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La medicina naturale cancellata da Rockefeller

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’è stato un tempo in cui entrare nello studio di un medico significava trovarsi davanti a una medicina molto diversa da quella che conosciamo oggi. Siamo negli Stati Uniti della seconda metà dell’Ottocento: nei diversi territori convivono medici con formazioni differenti, omeopati, eclettici, terapeuti che utilizzano preparazioni vegetali e minerali, professionisti che attribuiscono grande importanza all’alimentazione e altri ancora che praticano metodi che oggi definiremmo complementari. È un mondo estremamente variegato, affascinante se osservato con gli occhi del presente, ma sarebbe un errore trasformarlo romanticamente nell’età felice della “medicina naturale”. La realtà era molto più dura. Non esistevano gli standard di formazione che pretendiamo oggi da un medico, le scuole erano profondamente diverse tra loro e alcune offrivano una preparazione scientifica e clinica decisamente insufficiente. La medicina stessa disponeva di strumenti terapeutici infinitamente più limitati: malattie oggi curabili potevano significare la morte, gli antibiotici non esistevano, la chirurgia comportava rischi enormi e molte conoscenze che consideriamo elementari erano ancora in costruzione. Poi, all’inizio del Novecento, qualcosa cambia. E proprio in quel cambiamento nasce una storia che, più di un secolo dopo, continua a circolare sui social: quella secondo cui John D. Rockefeller avrebbe contribuito a eliminare la medicina naturale per sostituirla con una medicina fondata sui farmaci. Come spesso accade quando una vicenda storica diventa una narrazione virale, esiste un nucleo di verità, ma intorno a quel nucleo sono cresciute semplificazioni che finiscono per modificare il significato degli avvenimenti. Il momento decisivo arriva nel 1910, quando viene pubblicato il celebre Flexner Report. Abraham Flexner visita e analizza 155 scuole di medicina negli Stati Uniti e in Canada, osservandone programmi, laboratori, criteri di ammissione e formazione clinica. Ma c’è già qui una precisazione fondamentale: il rapporto non viene commissionato da Rockefeller. Flexner conduce l’indagine per la Carnegie Foundation for the Advancement of Teaching. Il quadro che emerge è impietoso. Accanto a istituzioni di eccellenza esistono scuole con requisiti d’ingresso minimi, laboratori insufficienti e una preparazione clinica inadeguata. La direzione indicata dalla riforma è radicale: il medico deve essere formato nell’università, conoscere anatomia, fisiologia, chimica e patologia, frequentare laboratori e ospedali, confrontarsi con il malato e imparare a verificare scientificamente ciò che osserva. Molte scuole non riescono ad adeguarsi e chiudono. Ed è in questa fase che Rockefeller entra realmente nella storia. Attraverso le grandi istituzioni filantropiche legate alla sua famiglia vengono investite somme enormi nella formazione medica e nella ricerca scientifica. Il nuovo modello universitario riceve risorse, costruisce laboratori, rafforza gli ospedali e diventa progressivamente dominante. Parallelamente, molte scuole appartenenti alle tradizioni omeopatiche, eclettiche e ad altri orientamenti terapeutici scompaiono o vengono marginalizzate. È dunque vero che il pluralismo medico dell’Ottocento si restringe profondamente. Ma da questo fatto alla conclusione che Rockefeller abbia orchestrato un piano per cancellare le cure naturali e consegnare la salute all’industria farmaceutica esiste una distanza che le prove storiche disponibili non consentono di colmare. La trasformazione fu molto più complessa: economica, culturale, universitaria e soprattutto scientifica. E produsse anche conseguenze controverse che oggi gli storici della medicina analizzano criticamente, comprese quelle subite dalle scuole che formavano medici afroamericani. Ma c’è un altro elemento che rende particolarmente fragile la contrapposizione tra “medicina naturale” e “medicina farmacologica”. La natura, infatti, non è mai rimasta fuori dalla farmacologia. Una parte importante della storia dei farmaci nasce proprio dall’osservazione di sostanze presenti nel mondo naturale. Ciò che la medicina moderna ha progressivamente cercato di cambiare non è necessariamente l’origine della sostanza, ma il modo con cui se ne stabilisce l’efficacia: identificare un principio attivo, comprenderne il meccanismo, determinarne la dose, misurarne benefici ed effetti indesiderati, confrontarlo con altri trattamenti. In altre parole, la vera linea di separazione non dovrebbe essere tra naturale e artificiale, ma tra ciò che è stato adeguatamente verificato e ciò che ancora non lo è. Anche perché naturale non significa automaticamente innocuo. Una pianta può contenere sostanze biologicamente potentissime, interagire con medicinali, produrre effetti indesiderati o diventare tossica a determinate dosi. Allo stesso modo sarebbe ingenuo raccontare la medicina contemporanea come un sistema interessato esclusivamente a prescrivere farmaci e spegnere sintomi. Alimentazione, attività fisica, sonno, controllo del peso, astensione dal fumo, prevenzione cardiovascolare, vaccinazioni, screening e riduzione dei fattori di rischio sono ormai parti fondamentali della medicina e della sanità pubblica. Persino negli Stati Uniti, all’interno dei National Institutes of Health, esiste un centro dedicato allo studio scientifico degli approcci complementari e della cosiddetta whole person health, la salute della persona considerata nella sua complessità. Alcune pratiche complementari vengono studiate e, quando emergono prove sufficienti, possono trovare uno spazio accanto alla medicina convenzionale. Altre non superano la verifica. Ed è forse proprio qui che la storia iniziata più di un secolo fa diventa straordinariamente attuale. Non dovremmo essere costretti a scegliere ideologicamente tra la compressa e lo stile di vita, tra il laboratorio e la natura, tra la farmacologia e la prevenzione. Un antibiotico necessario non diventa meno necessario perché mangiamo correttamente, così come assumere un farmaco non rende irrilevanti il movimento, il sonno, l’alimentazione o la prevenzione. La domanda da porre, allora, non è se dobbiamo tornare alla medicina di prima di Rockefeller. Sarebbe una domanda storicamente sbagliata e scientificamente pericolosa. La domanda molto più interessante è se, dopo oltre un secolo di straordinario sviluppo della biomedicina, siamo capaci di conservare ciò che quella rivoluzione ci ha consegnato — metodo scientifico, ricerca, diagnosi, farmaci efficaci, chirurgia, prevenzione e tecnologie — recuperando contemporaneamente una visione più ampia della persona. Perché curare una malattia e prendersi cura della salute non sono necessariamente la stessa cosa. E forse la medicina del futuro non dovrà scegliere tra queste due dimensioni: dovrà imparare, sempre più, a tenerle insieme.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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