di Tiziana Mazzaglia
A volte basta un grande specchio incontrato per caso per aprire una porta che non volevamo neppure vedere, e non è una porta che si affaccia su una stanza, ma su un labirinto. Ci entri con un passo distratto, un secondo appena, e subito ti sembra di non trovare più l’uscita, perché quel riflesso non ti restituisce solo un’immagine, ti consegna un giudizio, una sentenza rapida e crudele: mi vedo grassa, mi vedo diversa, mi vedo sbagliata. È così che comincia il percorso, non con la realtà del corpo bensì con la vertigine del pensiero che si aggancia a quell’istante come a un chiodo. Dentro al labirinto tutto si stringe, l’aria cambia, i corridoi diventano frasi che si ripetono, e il rimuginio prende la forma di un andare e tornare sulle stesse idee, come se la mente non riuscisse a smettere di misurare, confrontare, correggere. Non stai più guardando un vetro, stai attraversando una prova: lo specchio diventa un luogo, e quel luogo assomiglia al labirinto antico, quello di Cnosso, dove si entra facilmente e si esce con fatica, perché ciò che ti trattiene non sono i muri è il mostro dell’autogiudizio, che sussurra e non ruggisce e proprio per questo è pericoloso. La psicologia lo spiega con parole sobrie, parla di immagine corporea come costruzione mentale, di percezione che non coincide con ciò che è, di emozioni che colorano il riflesso come una luce sbagliata: eppure, quando ci sei dentro, la teoria non basta, perché il disagio non è un concetto, è un’esperienza che ti accompagna per ore, ti cambia l’umore, ti altera la postura, ti fa scegliere vestiti come scudi, ti fa cercare angoli dove non essere vista, e soprattutto ti costringe a occuparti di te con durezza. In quel momento capisci quanto sia vero che spesso non ci guardiamo con i nostri occhi, ma con uno sguardo sociale che abbiamo inghiottito senza accorgercene, un tribunale invisibile fatto di modelli, aspettative, fotografie perfette, e allora basta una superficie riflettente perché tutto si riaccenda. La letteratura lo aveva intuito da sempre, che l’immagine può diventare prigione: Dorian Gray insegna cosa succede quando si scambia il volto per la propria verità, Pirandello sussurra che siamo uno per noi stessi e cento per gli altri, e che ogni specchio è un’interpretazione più che una prova. Anche il cinema lo racconta con la sua lingua di luci: in Black Swan il riflesso da alleato diviene avversario, e la ricerca della perfezione diventa un corridoio che non finisce, mentre noi, nel quotidiano, viviamo versioni più silenziose della stessa scena, senza musica drammatica, solo con la fatica di sentirci improvvisamente inadeguate. E allora, la domanda non è come cambiare in fretta quello che vediamo, perché ciò che è essenziale è il come smettere di perderci in quel dedalo. Forse la via d’uscita non è convincersi che va tutto bene: si riconosce che uno specchio non è il mondo, che un istante non è una vita, che il corpo è movimento e storia e non un fermo immagine, e che l’autogiudizio, quando diventa ossessione, ci ruba il presente. Uscire dal labirinto, a volte, significa fare un gesto semplice e coraggioso: distogliere lo sguardo, respirare, tornare alle cose vere, al passo che cammina, alla voce che parla, alla pagina che si scrive, alle mani che accarezzano un cane e ricordano al cuore che esistiamo intere, non ridotte a una superficie. E se proprio serve un filo, come quello di Arianna, può essere una frase pronunciata con gentilezza, come un patto e non come una bugia: non mi tratterò come una nemica solo perché un vetro mi ha colta in una luce sbagliata, perché io non sono quel riflesso, io sono la vita che lo attraversa e che, anche quando entra nel labirinto, può ancora ritrovare la strada.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
