Home » La generazione delle performance ha dimenticato le carezze del silenzio

La generazione delle performance ha dimenticato le carezze del silenzio

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’è un’immagine che resta addosso, più di mille analisi: a Crans-Montana, davanti ai primi segni di fuoco, alcuni ragazzi continuano a cantare e a filmare, come se la realtà avesse bisogno di essere inquadrata per essere creduta, come se la via d’uscita fosse meno urgente dell’idea di “esserci” dentro una storia da mostrare. Non è solo incoscienza, non è soltanto l’età che sfida il rischio: è una postura collettiva che abbiamo coltivato per anni, una simbiosi con la televisione e con i social in cui tutto tende a diventare performance, tutto chiede un pubblico, un commento, una prova visiva. Levante scriveva “se non ti vedo non esisti” e ironizza la comica Anna Maria Barbera “se non mi visualizzo non esisto” riferendosi ai social. In questa grammatica dell’esibizione persino l’emergenza rischia di trasformarsi in contenuto: il gesto istintivo non è più “mettersi in salvo”, ma “registrare”, perché registrare dà una forma a ciò che spaventa, e la forma — almeno per un attimo — illude di controllarlo. Poi arriva l’altra immagine, opposta eppure speculare: al funerale di uno dei ragazzi la famiglia canta. Qui il canto non è una posa, è una mano tesa, un modo antico e profondamente umano di salutare quando le parole si spezzano; eppure l’accostamento tra i due episodi fa riflettere, perché mostra quanto i nostri codici sociali siano ormai attraversati dall’idea di “messa in scena”, anche quando non c’è niente da esibire e anzi tutto sarebbe da proteggere, custodire, sottrarre al rumore. È come se la società contemporanea avesse ridotto le emozioni a un linguaggio pubblico obbligatorio: se non si manifesta, sembra che non esista; se non si mostra, non vale; se non produce un’immagine, non ha cittadinanza. E allora la domanda non è soltanto perché si filma, ma perché abbiamo smesso di fidarci dell’invisibile: del battito accelerato che ti avverte, del silenzio che ti riporta a te stessa, del pudore che protegge il dolore. E poi ricordo le mie lezioni universitarie del professor Sisto Dalla Palma, quando narrava di Peter Brook, regista e uomo di teatro: raccontava che alla fine di alcuni suoi spettacoli — quando percepiva la vera commozione — chiedeva silenzio e non applausi: perché la commozione profonda non ha bisogno di nulla, e il silenzio, più di qualsiasi battito di mani, mostra rispetto e un cuore toccato. Forse dovremmo ripartire da lì: dal silenzio come carezza, come spazio: in cui l’umano non si mette in vetrina ma si ricompone; dal rispetto dei momenti in cui la vita non è spettacolo, e non lo deve diventare. Perché, come scrive Guy Debord, “quando il mondo reale si trasforma in semplici immagini, le semplici immagini diventano esseri reali”: è la frase che descrive il nostro rischio più quotidiano. E allora vale anche ricordare Marshall McLuhan: “il medium è il messaggio”, cioè che lo strumento con cui comunichiamo finisce per modellarci. E Susan Sontag, lucidissima, avverte: “fotografare significa conferire importanza”. Ecco: forse è tempo di tornare a conferire importanza anche a ciò che non si registra, a ciò che non fa audience, a ciò che non diventa storia da postare. Il silenzio, certe volte, è l’unico modo davvero responsabile di essere presenti.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

 

Si consiglia vivamente anche la lettura degli ‘articoli:

Il divertimento che educa all’amore e non alla morte, per considerazioni sul fatto di Crans-Montana

e per la cronaca  Crans-Montana, quando la “festa” diventa trappola: il nodo delle norme e delle responsabilità secondo IA

Ti potrebbe interessare anche