di Tiziana Mazzaglia
C’era un momento, nelle estati di qualche anno fa, in cui il caldo sembrava concedere una tregua. Arrivava la sera, la temperatura lentamente scendeva e, nelle ore più profonde della notte, giardini, orti e balconi riuscivano finalmente a respirare. Al mattino capitava di trovare sulle foglie quelle piccole gocce d’acqua che siamo abituati a chiamare rugiada. Oggi, durante le ondate di calore più intense, quella tregua sembra sempre più difficile da trovare. Le temperature rimangono elevate anche dopo il tramonto, il terreno conserva il calore accumulato durante il giorno e le piante affrontano una nuova giornata senza essersi realmente riprese dalla precedente. È forse proprio osservando un giardino che ci si accorge di quanto stanno cambiando le nostre estati. Non è soltanto una sensazione. Gli scienziati studiano con crescente attenzione le cosiddette “notti tropicali”, quelle in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi, perché l’aumento delle temperature notturne rappresenta uno degli aspetti più significativi del riscaldamento climatico. E per le piante la notte non è semplicemente l’intervallo fra due giornate di sole. È una fase fondamentale del loro metabolismo. Quando fa molto caldo anche durante le ore notturne, la respirazione vegetale aumenta e la pianta consuma una quantità maggiore degli zuccheri prodotti attraverso la fotosintesi durante il giorno. Se questa condizione si prolunga, il bilancio energetico può diventare sfavorevole: la crescita rallenta, alcune colture possono produrre meno e lo stress provocato dalla scarsità d’acqua diventa ancora più difficile da sopportare. C’è poi un piccolo fenomeno quotidiano che racconta molto bene quello che sta accadendo: la rugiada. Perché si formi, una superficie deve raffreddarsi abbastanza da raggiungere il cosiddetto punto di rugiada, la temperatura alla quale il vapore acqueo presente nell’aria condensa trasformandosi in minuscole goccioline. Temperatura, umidità, vento e nuvolosità determinano quindi se e quanta rugiada comparirà. Quando durante la notte foglie e terreno rimangono molto caldi, le condizioni necessarie alla condensazione possono diventare meno favorevoli. La rugiada non sostituisce certamente la pioggia né un’irrigazione adeguata, ma per alcune piante e in determinati ecosistemi rappresenta comunque un piccolo apporto d’acqua e soprattutto il segnale visibile del raffreddamento notturno. La sua assenza, quindi, può diventare uno dei tanti indizi di notti che non riescono più a disperdere il calore accumulato durante il giorno. Le conseguenze si vedono facilmente. Foglie che si accartocciano, bordi che diventano marroni, fiori che cadono prima del tempo, terriccio che poche ore dopo essere stato bagnato appare nuovamente asciutto. Durante il giorno, inoltre, molte piante reagiscono alle temperature estreme chiudendo gli stomi, minuscole aperture presenti soprattutto sulle foglie attraverso le quali avvengono gli scambi gassosi. È un meccanismo di difesa che limita la perdita d’acqua, ma contemporaneamente riduce l’ingresso dell’anidride carbonica necessaria alla fotosintesi. Se alle giornate torride seguono notti altrettanto calde, lo stress diventa continuo. È questo forse l’aspetto meno raccontato delle grandi ondate di calore: non è soltanto il picco raggiunto dal termometro nel pomeriggio a fare la differenza. Conta anche ciò che succede dopo il tramonto. Una notte fresca permette agli organismi viventi, al terreno e agli ambienti urbani di disperdere parte del calore. Una notte tropicale, invece, trascina una parte di quel calore nella giornata successiva. E quando le notti calde si susseguono, giorno dopo giorno, gli effetti possono accumularsi. Lo percepiamo noi quando dormiamo peggio e ci sentiamo affaticati al mattino, ma in maniera diversa lo sperimenta anche la vegetazione che ci circonda. Guardare le piante, allora, significa anche imparare a leggere il clima attraverso segnali semplicissimi. Una foglia bruciata, una terra che non conserva più l’umidità, un fiore che appassisce troppo rapidamente o quelle goccioline di rugiada che al mattino non troviamo più possono raccontare qualcosa di molto più grande del nostro balcone o del nostro giardino. Raccontano estati nelle quali non è soltanto aumentato il caldo: si è accorciato il tempo concesso alla natura per recuperare. E forse il cambiamento climatico diventa davvero comprensibile proprio così, quando smette di essere soltanto una successione di grafici, medie e record meteorologici e lo ritroviamo davanti ai nostri occhi, sulle foglie di una pianta che aspetta invano il fresco della notte.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
