Home » Da Jane Eyre a Coco Chanel: quando una donna appartiene solo a se stessa

Da Jane Eyre a Coco Chanel: quando una donna appartiene solo a se stessa

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Una donna non è mai esistita, l’altra è esistita così intensamente da trasformare persino il modo in cui le donne avrebbero vestito il proprio corpo. Jane Eyre nasce dalla penna di Charlotte Brontë nel 1847; Gabrielle Chanel nasce povera, quasi mezzo secolo dopo, nel 1883. A separarle ci sono la letteratura e la realtà, l’Inghilterra vittoriana e la Francia del Novecento, Rochester e gli uomini che attraverseranno la vita di Coco, un personaggio costruito sulla pagina e una donna reale la cui biografia contiene anche zone controverse e contraddizioni che non possono essere cancellate dal mito. Eppure, osservandole da lontano, sembra esistere tra loro un filo sottile. Sono due bambine che imparano troppo presto cosa significhi non poter contare sulla protezione che dovrebbe essere naturale nell’infanzia. Jane è orfana, affidata a parenti che non le fanno dimenticare di essere un peso e poi mandata a Lowood, un istituto severo nel quale conosce disciplina, privazioni, malattia e morte. Gabrielle Chanel perde la madre quando ha appena dodici anni e il padre affida lei e le sorelle all’orfanotrofio dell’abbazia di Aubazine, in Corrèze. Anche lì ci sono religiose, regole, austerità, giornate ordinate da una disciplina che lascia poco spazio all’individualità. Le loro storie non sono uguali e non avrebbe senso fingere che lo siano, ma entrambe cominciano in un luogo nel quale l’infanzia sembra finire prima del tempo. E forse proprio lì imparano qualcosa che nessun bambino dovrebbe essere costretto a imparare così presto: quando gli altri non rimangono, bisogna trovare dentro di sé qualcosa che rimanga. Jane lo chiamerà dignità. Coco lo trasformerà in lavoro. Entrambe ne faranno una forma di indipendenza. Per Jane, Lowood è sofferenza ma anche formazione. Studia, cresce, diventa insegnante e quando comprende che quel luogo non può più contenerla cerca un lavoro altrove. Non aspetta un salvatore: mette un annuncio e parte. Prima ancora di incontrare Rochester, Jane ha già compiuto un gesto fondamentale: ha deciso di essere l’autrice della propria vita. Anche Chanel impara presto un mestiere. Sa cucire, lavora, comprende che le proprie mani possono diventare uno strumento di autonomia. Molto più tardi la sua moda verrà raccontata attraverso il lusso, i profumi, le boutique, le perle, il nero e l’eleganza, ma prima di tutto questo c’è una ragazza che lavora. Ed è interessante pensare che dietro una delle donne destinate a diventare simbolo assoluto dello stile ci sia stata una bambina cresciuta nell’austerità di un’abbazia. Alcuni biografi hanno cercato proprio ad Aubazine le radici di elementi che ritorneranno nell’estetica Chanel: la sobrietà, il bianco e nero, le linee essenziali, il rifiuto dell’ornamento eccessivo. È difficile stabilire quanto di questa lettura appartenga alla storia e quanto alla costruzione successiva del mito, anche perché Chanel stessa reinventò più volte il racconto della propria infanzia, quasi volesse riscrivere ciò che non poteva cambiare. Ed è forse anche questo un punto interessante: ci sono persone che trascorrono una parte della vita tentando di dare una forma diversa alle proprie origini. Jane lo fa attraverso la parola e la scelta morale; Coco attraverso la materia, il tessuto, il taglio, la costruzione di un’immagine. Entrambe conoscono poi l’amore, e proprio qui il parallelismo diventa ancora più delicato. Jane Eyre non è affatto una donna incapace di abbandonarsi ai sentimenti. Ama Rochester con una forza che rischia di travolgerla. Quando scopre, nel giorno delle nozze, che lui è già sposato e che Bertha Mason è ancora viva, la tentazione di rimanere esiste. Jane potrebbe accettare