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Toy Therapy: quando il giocattolo entra in ospedale e diventa parte della cura

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Un peluche collegato a una flebo. Una pompa infusionale trasformata in qualcosa che ricorda più un giocattolo che uno strumento medico. Un oggetto morbido da stringere mentre intorno ci sono camici, aghi, monitor e parole che un bambino spesso non comprende. Può sembrare un dettaglio, quasi un gesto accessorio rispetto alla medicina vera e propria. E invece proprio da questi piccoli particolari nasce una domanda molto più grande: quale ruolo può avere il giocattolo quando l’infanzia incontra la malattia? Il gioco è uno dei primi linguaggi attraverso i quali il bambino conosce il mondo. Prima ancora di riuscire a spiegare con precisione ciò che prova, attraverso il gioco sperimenta, imita, costruisce storie, affronta paure e dà un significato a ciò che gli accade. Il giocattolo, quindi, non è semplicemente qualcosa con cui riempire il tempo. Può diventare uno strumento di crescita, relazione, apprendimento e rappresentazione delle emozioni. L’idea che il giocattolo possa contribuire alla formazione del bambino, del resto, non appartiene soltanto alla pedagogia contemporanea. All’inizio del Novecento anche il Futurismo rivolse la propria attenzione al mondo dell’infanzia. Nel manifesto Ricostruzione futurista dell’universo, pubblicato nel 1915 da Giacomo Balla e Fortunato Depero, il giocattolo viene ripensato come qualcosa capace di stimolare nel bambino qualità diverse, rompendo con l’idea di un oggetto puramente imitativo e passivo. Il gioco doveva sorprendere, mettere in movimento l’immaginazione, allenare i sensi e contribuire alla costruzione di un individuo nuovo. Al di là delle provocazioni e dell’ideologia proprie del Futurismo, rimane un’intuizione interessante: un giocattolo può produrre un’esperienza e quell’esperienza può lasciare un segno nella crescita. Più di un secolo dopo, questa riflessione assume un significato completamente diverso quando il giocattolo varca la porta di un reparto pediatrico. È qui che si apre il tema della Toy Therapy, espressione con cui possiamo indicare l’impiego del gioco e di oggetti ludici all’interno dell’esperienza di cura del bambino. Non si tratta semplicemente di regalare un pupazzo per distrarlo. Il gioco può diventare un ponte tra il piccolo paziente e una realtà che improvvisamente gli appare incomprensibile. Per un adulto una flebo è una terapia, una pompa infusionale è uno strumento sanitario, un prelievo è una procedura necessaria. Per un bambino quegli stessi oggetti possono essere rumori, forme, aghi e gesti sconosciuti associati alla paura. Rendere quell’universo più familiare significa intervenire non sulla malattia, ma sul modo in cui il bambino vive la malattia. Un pupazzo può essere sottoposto simbolicamente alla stessa procedura prima del piccolo paziente. Un dispositivo può essere presentato attraverso forme e colori meno minacciosi. Il bambino può giocare al medico, curare il proprio peluche, fare domande attraverso di lui e rappresentare ciò che non riesce ancora a raccontare direttamente. Il rapporto si capovolge: per qualche minuto non è più soltanto colui sul quale vengono eseguite procedure decise dagli adulti. Può osservare, scegliere, toccare, giocare e recuperare una piccola parte di controllo. Ed è forse proprio questo il punto più interessante della Toy Therapy: non eliminare necessariamente la paura, ma renderla pensabile, raccontabile e condivisibile. L’ospedale pediatrico, allora, non può essere considerato soltanto un luogo nel quale applicare al corpo del bambino le migliori terapie disponibili. Il bambino continua a essere bambino anche quando diventa paziente. Ha bisogno di cure efficaci, ma anche di comprendere ciò che gli sta accadendo secondo gli strumenti cognitivi ed emotivi propri della sua età. Il gioco può essere uno di questi strumenti. Le esperienze raccontate da chi ha trascorso periodi in ospedale durante l’infanzia mostrano inoltre quanto possano rimanere impressi nella memoria gesti apparentemente minuscoli: un infermiere che trova il tempo di giocare, un pupazzo portato durante una procedura, qualcuno che trasforma per qualche minuto un ambiente estraneo in uno spazio meno ostile. È significativo che proprio il contenuto diventato virale sui social abbia generato, accanto alle obiezioni sui costi e sulla mancanza di tempo del personale, moltissime testimonianze di persone che ricordavano ancora a distanza di anni episodi simili vissuti durante un ricovero da bambini. La questione, quindi, va oltre il singolo peluche. Se questi momenti possono incidere così profondamente sull’esperienza di un bambino, è corretto considerarli qualcosa di facoltativo, affidato esclusivamente alla sensibilità e alla creatività dell’operatore presente in quel momento? Oppure il gioco dovrebbe trovare uno spazio riconosciuto e strutturato nell’organizzazione dell’assistenza pediatrica? La Toy Therapy apre così una riflessione più ampia sull’umanizzazione delle cure. Curare un bambino significa certamente curarne il corpo, ma significa anche entrare in relazione con la sua paura, con la sua immaginazione e con il suo modo particolare di comprendere il mondo. E forse un giocattolo, proprio perché appartiene profondamente a quel mondo, può arrivare là dove una spiegazione pronunciata da un adulto non riesce ad arrivare.

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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