un ambiente che sta cambiando rapidamente. Le alte quote alpine si stanno riscaldando e tra i fenomeni osservati con crescente attenzione c’è la degradazione del permafrost, il terreno o la roccia che rimangono a temperature pari o inferiori a zero gradi per almeno due anni consecutivi. Il ghiaccio può occupare anche le fratture delle pareti rocciose e il cambiamento delle condizioni termiche può contribuire a modificarne gli equilibri. Questo non significa poter attribuire automaticamente ogni frana o ogni distacco al cambiamento climatico: per stabilire le cause di un singolo evento servono analisi geologiche specifiche. Significa però che le montagne stanno vivendo la loro naturale trasformazione dentro condizioni climatiche differenti da quelle del passato recente, ed è proprio questo incontro a meritare attenzione. Forse, allora, mentre guardiamo la polvere sollevarsi dal Pelmo, stiamo assistendo anche alla scrittura di una nuova geografia. Non una geografia che cambia da un giorno all’altro cancellando montagne dalle carte, ma un paesaggio che lentamente modifica i propri contorni, perde porzioni di parete, apre nuove fratture e accumula ai piedi delle cime la roccia che un tempo si trovava più in alto. Ciò che per la montagna appartiene alla normalità del tempo geologico, per noi può accadere nell’arco di pochi secondi e diventare improvvisamente visibile. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante e insieme più affascinante delle immagini che arrivano dalle Dolomiti: ci ricordano che la geografia non è qualcosa di definitivamente scritto. Le carte fermano il territorio in un istante, la natura continua a riscriverlo. Il Pelmo resterà il Pelmo, ma il suo profilo non sarà esattamente quello di ieri. E mentre noi continuiamo a chiamare quelle cime con gli stessi nomi, sotto quei nomi la montagna continua silenziosamente a cambiare.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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