una felicità imperfetta, clandestina, moralmente incompatibile con ciò in cui crede. Potrebbe convincersi che l’amore giustifica tutto. Ma è proprio allora che emerge la sua parte più forte. «Posso vivere sola, se il rispetto di me stessa e le circostanze lo richiedono. Non ho bisogno di vendere la mia anima per comprare la felicità». E poi quella straordinaria immagine della ragione che «siede salda e tiene le redini». Jane non se ne va perché non ama abbastanza. Se ne va perché ama senza essere disposta a scomparire. È questa la differenza. Anche nella vita di Gabrielle Chanel ci fu un uomo che occupò un posto particolare: Arthur “Boy” Capel, uomo d’affari inglese, giocatore di polo, figura decisiva anche nella fase iniziale della sua attività. Fu una relazione importante e complessa. Capel sostenne economicamente alcuni dei primi passi professionali di Chanel, ma il loro rapporto non si trasformò nel matrimonio che forse lei avrebbe desiderato; lui sposò un’altra donna. Coco continuò comunque ad avere con lui un legame fino a quando, nel dicembre del 1919, Capel morì in un incidente automobilistico. Chanel aveva trentasei anni. La perdita la colpì profondamente. Alla sua figura è stata attribuita una frase diventata celebre, secondo cui con la morte di Capel avrebbe perso tutto, ma quando una frase attraversa biografie, ricordi e ricostruzioni successive è necessario trattarla con prudenza e non trasformarla automaticamente in una dichiarazione documentata parola per parola. Il fatto, invece, resta: la morte di Boy Capel rappresentò uno dei grandi dolori della sua vita. Ed è qui che Jane e Coco sembrano incontrarsi di nuovo, non perché vivano lo stesso amore e nemmeno perché reagiscano nello stesso modo, ma perché nessuna delle due permette alla perdita amorosa di diventare la fine della propria esistenza. Jane fugge da Thornfield quasi senza nulla e deve ricominciare. Coco, dopo la morte di Capel, continua. E continuare, quando si è profondamente feriti, è talvolta la forma meno spettacolare e più concreta del coraggio. Chanel lavora. Lavora moltissimo. Allarga la propria attività, costruisce un nome, trasforma un mestiere in un linguaggio e quel linguaggio in un’impresa. La sua rivoluzione non consiste soltanto nell’aver creato abiti belli. Contribuisce a liberare il corpo femminile da strutture che lo costringevano, porta nella moda tessuti e forme legati alla praticità, rende desiderabile una semplicità che fino a quel momento non coincideva necessariamente con il lusso. Il jersey, le linee più morbide, i pantaloni indossati dalle donne, la petite robe noire, l’idea stessa di un’eleganza che permettesse di muoversi: dietro quelle scelte si può leggere anche una concezione diversa della donna. Una donna non soltanto guardata, ma una donna che cammina, lavora, decide, occupa spazio. Coco Chanel non fu naturalmente un personaggio senza ombre. La sua vita adulta comprende aspetti controversi, soprattutto negli anni dell’occupazione tedesca della Francia, e raccontarla seriamente significa non trasformarla in una santa laica dell’emancipazione. Ma riconoscere le contraddizioni di una persona non impedisce di osservare ciò che la sua vicenda dice sul rapporto fra fragilità e costruzione di sé. Anzi, forse rende il confronto con Jane ancora più interessante. Jane Eyre può incarnare un principio morale con la coerenza che la letteratura concede ai propri personaggi; Coco appartiene alla storia, e la storia rende gli esseri umani molto più difficili da racchiudere nelle categorie del bene e del male, della forza e della debolezza. C’è però un elemento che ritorna ostinatamente in entrambe: il lavoro. Jane lavora per essere indipendente. Non vuole essere mantenuta, non vuole appartenere economicamente a un uomo e persino quando la sua condizione cambia conserva un fortissimo senso della propria autonomia. Coco