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San Francesco, il santo che i giovani non conoscono più: forse siamo noi a dover cambiare il modo di raccontarlo

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Oggi, 4 ottobre, l’Italia celebra San Francesco d’Assisi, patrono del nostro Paese. È uno dei santi più conosciuti al mondo, o almeno così siamo abituati a pensare. Il suo nome attraversa la storia, la letteratura, l’arte e la religione. Le sue statue sono nelle chiese e nelle piazze, Assisi accoglie ogni anno pellegrini e visitatori provenienti da ogni parte del mondo e l’Umbria conserva ovunque le tracce del suo passaggio. Francesco è stato raccontato nei libri, nei dipinti, nelle poesie, nei documentari e nel cinema. Eppure basta entrare oggi in una classe per scoprire qualcosa che dovrebbe interrogarci: ci sono ragazzi che di San Francesco sanno pochissimo. A volte nulla. Insegnando capita di pronunciare il suo nome e accorgersi che quello che per le generazioni precedenti apparteneva quasi alla cultura comune non può più essere dato per scontato. C’è chi non conosce la sua storia, chi non sa perché abbia abbandonato una vita agiata, chi non conosce il significato della sua scelta di povertà e chi non ha mai sentito parlare del Cantico delle creature. Non è necessariamente disinteresse. Forse è cambiato il modo attraverso il quale i giovani incontrano le storie. Per anni anche il cinema ha contribuito a costruire l’immaginario francescano. Fratello sole, sorella luna di Franco Zeffirelli, del 1972, è diventato per intere generazioni uno dei modi attraverso i quali conoscere Francesco. Ancora oggi viene riproposto in televisione e utilizzato anche in contesti educativi. Ma possiamo davvero pensare che un film di oltre cinquant’anni fa riesca a parlare con la stessa immediatezza a un adolescente cresciuto tra smartphone, video di pochi secondi, social network e nuovi linguaggi musicali? La domanda allora forse non è perché i ragazzi non conoscano più San Francesco. La domanda è un’altra: noi adulti abbiamo trovato il modo giusto per raccontarglielo? Perché, se proviamo a togliere Francesco dalla cornice nella quale per secoli lo abbiamo collocato, emerge la storia di un giovane incredibilmente contemporaneo. Era figlio di un ricco mercante e avrebbe potuto continuare tranquillamente la vita che la famiglia aveva immaginato per lui. Invece entra in crisi, cambia strada, mette in discussione il modello di successo che gli viene proposto. Arriva allo scontro con il padre e sceglie una vita completamente diversa. Detto con il linguaggio di oggi, è un ragazzo che a un certo punto dice: questa vita non è la mia. Ed è proprio Francesco, nel suo Testamento, a raccontare il momento in cui qualcosa dentro di lui cambia: «Il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia», scrive ricordando l’incontro con i lebbrosi. Poco dopo aggiunge che ciò che prima gli sembrava amaro si trasformò per lui «in dolcezza di anima e di corpo». Sono parole scritte otto secoli fa, eppure descrivono qualcosa che un ragazzo di oggi può comprendere: l’incontro con l’altro può cambiare il nostro modo di guardare il mondo. I lebbrosi erano gli esclusi del suo tempo. Francesco va verso di loro. Si avvicina a chi provoca paura, a chi viene tenuto lontano, a chi è considerato diverso. In un’epoca nella quale parliamo continuamente di inclusione, emarginazione, bullismo, solitudine e paura della diversità, quanto potrebbe essere attuale questo Francesco? E poi c’è la natura. Nel Cantico delle creature le parole diventano quasi musica: «Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le tue creature». Il sole è «frate sole», la luna diventa «sora luna», l’acqua è «multo utile et humile et pretiosa et casta» e la Terra è nostra sorella e madre: «sora nostra matre terra». Non è soltanto poesia religiosa. È un modo radicalmente diverso di pensare il rapporto tra l’essere umano e ciò che lo circonda. Secoli