di Tiziana Mazzaglia
Il dolore è uno dei sintomi più comuni e, allo stesso tempo, uno dei più difficili da affrontare. Può comparire improvvisamente, come segnale di un problema acuto, oppure accompagnare una persona per mesi o anni, fino a compromettere il sonno, il lavoro, le relazioni sociali e la qualità della vita. In questi casi il dolore non è più soltanto un sintomo, ma diventa una vera e propria malattia che richiede un approccio specifico e multidisciplinare. Negli ultimi anni la terapia del dolore ha assunto un ruolo sempre più importante all’interno della medicina moderna. Grazie ai progressi della ricerca e a nuove tecniche farmacologiche e interventistiche, oggi è possibile offrire a molti pazienti percorsi personalizzati, con l’obiettivo non solo di ridurre la sofferenza, ma anche di restituire autonomia e benessere. Per comprendere meglio quali siano le possibilità offerte dalla terapia del dolore, quando è opportuno rivolgersi a uno specialista e quali sono le prospettive per il futuro, ne parliamo con un anestesista esperto in questa disciplina, il dott. Guido Mazzaglia, specializzato anestesia e rianimazione.
Quando il dolore cessa di essere un semplice sintomo e diventa una patologia da trattare con un percorso specialistico di terapia del dolore?
«Il dolore nasce come un importante meccanismo di difesa: ci avverte che qualcosa nell’organismo non sta funzionando correttamente e ci spinge a cercare una soluzione. Nella maggior parte dei casi, una volta risolta la causa, il dolore scompare. L’esempio più semplice è quando banalmente tocchiamo un oggetto molto caldo, l’istinto del corpo è quello di sottrarre la mano proprio per evitare danni e difendersi. Interrompiamo l’interazione che genera danno all’organismo e quindi dolore. Il problema nasce quando questo meccanismo perde la sua funzione protettiva e continua a essere presente anche dopo la guarigione dei tessuti o, più in generale, quando persiste per più di tre mesi. In questa situazione si parla di dolore cronico, una vera e propria malattia riconosciuta a livello internazionale, che può modificare il funzionamento del sistema nervoso e avere un impatto profondo sulla qualità della vita. Non si tratta soltanto di “sentire male”: il dolore cronico può compromettere il sonno, limitare il movimento, influire sull’umore, sulle relazioni sociali e sulla capacità lavorativa. Per questo motivo richiede una valutazione specialistica e un trattamento personalizzato, proprio come qualsiasi altra patologia cronica. È importante sapere che non bisogna aspettare anni prima di chiedere aiuto. Se il dolore persiste nonostante le cure o tende a diventare una presenza costante nella vita quotidiana, è consigliabile rivolgersi a un centro di terapia del dolore.»
Quali sono oggi le principali terapie disponibili, sia farmacologiche sia interventistiche, e per quali tipologie di pazienti risultano maggiormente indicate?
«Oggi disponiamo di molte più possibilità terapeutiche rispetto al passato e uno degli aspetti più importanti è che non esiste una terapia valida per tutti. Il trattamento viene costruito sulla persona, tenendo conto del tipo di dolore, della sua causa, dell’età e delle altre malattie eventualmente presenti. Dal punto di vista farmacologico, possono essere utilizzati vari approcci molecolari: come antinfiammatori, paracetamolo, oppioidi nei casi selezionati e, soprattutto per il dolore neuropatico, farmaci che agiscono sul sistema nervoso, come alcuni antidepressivi o antiepilettici. Questi medicinali non vengono impiegati per curare depressione o epilessia, ma invece hanno dimostrato di ridurre efficacemente alcuni tipi di dolore cronico. Quando i farmaci da soli non sono sufficienti o provocano effetti indesiderati, è possibile ricorrere a tecniche interventistiche mini-invasive. Tra queste troviamo infiltrazioni ecoguidate, blocchi nervosi, radiofrequenza, procedure vertebrali e, nei casi più complessi e selezionati, tecniche di neuromodulazione come la stimolazione del midollo spinale. L’obiettivo non è necessariamente eliminare completamente il dolore, cosa che purtroppo non sempre è possibile, ma ridurlo in modo significativo, migliorando l’autonomia, il sonno, il movimento e la qualità della vita. Spesso il miglior risultato si ottiene combinando più approcci: terapia farmacologica, tecniche interventistiche, fisioterapia, attività fisica e, quando necessario, supporto psicologico.»
Molte persone convivono con il dolore cronico pensando che sia una condizione inevitabile. Quale messaggio si sente di rivolgere a chi soffre da tempo ma non si è ancora rivolto a un centro di terapia del dolore?
«Il messaggio più importante è che non bisogna rassegnarsi al dolore. Molte persone convivono con il dolore per mesi o addirittura anni perché pensano che sia una conseguenza inevitabile dell’età, di un intervento chirurgico o di una malattia. In realtà, nella maggior parte dei casi esistono strategie in grado di migliorare sensibilmente la situazione, anche quando non è possibile eliminare completamente la causa del dolore. Rivolgersi a un centro di terapia del dolore non significa necessariamente assumere farmaci potenti o sottoporsi a procedure invasive. Significa, prima di tutto, ricevere una diagnosi accurata e costruire insieme allo specialista un percorso terapeutico personalizzato, con l’obiettivo di recuperare autonomia e qualità della vita. Oggi sappiamo che intervenire precocemente è fondamentale: più il dolore viene trascurato, maggiore è il rischio che il sistema nervoso si “abitui” a trasmetterlo, rendendolo più difficile da controllare. Per questo motivo chiedere una valutazione specialistica non rappresenta l’ultima possibilità, ma spesso la scelta migliore per evitare che il dolore diventi sempre più invalidante. In definitiva, il dolore cronico non deve essere considerato un destino da sopportare, ma una malattia che merita di essere riconosciuta, compresa e trattata con gli strumenti che la medicina moderna mette oggi a disposizione.»
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