costruisce attraverso il lavoro la possibilità concreta di non dipendere da nessuno. Forse è proprio qui che la loro caparbietà diventa qualcosa di più di un tratto caratteriale. Il lavoro non è soltanto successo. È struttura. È il luogo nel quale ricomporre ciò che la vita ha disordinato. È una risposta al vuoto. È la possibilità di svegliarsi la mattina e sapere che esiste ancora qualcosa da fare anche quando qualcosa o qualcuno che amavamo non esiste più. Ma sarebbe troppo semplice raccontare Jane e Coco come due donne che non hanno avuto bisogno degli altri. Ne hanno avuto bisogno. Hanno desiderato amore, riconoscimento, appartenenza. Sono state ferite proprio perché hanno amato. La forza non nasce dall’assenza di bisogno. Nasce forse dalla capacità di non trasformare quel bisogno in una resa. Ed è qui che la frase di Jane Eyre diventa la chiave attraverso cui leggere entrambe: «Posso vivere sola». Non significa “voglio vivere sola”. Non significa “non ho bisogno di nessuno”. Significa: se per non essere sola devo rinunciare a ciò che sono, allora posso sopportare la solitudine. È una differenza enorme. Coco non pronuncia la stessa dichiarazione, ma la sua vita sembra continuamente costruita intorno alla necessità di non consegnare definitivamente a qualcun altro le chiavi della propria esistenza. Forse perché l’abbandono, quando arriva nell’infanzia, lascia una memoria particolare: insegna che le persone possono andarsene. È una lezione durissima e non necessariamente produce forza; può produrre paura, diffidenza, bisogno disperato di essere amati. Ma in alcune vite quella ferita diventa anche una spinta feroce verso l’autonomia. Jane e Coco sembrano appartenere, ciascuna nel proprio universo, a questa seconda possibilità. Ed è allora che il loro punto d’incontro più profondo non è la solitudine, ma ciò che riescono a farne. Non la celebrano e non ne escono indenni. Essere forti non significa non essere feriti. Significa che la ferita non ottiene il diritto di decidere tutto ciò che diventeremo. Jane possiede la sua ragione che «siede salda e tiene le redini». Coco possiede il lavoro, la disciplina, l’ambizione quasi feroce di continuare a creare. Una difende il proprio mondo interiore; l’altra costruisce un impero nel mondo reale. Entrambe sembrano ricordarci che esiste un ultimo luogo dal quale una donna non dovrebbe mai essere abbandonata: se stessa. Forse è questo che rende le loro storie ancora capaci di parlarci. Viviamo in un tempo nel quale siamo continuamente invitati a cercare qualcuno che ci completi, qualcuno che ci scelga, qualcuno che resti. Ma Jane Eyre e Coco Chanel suggeriscono, da due mondi lontanissimi, una domanda diversa: che cosa rimane di noi quando quella persona non resta? È lì che comincia il rapporto più lungo della nostra vita. Possiamo essere amati moltissimo e tuttavia perderci. Possiamo essere circondati da persone e sentirci soli. Possiamo cercare per anni negli altri la conferma di avere valore. Ma gli altri possono amarci, accompagnarci, sostenerci e persino cambiarci la vita senza poter sostituire completamente il rapporto che abbiamo con noi stessi. Jane e Coco non sono allora due donne che hanno scelto di non amare. Sono due donne che hanno amato, sono state ferite e hanno continuato. E forse è proprio questa la parte più bella del loro incontro impossibile. Una continua a tenere le redini. L’altra continua a lavorare. Nessuna delle due permette alla propria ferita di avere l’ultima parola. Perché quando gli altri se ne vanno, quando un amore finisce, quando la vita sottrae ciò che sembrava indispensabile, resta una persona con la quale dovremo comunque continuare il viaggio: noi stessi. E imparare ad amare quella persona non significa rinunciare agli altri. Significa non abbandonarla mai più.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

Ti potrebbe interessare anche