prima che parole come ambiente, sostenibilità e cambiamento climatico entrassero nel nostro vocabolario quotidiano, Francesco raccontava l’uomo non come padrone assoluto del mondo, ma come parte di qualcosa di più grande. E quanto potrebbe parlare ai ragazzi proprio quel Cantico se smettessimo per un momento di presentarlo soltanto come un testo da analizzare? Il ritmo, le ripetizioni, la forza delle immagini potrebbero persino diventare la base di una canzone contemporanea, di un rap, di un video realizzato dagli studenti. Non per trasformare Francesco in qualcosa che non era, ma per restituire alle sue parole la forza comunicativa che possedevano quando furono pronunciate. C’è poi un’altra frase francescana straordinariamente moderna. Nella Regola non bollata, parlando dei frati che si trovano tra persone di altre fedi, Francesco indica innanzitutto una strada: «non facciano liti né dispute». Prima ancora di convincere l’altro, dunque, viene l’incontro. Francesco vive in un’epoca attraversata dalle guerre e durante la quinta crociata arriva in Egitto, dove incontra il sultano al-Malik al-Kamil. Mentre intorno gli uomini combattono, lui attraversa le linee dello scontro e incontra l’altro. Anche questa non è soltanto una pagina lontana della storia. In un mondo ancora segnato dalle guerre è una domanda rivolta direttamente al nostro presente. Forse allora San Francesco non è troppo antico per i ragazzi. Forse è antico il modo con cui continuiamo a raccontarlo. Si potrebbe provare a portarlo fuori dal libro di testo e persino fuori dalle immagini tradizionali. Raccontarlo attraverso un cortometraggio girato nei luoghi frequentati dagli adolescenti. Immaginare un Francesco con lo zaino sulle spalle che attraversa una periferia e incontra chi vive ai margini. Trasformare alcuni passaggi del Cantico delle creature in musica contemporanea. Perché no, persino in un rap. Utilizzare podcast, video brevi, fotografia, teatro di strada e i linguaggi che appartengono davvero alla quotidianità dei ragazzi. Non significherebbe banalizzare Francesco. Al contrario, significherebbe fare quello che ogni generazione dovrebbe avere il coraggio di fare con i grandi personaggi della storia: restituire loro una voce comprensibile al proprio tempo senza tradirne il pensiero. Del resto Francesco stesso scelse di uscire dai luoghi del potere per andare nelle strade. Parlava alle persone che incontrava, utilizzava parole semplici, osservava gli animali, ascoltava la natura, cercava gli uomini e le donne che gli altri allontanavano. Forse, se vivesse oggi, per incontrare i giovani non aspetterebbe che fossero loro a entrare in una chiesa o ad aprire un libro. Forse andrebbe a cercarli. Nelle scuole, nelle periferie, nei campetti, nelle piazze reali e in quelle digitali. E probabilmente troverebbe un linguaggio capace di farsi ascoltare. «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile», è una frase spesso attribuita a Francesco. Ma proprio qui possiamo imparare anche un’altra lezione importante: nell’epoca delle citazioni che corrono sui social, non tutto ciò che viene accompagnato dal nome di un personaggio storico è stato realmente pronunciato da lui. Anche raccontare Francesco ai giovani significa insegnare a distinguere una fonte autentica da un’attribuzione diventata popolare sul web. Per questo il 4 ottobre potrebbe essere qualcosa di più della ricorrenza dedicata al patrono d’Italia. Potrebbe diventare l’occasione per chiederci se siamo ancora capaci di trasmettere ai ragazzi le figure che hanno costruito una parte della nostra cultura. Non chiedendo alle nuove generazioni di adattarsi necessariamente ai nostri linguaggi, ma facendo anche noi lo sforzo di entrare nei loro. Perché forse San Francesco non è così lontano dai giovani di oggi. Bisogna soltanto permettere loro di incontrarlo.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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