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di Tiziana Mazzaglia
Ci sono paesaggi che non fanno rumore: una riva che respira, una distesa d’acqua bassa che cambia colore, un canneto che sembra fermo e invece lavora, filtra, protegge. Le zone umide sono questo: infrastrutture naturali che tengono insieme biodiversità, acqua, clima e sicurezza; eppure la nostra storia recente le ha trattate come spazio “vuoto” da prosciugare. I numeri, qui, non sono freddezza: sono campanelli d’allarme. In materiali divulgativi della Convenzione di Ramsar si ricorda che più del 64% delle zone umide del mondo è andato perso dal 1900, cioè in poco più di un secolo abbiamo tagliato via una parte enorme del nostro sistema di supporto alla vita (Ramsar, 2018). La ricerca scientifica conferma l’ordine di grandezza di quelle perdite: una stima molto citata indica che nel solo XX secolo le perdite globali siano state circa 64–71% rispetto all’estensione del 1900, con picchi ancora maggiori in alcune regioni (Davidson, 2014). E mentre l’acqua sembra “solo acqua”, questi ecosistemi fanno lavori concreti: trattengono le piene come una spugna, aiutano a ricaricare le falde, depurano sedimenti e inquinanti, offrono nursery per pesci e habitat per uccelli migratori; quando li cancelliamo, spostiamo il rischio a valle e nel futuro. Proteggerli non significa mettere una campana di vetro sulla natura, ma scegliere una manutenzione intelligente del territorio: rinaturalizzare sponde, lasciare spazio ai fiumi, ripensare drenaggi e consumo di suolo, evitare che i margini siano discariche e non margini vivi. È anche un gesto politico globale: il Global Wetland Outlook ricorda che la rete dei siti Ramsar supera le 2.300 aree e copre quasi 250 milioni di ettari, un’estensione enorme che dimostra quanto il mondo sappia già cosa conta, quando vuole (Global Wetland Outlook, 2018). La poesia di questa giornata, allora, sta nel riconoscere che l’acqua non è solo una risorsa: è una relazione; e che ogni palude salvata, ogni torbiera non drenata, ogni laguna non riempita è un’assicurazione silenziosa contro alluvioni, siccità e solitudini biologiche che non sapremo più ricucire.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
