di Tiziana Mazzaglia
Ci sono immagini che sembrano raccontare in pochi secondi tutto ciò che non avremmo voluto vedere. Un tratto di mare ripreso dall’alto, una nave quasi inghiottita dall’acqua e, intorno, qualcosa di scuro che si allarga sulla superficie. È petrolio. E mentre il mondo continua a fare i conti con guerre, cambiamenti climatici, temperature sempre più elevate ed ecosistemi sotto pressione, dal Mar Arabico arriva l’ennesima ferita ambientale. Come se non bastasse. È successo al largo dell’Oman, dove la petroliera Caroline Bezengi, lunga circa 247 metri e associata alla cosiddetta “flotta ombra” utilizzata per trasportare petrolio russo, è rimasta coinvolta in un grave incidente. La nave trasportava circa 130 mila tonnellate di greggio, una quantità equivalente a quasi 800 mila barili. Un numero impressionante che, però, va spiegato correttamente: non significa che 800 mila barili siano finiti in mare. È la quantità che la petroliera trasportava e, al momento, non è ancora possibile stabilire con certezza quanto petrolio sia effettivamente fuoriuscito. Ma quello che sappiamo è già sufficiente per destare forte preoccupazione. La Caroline Bezengi, dopo un’esplosione avvenuta all’inizio di giugno per cause non ancora chiarite, è rimasta alla deriva fino ad arenarsi il 30 giugno nei pressi dell’isola di Qabiliyah, nell’arcipelago delle Hallaniyat. Oggi è parzialmente sommersa e le immagini aeree mostrano chiaramente le tracce scure del petrolio intorno all’imbarcazione. La contaminazione, nel frattempo, si è spostata. Le osservazioni satellitari hanno documentato un fenomeno in rapida evoluzione e le stime diffuse nei giorni scorsi hanno indicato un’area associata allo sversamento che avrebbe raggiunto dimensioni nell’ordine delle migliaia di chilometri quadrati. Il petrolio ha inoltre raggiunto le spiagge di Ras Madrakah, sulla costa dell’Oman, a più di 200 chilometri dal luogo dell’incidente, mentre correnti e venti potrebbero continuare a trasportarlo verso nord, in direzione dell’isola di Masirah. Ed è proprio qui che una notizia di cronaca internazionale diventa una storia che riguarda la scienza e, indirettamente, tutti noi. Perché quando il petrolio entra in mare non rimane semplicemente a galleggiare in superficie aspettando di essere raccolto. Comincia un viaggio molto più complesso. Una parte delle sostanze più volatili evapora, una parte viene frammentata dalle onde in minuscole goccioline, altre componenti possono disperdersi nella colonna d’acqua. Il greggio può mescolarsi con l’acqua formando emulsioni, legarsi alle particelle sospese e, lentamente, raggiungere anche i sedimenti. Quella macchia nera che vediamo nelle fotografie, quindi, è soltanto la parte più evidente di qualcosa che può continuare a esistere anche quando il mare, visto dall’alto, sembra essere tornato pulito. È questo uno degli aspetti più insidiosi delle maree nere. Alcuni degli idrocarburi presenti nel petrolio possono risultare tossici per gli organismi marini e gli effetti non sono uguali per tutte le specie né in tutte le fasi della vita. Uova e larve di pesci e invertebrati sono particolarmente vulnerabili. Gli animali possono entrare in contatto con gli idrocarburi attraverso le branchie, la superficie corporea o l’alimentazione. Negli uccelli marini il petrolio può impregnare le piume, compromettendone l’impermeabilità e la capacità di conservare il calore corporeo. I mammiferi marini possono invece essere esposti attraverso il contatto diretto, l’inalazione dei composti presenti sulla superficie e l’ingestione di prede contaminate. E il luogo nel quale tutto questo sta accadendo rende la vicenda ancora più delicata. Le acque delle Hallaniyat custodiscono un patrimonio di biodiversità straordinario: barriere coralline, praterie marine, tartarughe, uccelli migratori e una popolazione rarissima di