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Quanto cibo buttiamo senza accorgercene?

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’è stato un tempo in cui avanzare il pane a tavola sembrava quasi una colpa. Lo si raccoglieva, lo si conservava, diventava pangrattato, finiva nella minestra o tornava a nuova vita in una ricetta del giorno dopo. Erano gli anni Sessanta, l’Italia entrava nella società dei consumi, i frigoriferi cominciavano a diffondersi nelle case e il supermercato diventava uno dei simboli più evidenti di un Paese che finalmente poteva permettersi di scegliere. Proprio nel 1963 Italo Calvino pubblicava Marcovaldo ovvero Le stagioni in città e, nel racconto Marcovaldo al supermarket, fotografava con ironia quel passaggio epocale: «Alle sei di sera la città cadeva in mano dei consumatori». Una frase che, riletta più di sessant’anni dopo, sembra contenere già una domanda che allora forse non avevamo ancora imparato a porci: che cosa succede quando avere a disposizione tanto cibo diventa normale e comprarne più del necessario diventa facilissimo? Non disponiamo per gli anni Sessanta di misurazioni dello spreco alimentare domestico direttamente confrontabili con quelle di oggi, e sarebbe scorretto inventare una linea statistica che non esiste. Sappiamo però che in quei decenni cambiò profondamente il nostro rapporto con i consumi: dalla scarsità del dopoguerra si passò progressivamente all’abbondanza, dalla spesa quotidiana nei piccoli negozi alla possibilità di riempire carrelli, frigoriferi e dispense. Calvino aveva intuito la forza quasi ipnotica di quel nuovo mondo delle merci: Marcovaldo e la sua famiglia entrano nel supermercato senza avere denaro da spendere, prendono i prodotti dagli scaffali soltanto per provare il piacere di riempire il carrello e finiscono trascinati in una paradossale corsa all’accumulo. È letteratura, naturalmente, ma a distanza di decenni quella scena parla sorprendentemente anche a noi. Oggi il problema non è soltanto quanto compriamo, ma quanto di ciò che compriamo non mangiamo. Secondo il Food Waste Index 2024 dell’UNEP, nel 2022 nel mondo sono state sprecate circa 1,05 miliardi di tonnellate di cibo tra famiglie, ristorazione e distribuzione: il 19 per cento del cibo disponibile ai consumatori. E il dato forse più impressionante è che la parte maggiore dello spreco, circa 631 milioni di tonnellate, nasce proprio nelle nostre case. In media ogni persona spreca 79 chilogrammi di alimenti all’anno e, secondo la stima dell’UNEP, nelle abitazioni del pianeta viene buttato ogni giorno l’equivalente di almeno un miliardo di pasti. Prima ancora che il cibo arrivi nei negozi, inoltre, una quota consistente viene perduta lungo la filiera: la FAO stima che nel 2023 sia andato perso il 13,3 per cento degli alimenti dopo il raccolto e prima della vendita al dettaglio, una percentuale sostanzialmente invariata rispetto al 13 per cento del 2015. E mentre buttiamo cibo, sprechiamo contemporaneamente tutto ciò che è servito per produrlo: terra, acqua, energia, lavoro, trasporto, refrigerazione. FAO e UNEP stimano che perdite e sprechi alimentari siano responsabili dell’8-10 per cento delle emissioni globali di gas serra. In Italia la fotografia più recente racconta una situazione in miglioramento, ma ancora lontana dall’obiettivo. Nell’estate 2025 lo spreco domestico medio è stato stimato in 555,8 grammi a persona alla settimana, contro i 683 grammi rilevati nello stesso periodo del 2024; nel 2015 erano circa 650 grammi. In dieci anni, dunque, abbiamo ridotto lo spreco settimanale di circa 95 grammi a persona. Può sembrare poco, finché non immaginiamo quei grammi moltiplicati per milioni di persone e per cinquantadue settimane. Nel complesso, nel 2025 in Italia sono stati sprecati oltre cinque milioni di tonnellate di alimenti, per un valore superiore ai 13,5 miliardi di euro. Ma che cosa finisce più facilmente nella pattumiera? Proprio gli alimenti che associamo maggiormente a una dieta sana e quotidiana: frutta fresca, verdura, pane, insalata, cipolle e tuberi sono fra i prodotti che gettiamo più spesso. E spesso non abbiamo nemmeno la sensazione di stare sprecando. Una mela troppo matura, tre fette di pane diventate dure, l’insalata dimenticata nel cassetto del frigorifero, lo yogurt che abbiamo lasciato avvicinare troppo alla data indicata sulla confezione, una porzione di pasta preparata in eccesso: piccoli gesti che, presi singolarmente, sembrano insignificanti. È la loro ripetizione a trasformarli in un fenomeno enorme. Forse è proprio questo il punto della Giornata Internazionale della Consapevolezza sulle Perdite e gli Sprechi Alimentari, che ricorre il 29 settembre: renderci visibile ciò che normalmente non vediamo. Perché lo spreco non comincia quando apriamo il bidone dell’umido. Comincia molto prima, quando entriamo al supermercato senza sapere che cosa abbiamo già in frigorifero, quando acquistiamo attratti da un’offerta più di quanto riusciremo a consumare, quando cuciniamo porzioni troppo abbondanti o consideriamo un alimento imperfetto come un alimento da eliminare. E allora il viaggio iniziato idealmente negli anni Sessanta torna al suo punto di partenza. Nel supermercato di Calvino il carrello era il simbolo seducente dell’abbondanza appena conquistata; oggi quello stesso carrello potrebbe diventare il luogo in cui impariamo una forma diversa di benessere: non avere tutto, ma sapere quanto ci serve davvero. Perché dietro una fetta di pane buttata non c’è soltanto una fetta di pane. Ci sono un campo, l’acqua, il grano, il lavoro di qualcuno, un forno acceso, un camion che ha viaggiato e del denaro che abbiamo speso. Forse la domanda più importante, davanti al frigorifero, non è più «che cosa mi manca?», ma «che cosa ho già?». È una domanda minuscola. Ma ripetuta ogni giorno, in milioni di case, potrebbe pesare molto più di quel sacchetto di cibo che continuiamo a portare verso la pattumiera senza quasi accorgercene.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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