di Tiziana Mazzaglia
Ogni volta che si parla di scuola, università o mondo del lavoro, il dibattito torna puntualmente a dividersi in due schieramenti. Da una parte c’è chi invoca il merito come unico criterio di valutazione, sostenendo che debbano emergere i migliori, indipendentemente da tutto il resto. Dall’altra c’è chi pone al centro l’inclusione, ricordando che non tutti partono dalle stesse condizioni e che ignorare le differenze significa, spesso, ampliare le disuguaglianze. Ma siamo davvero sicuri che queste due parole debbano essere considerate incompatibili? In realtà, merito e inclusione non sono avversari. Lo diventano soltanto quando vengono interpretati in modo superficiale. Il merito non dovrebbe significare semplicemente premiare chi ottiene il risultato migliore, ma riconoscere il valore dell’impegno, delle competenze e della crescita personale. L’inclusione, invece, non consiste nell’abbassare gli standard o nel distribuire successi indistintamente, bensì nel rimuovere quegli ostacoli che impediscono a ciascuno di esprimere il proprio potenziale. Immaginiamo due studenti che affrontano lo stesso esame. Uno cresce in una famiglia con libri, sostegno scolastico e possibilità economiche; l’altro vive in un contesto difficile, magari deve lavorare, assistere un familiare o affrontare problemi di salute. Se entrambi raggiungono lo stesso traguardo, il voto racconta solo una parte della loro storia. Secondo l’OCSE, il 63% dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni con almeno un genitore laureato consegue a sua volta una laurea, mentre tra coloro i cui genitori non hanno completato la scuola secondaria superiore la percentuale si ferma al 15%, evidenziando un divario di 48 punti percentuali. Il Rapporto INVALSI mostra inoltre che la dispersione scolastica è scesa dal 12,7% del 2021 a circa l’8,5% nel 2025, ma persistono importanti differenze territoriali e sociali negli apprendimenti. Anche l’UNESCO rileva che l’84% dei Paesi dispone oggi di una definizione ufficiale di educazione inclusiva, pur evidenziando che meno di uno Stato su dieci finanzia in modo realmente efficace politiche capaci di ridurre le disuguaglianze educative. Naturalmente esiste anche il rischio opposto. In nome dell’inclusione, talvolta si finisce per abbassare le aspettative. Ma una società che rinuncia a valorizzare l’impegno e le competenze non costruisce uguaglianza: costruisce mediocrità. Lo stesso principio vale nel mondo del lavoro, dove sempre più aziende cercano di ampliare il bacino dei talenti eliminando discriminazioni senza rinunciare alla valutazione delle competenze. Forse la vera domanda non è se merito e inclusione possano convivere, ma se possiamo davvero parlare di meritocrazia quando il punto di partenza continua a essere così diverso da persona a persona. Una società giusta non premia semplicemente chi arriva primo, ma si chiede anche se tutti abbiano avuto la possibilità di correre la stessa gara. Solo quando le opportunità sono realmente accessibili e il merito viene valutato con serietà e trasparenza, inclusione e meritocrazia cessano di essere due parole in conflitto e diventano i due pilastri di una democrazia capace di valorizzare ogni persona senza rinunciare all’eccellenza.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