megattere del Mar Arabico. In un ecosistema ogni organismo è collegato agli altri. Il plancton viene mangiato da organismi più grandi, i piccoli pesci diventano prede di altri pesci, questi ultimi possono essere mangiati da uccelli o mammiferi marini. Per questo una contaminazione non riguarda soltanto ciò che viene direttamente ricoperto dalla chiazza oleosa: può coinvolgere progressivamente diversi livelli della rete alimentare. Poi il petrolio arriva sulla spiaggia. Ed è un altro momento critico. In mare una parte può essere contenuta attraverso barriere galleggianti e recuperata con mezzi specializzati; quando raggiunge la costa può invece infiltrarsi nella sabbia, penetrare nei sedimenti, depositarsi tra le rocce e raggiungere habitat estremamente difficili da ripulire. Eliminare ciò che si vede non significa necessariamente eliminare ciò che rimane nell’ambiente. La storia dei grandi sversamenti petroliferi insegna che alcune componenti possono persistere a lungo e che per comprendere davvero il danno sono necessari controlli scientifici protratti nel tempo. Acqua, sedimenti, pesci, molluschi, uccelli e mammiferi marini dovranno essere osservati e analizzati anche dopo la conclusione dell’emergenza. Nel frattempo è iniziata una complessa operazione internazionale di recupero. Tecnici specializzati sono riusciti a salire sulla petroliera e sono stati mobilitati mezzi navali, aeromobili e grandi quantità di attrezzature per cercare di stabilizzare la nave, contenere le perdite e soprattutto recuperare il greggio che si trova ancora nei serbatoi. A complicare tutto c’è il Khareef, il monsone che in questo periodo interessa la regione del Dhofar: onde, vento e correnti rendono più difficili sia le operazioni intorno alla nave sia la previsione degli spostamenti del petrolio. Ma questa storia non riguarda soltanto balene, tartarughe o spiagge lontane migliaia di chilometri da noi. Quando viene colpito un ecosistema marino vengono coinvolte anche le persone che da quel mare dipendono. La pesca deve essere controllata, i prodotti ittici devono essere analizzati, alcune zone possono richiedere limitazioni temporanee e le comunità costiere rischiano conseguenze economiche che possono continuare molto dopo la scomparsa delle immagini dell’emergenza dai giornali. C’è infine un’altra domanda che questa petroliera porta con sé. La Caroline Bezengi viene indicata come appartenente alla cosiddetta “flotta ombra”, quell’insieme di navi utilizzate per trasportare petrolio russo aggirando o rendendo più difficile l’applicazione delle sanzioni internazionali. Molte di queste imbarcazioni sollevano interrogativi legati all’età, alla manutenzione, alla proprietà e alle coperture assicurative. Questioni che potrebbero sembrare esclusivamente geopolitiche o commerciali, fino al giorno in cui una petroliera carica di centinaia di migliaia di barili ha un incidente. A quel punto diventano anche questioni ambientali. Perché qualcuno dovrà intervenire, qualcuno dovrà pagare la bonifica e qualcuno dovrà continuare per anni a controllare ciò che è accaduto sotto la superficie. Oggi l’obiettivo immediato è fermare le perdite, mettere in sicurezza la Caroline Bezengi, recuperare quanto più greggio possibile e impedire che la contaminazione raggiunga nuove coste. Ma la vera misura di questo disastro probabilmente non la conosceremo domani e nemmeno quando l’ultima chiazza sarà scomparsa dalle immagini satellitari. La conosceremo osservando ciò che accadrà nei mesi e negli anni successivi. Perché il mare ha una straordinaria capacità di rigenerarsi, ma non è infinito e soprattutto non dimentica immediatamente ciò che vi riversiamo. E forse è proprio questo il particolare più inquietante di una marea nera: prima o poi smettiamo di vederla. Non significa che abbia smesso di esserci.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
