di Tiziana Mazzaglia
A volte non capiamo come sia successo: ci siamo fidati. Non perché siamo ingenui, ma perché siamo fatti per legare. La fiducia non nasce solo da ragionamenti; nasce anche da segnali sottili: il tono di voce, la vicinanza, la somiglianza, la ripetizione, quella sensazione di familiarità che assomiglia a una casa ritrovata. L’ossitocina è spesso chiamata in causa quando si parla di apertura relazionale, e per questo è interessante ricordare che la vulnerabilità non è una colpa: è un rischio inevitabile di chi vive tra gli altri. La manipolazione sfrutta proprio la fame di sicurezza: promette calma, promette appartenenza, promette “solo noi due contro il mondo”. La letteratura lo racconta da secoli con figure seduttive e ambigue, e il cinema ha persino dato un nome a un meccanismo preciso: Gaslight, da cui deriva “gaslighting”, quella distorsione lenta che ti fa dubitare di te stesso mentre l’altro si presenta come l’unico porto. Ma c’è anche una via d’uscita che non passa dalla paranoia: passa dall’alfabeto dei confini. Imparare a distinguere tra intimità e urgenza, tra ascolto e controllo, tra promessa e coerenza. La fiducia sana non ti chiede di tagliare ponti: ti invita a costruirli. E se un legame ti isola, ti impoverisce, ti fa dubitare di te stesso ogni giorno, non è amore: è gestione. La cura, quella vera, non ha bisogno di segreti per esistere.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
