di Tiziana Mazzaglia
C’è un momento, dentro alcune classi, in cui una verifica smette di essere una verifica. Il foglio viene restituito, sopra c’è un numero: cinque, quattro, magari sei quando lo studente si aspettava sette. E improvvisamente quel numero non viene più percepito come la valutazione di una prestazione, ma come un giudizio sulla persona. Da lì può cominciare una contestazione che talvolta non ha più la forma del confronto: voci che si alzano, studenti che si avvicinano alla cattedra, frasi come “io meritavo di più”, “lo dico ai miei genitori”, “andiamo dalla preside”, “lei mi deve alzare il voto”. L’insegnante tenta di spiegare gli errori, i criteri utilizzati, la differenza tra ciò che lo studente pensava di sapere e ciò che effettivamente ha scritto. Ma a volte non c’è neppure il tempo di farlo. È un’esperienza che molti insegnanti raccontano e che pone una domanda più profonda della semplice disciplina scolastica: che rapporto hanno oggi alcuni adolescenti con il limite, con la frustrazione e con l’autorità dell’adulto? La risposta non può essere: “i giovani di oggi sono peggiori”. Sarebbe troppo semplice e probabilmente anche sbagliato. I ragazzi sono lo specchio del mondo adulto che abbiamo costruito intorno a loro. E proprio qui la questione diventa sociologica. La scuola è forse uno degli ultimi luoghi nei quali un adolescente incontra quotidianamente qualcosa che la società contemporanea tende invece a rimuovere: il limite. A scuola qualcuno dice che un lavoro non è sufficiente. Che bisogna aspettare il proprio turno. Che non sempre si può ottenere ciò che si desidera. Che esiste una differenza tra il proprio giudizio e quello di chi ha la responsabilità di valutare. Paolo Crepet insiste da anni su questo punto. Parlando del rapporto tra famiglia e scuola ha invitato i genitori a non trasformarsi nei “sindacalisti dei propri figli”, contestando automaticamente le valutazioni degli insegnanti. Secondo lo psichiatra e sociologo, anche l’insuccesso possiede una funzione educativa: un ragazzo deve poter incontrare un fallimento, comprenderlo e imparare a superarlo. Il problema, allora, non è il quattro. È ciò che quel quattro rappresenta. Se un adolescente è cresciuto pensando che ogni ostacolo debba essere rimosso dall’adulto, che ogni desiderio debba trovare una risposta e che ogni frustrazione debba avere un responsabile esterno, una valutazione negativa può diventare intollerabile. Non significa che questo valga per tutti gli studenti, né che ogni contestazione di un voto sia sbagliata. Un docente può sbagliare e uno studente deve avere il diritto di chiedere spiegazioni. Ma chiedere spiegazioni è diverso dal pretendere. Contestare civilmente è diverso dall’intimidire. Discutere un criterio è diverso dal considerare il voto qualcosa che deve essere negoziato fino a ottenere il risultato desiderato. Esiste poi un secondo fenomeno, forse ancora più interessante: la progressiva scomparsa della distanza simbolica tra adolescente e adulto. “Distanza” non significa freddezza. Un insegnante può ascoltare, comprendere, scherzare, interessarsi sinceramente ai propri studenti. Ma resta un insegnante. Eppure questa distinzione sembra essere diventata meno evidente. Può capitare che uno studente chieda al docente particolari della sua vita privata, commenti il suo abbigliamento, voglia sapere che cosa faccia nel tempo libero o cerchi esplicitamente un rapporto di amicizia. Se l’adulto non risponde o stabilisce un confine, quel limite può essere vissuto quasi come un rifiuto personale. Crepet ha utilizzato una parola particolarmente efficace per descrivere un fenomeno analogo nelle famiglie: “amicalizzazione”. Secondo lo psichiatra, siamo passati dall’autoritarismo delle generazioni precedenti al rischio opposto, quello della perdita di autorevolezza e della confusione dei ruoli. In diverse riflessioni pubbliche ha osservato che l’appiattimento delle differenze generazionali rischia di cancellare il punto di riferimento adulto. La riflessione può essere portata dentro la scuola. Perché un adolescente dovrebbe riconoscere spontaneamente una distanza di ruolo con il