di Tiziana Mazzaglia
C’è una versione fiabesca dell’amore in cui tutto ciò che avvicina è buono, e tutto ciò che stringe è protezione. Poi arriva la gelosia e ci ricorda che l’attaccamento può diventare possesso quando la paura guida il volante. Non è un tema da giudicare con frasi facili: la gelosia spesso è un allarme antico, un campanello che suona in chi ha imparato presto che l’amore può sparire senza spiegazioni. Nella teoria dell’attaccamento si parla di modelli interni operativi: mappe emotive che ci dicono se gli altri sono affidabili e se noi siamo degni di essere scelti (Bowlby, 1969/1982). Quando queste mappe sono piene di crepe, l’idea stessa di vicinanza può accendere insieme desiderio e panico: voglio che tu mi stia vicino, ma ho paura che tu te ne vada. L’ossitocina, che associamo alla fiducia, non cancella automaticamente la paura: può rendere più salienti i legami, e quindi anche le minacce percepite, come una luce che aumenta sia la bellezza sia le ombre. La letteratura lo ha sempre saputo: Otello di Shakespeare non è solo un dramma di tradimento, è un laboratorio emotivo su quanto la suggestione e l’insicurezza possano divorare l’amore dall’interno; e nei grandi romanzi l’amore raramente è un lago fermo, è più spesso un mare con correnti, dove la tenerezza convive con l’insicurezza e la dignità deve essere scelta ogni giorno. Le canzoni raccontano spesso lo stesso confine: il punto in cui “ti amo” rischia di diventare “ho bisogno di te” e la presenza si trasforma in controllo. Forse la maturità affettiva assomiglia a un atto di coraggio: trasformare la gelosia in domanda, e la domanda in dialogo, prima che diventi accusa. Perché l’amore non è zucchero: è una responsabilità.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
