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Quando ogni ingranaggio diventa parte della cura

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Perché non immaginare un ospedale come un grande orologio? del quale vediamo le lancette muoversi senza soffermarci quasi mai sulla complessità del meccanismo che permette loro di avanzare. Dietro quel movimento lavorano contemporaneamente ruote, molle e ingranaggi differenti, ciascuno con una propria funzione e ciascuno necessario al funzionamento dell’insieme. All’interno di un ospedale accade qualcosa di molto simile, perché medici, infermieri, operatori sociosanitari, tecnici, personale amministrativo, addetti ai servizi e al trasporto dei pazienti svolgono mansioni diverse e hanno responsabilità differenti, ma partecipano tutti a un unico e complesso percorso che ha al centro la cura della persona. Quando pensiamo a un ospedale, la nostra attenzione si concentra inevitabilmente sui medici, sugli interventi chirurgici, sulle diagnosi, sulle terapie e sulle apparecchiature sempre più sofisticate che la medicina mette a disposizione. La qualità dell’assistenza, tuttavia, si costruisce attraverso una successione molto più ampia di azioni e comportamenti, alcuni dei quali richiedono anni di studio e competenze scientifiche altamente specialistiche, mentre altri possono apparire semplici gesti quotidiani. Quando il destinatario è una persona malata, impaurita o in una condizione di particolare vulnerabilità, anche ciò che potrebbe sembrare marginale assume però un significato diverso. Ci sono medici capaci di coniugare una grande preparazione professionale con l’empatia, mantenendo il rigore necessario al proprio ruolo senza perdere la capacità di vedere, oltre alla patologia, la persona che hanno davanti. Allo stesso modo, ci sono infermieri e operatori che attraverso una parola pronunciata con attenzione, uno sguardo o un gesto gentile riescono a rendere meno difficile una giornata trascorsa in ospedale. È una dimensione della cura che non compare nella cartella clinica e non può essere misurata attraverso un esame diagnostico, ma che spesso rimane a lungo nella memoria del paziente. Accanto alle figure professionali alle quali associamo immediatamente l’idea della cura, esistono però molti altri ingranaggi di questo grande meccanismo, ai quali prestiamo meno attenzione e che, proprio come accade in un orologio, non per questo possono essere considerati meno importanti. Tra questi rientra il personale che si occupa del trasporto dei pazienti all’interno della struttura ospedaliera e, in particolare, dell’accompagnamento dalla camera alla sala operatoria. Per chi svolge quotidianamente questo lavoro, quel percorso può comprensibilmente diventare uno dei numerosi trasferimenti effettuati durante il turno, mentre per la persona distesa sul letto può coincidere con uno dei momenti emotivamente più delicati dell’intera esperienza ospedaliera. Chi viene accompagnato verso una sala operatoria può essere preoccupato per l’intervento, per l’anestesia, per ciò che accadrà durante l’operazione e per quello che lo attenderà al risveglio. Si trova inoltre in una condizione nella quale deve necessariamente affidarsi agli altri, ed è proprio questa consapevolezza a rendere importante anche il modo in cui viene accompagnato. La conduzione del letto, per esempio, non dovrebbe essere considerata soltanto uno spostamento materiale da un reparto a un altro. Muoverlo con cautela, affrontare i corridoi e le curve con attenzione e tenere conto delle condizioni della persona che vi è distesa sono comportamenti che fanno parte della qualità complessiva dell’assistenza. Anche la relazione, per quanto breve, può avere un peso significativo. Per chi accompagna quotidianamente molti pazienti è comprensibile che il trasferimento diventi un gesto abituale, mentre per chi viene trasportato quella stessa situazione è tutt’altro che ordinaria. Restituire centralità alla persona non significa pretendere dagli operatori lunghe conversazioni, rassicurazioni forzate o atteggiamenti che non appartengono al loro ruolo professionale. Può essere sufficiente rivolgere lo sguardo al paziente, chiedergli come si sente, accertarsi che sia comodo o pronunciare poche parole con un tono rassicurante. Sono gesti che richiedono pochissimo tempo e che non modificano l’organizzazione del lavoro, ma possono cambiare profondamente il modo in cui una persona vive quel tragitto. Proprio per questo sarebbe utile considerare la formazione del personale ospedaliero non soltanto sotto il profilo delle competenze tecniche, delle procedure e della sicurezza, ma anche sotto quello della comunicazione e della relazione con il paziente. L’umanizzazione delle cure, infatti, non dovrebbe essere affidata esclusivamente alla sensibilità personale del singolo medico o infermiere, né dovrebbe riguardare soltanto alcune professioni sanitarie, perché dovrebbe rappresentare una cultura condivisa da tutte le persone che, con ruoli diversi, entrano in contatto con il paziente. La cura, del resto, non comincia nel momento in cui il chirurgo prende in mano il bisturi e non termina quando lo posa. Inizia molto prima e continua molto dopo, passando attraverso la diagnosi, la terapia, la preparazione scientifica, la sicurezza e la tecnologia, ma anche attraverso il modo in cui si entra in una stanza, si pronuncia il nome di una persona, si risponde a una domanda, si sistema un cuscino o si accompagna qualcuno lungo un corridoio. La medicina contemporanea dispone di strumenti e possibilità terapeutiche che soltanto pochi decenni fa sarebbero sembrati impensabili e il progresso tecnologico ha trasformato profondamente la capacità di diagnosticare e curare numerose patologie. Proprio mentre la medicina diventa sempre più tecnologica, tuttavia, acquista ancora maggiore importanza ciò che nessuna apparecchiatura potrà sostituire: la capacità di riconoscere nell’individuo che viene assistito una persona e di farla sentire tale anche nel momento in cui la malattia la rende più fragile. Pensare all’ospedale come a un grande orologio significa allora riconoscere il valore di tutte le persone che ogni giorno contribuiscono al suo funzionamento attraverso migliaia di azioni diverse, alcune altamente specialistiche e altre apparentemente semplici, ma tutte inserite nello stesso percorso. In un orologio ogni ingranaggio deve muoversi in armonia con gli altri affinché le lancette possano continuare a segnare il tempo; in un ospedale quella stessa armonia organizzativa ha una responsabilità ancora più grande, perché dall’altra parte di ogni competenza, di ogni procedura e anche del più piccolo gesto quotidiano non c’è un meccanismo da far funzionare, ma un essere umano da curare. È probabilmente proprio nella capacità di conservare questa consapevolezza, dal momento dell’ingresso fino all’ultimo passaggio del percorso assistenziale, che si riconosce una sanità capace di essere non soltanto efficiente e professionalmente competente, ma anche autenticamente umana.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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