professore se, fuori dall’aula, vive in una società nella quale adulti e ragazzi ascoltano la stessa musica, frequentano gli stessi social, utilizzano lo stesso linguaggio, condividono mode e codici comunicativi e, non di rado, genitori e figli cercano reciprocamente una relazione quasi paritaria? Il punto non è rimpiangere la scuola nella quale davanti al professore si aveva paura persino di parlare. Quella scuola non deve tornare. Autorevolezza e autoritarismo non sono sinonimi. Ma anche eliminare completamente la distanza educativa produce conseguenze. La cattedra, in questo senso, non è soltanto un mobile. È un simbolo. Dice che dentro quell’aula esistono ruoli differenti. Il professore ha dei doveri verso gli studenti, deve rispettarli, valutarli con trasparenza e ascoltare le loro ragioni. Ma possiede anche una responsabilità educativa che presuppone un’asimmetria: docente e alunno hanno la stessa dignità come persone, non hanno lo stesso ruolo. Ed è proprio questa distinzione che sembra diventare più difficile da accettare. A complicare il quadro c’è un disagio adolescenziale che sarebbe sbagliato ignorare. I dati della sorveglianza HBSC dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che tra il 2010 e il 2022 è diminuito progressivamente il piacere di andare a scuola mentre è aumentata la quota di ragazzi che dichiarano di sentirsi sotto pressione per il lavoro scolastico. Nel 2022, tra i tredicenni e i quindicenni, lo stress scolastico raggiunge livelli particolarmente elevati, soprattutto tra le ragazze. Anche il contesto relazionale racconta qualcosa. L’Istat, in una vasta indagine riferita al 2023 su circa 100 mila ragazzi dagli 11 ai 19 anni, rileva che il 21% dichiara di subire episodi di bullismo con continuità, mentre quasi un terzo guarda al futuro con timore. Dietro l’aggressività, dunque, non c’è necessariamente forza. A volte può esserci esattamente il contrario: una fragilità che non possiede gli strumenti per tollerare la frustrazione. Il ragazzo che urla “io meritavo sette” potrebbe non essere soltanto uno studente arrogante. Potrebbe essere un adolescente per il quale quel quattro significa dover tornare a casa e affrontare genitori che pretendono risultati, sentirsi inferiore ai compagni oppure vedere incrinata l’immagine che ha costruito di sé. Comprendere questo, però, non significa giustificare l’aggressività. Ed è forse questa la sfida educativa più difficile: riuscire contemporaneamente a comprendere il disagio e a mantenere il limite. Perché anche dire “no” è educare. E soprattutto perché la scuola dovrebbe essere uno dei luoghi nei quali si impara una regola fondamentale della vita adulta: posso essere arrabbiato senza aggredire, posso sentirmi trattato ingiustamente senza minacciare, posso contestare senza urlare, posso ricevere un giudizio negativo senza pensare che quel giudizio definisca il mio valore come persona. La questione riguarda infine noi adulti. Crepet, parlando di giovani, regole e responsabilità, ha ricordato più volte che i ragazzi imparano innanzitutto dagli adulti e ha collegato l’autorevolezza della scuola a quella della società adulta nel suo complesso. Forse allora la domanda non è soltanto: “Che cosa sta succedendo a questa generazione?”. La domanda più scomoda è un’altra. Quale idea dell’adulto abbiamo consegnato a questa generazione? Se abbiamo cercato di eliminare ogni frustrazione, se abbiamo confuso l’ascolto con l’assenza di regole, la vicinanza con l’amicizia, l’autorevolezza con l’autoritarismo e il diritto di essere ascoltati con il diritto di ottenere ciò che si vuole, non possiamo sorprenderci se alcuni adolescenti arrivano davanti a una cattedra convinti che anche un voto debba essere trattato come una negoziazione. La scuola non deve tornare indietro, forse deve recuperare qualcosa che ha perduto per strada: il valore educativo della distanza, del limite e dei ruoli. Non per avere ragazzi più obbedienti. Per aiutarli a diventare adulti capaci di incontrare un no senza sentirsi distrutti e senza dover distruggere chi quel no ha avuto il compito di pronunciarlo.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
