di Tiziana Mazzaglia
C’è una nostalgia che non passa dalle parole: è la nostalgia del contatto. Non per forza erotico, non per forza romantico; quel contatto che dice “sono qui” senza chiedere altro. Dopo anni in cui abbiamo imparato a trattenere la distanza come fosse virtù, molti si sono accorti che il corpo non è un accessorio della mente: è il luogo in cui la mente si sente al sicuro. La psicologia lo racconta da tempo: la regolazione emotiva non è solo un lavoro interno, è anche un prestito reciproco; ci calmiamo meglio quando qualcuno ci presta la propria calma. L’ossitocina viene spesso evocata in questo scenario come una delle molecole della vicinanza – un simbolo scientifico di ciò che la poesia già sapeva: che una carezza, quando è consensuale e gentile, cambia la temperatura della giornata. In letteratura, l’abbraccio è un ponte: è l’istante in cui un personaggio smette di difendersi e accetta di essere visto, come in certi ritorni di Pavese dove la casa non è un luogo ma un volto, o nelle lettere di Rilke in cui la presenza vale più del consiglio. E nelle canzoni italiane, quando si parla di cura, il lessico è quasi sempre fisico: mani, pelle, respiro, presenza; basta nominare La cura di Battiato per capire quanto la protezione possa essere detta senza urlare. Il cinema, da parte sua, ci mostra spesso l’abbraccio come riparazione: non risolve il problema, ma permette di reggerlo, come nelle scene più umane di La vita è bella, dove la tenerezza diventa resistenza. E allora capiamo che la “fame di pelle” non è fragilità: è un bisogno di sistema, un promemoria che siamo animali sociali. Forse la domanda più gentile che possiamo farci è questa: chi sto evitando di toccare per paura? E chi sto toccando senza ascoltare davvero? Perché il contatto, come ogni lingua, ha una grammatica: e la sua prima regola è il rispetto.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
