di Tiziana Mazzaglia
Ogni fine anno la scena si ripete con la puntualità di un copione stanco: ordinanze, appelli, promesse di festa “senza botti”, e poi la mezzanotte che trasforma le strade in un teatro bellico in miniatura, come se per augurarsi pace fosse necessario imitare la guerra, come se il cielo dovesse essere “bombardato” per risultare luminoso e credibile. E intanto, mentre qualcuno scambia il rumore per gioia, il conto lo pagano gli altri: cani che tremano e tentano di fuggire, gatti che spariscono sotto letti e scale, uccelli che si alzano nel buio disorientati, bambini che imparano troppo presto che il divertimento può ferire, anziani e cardiopatici che sentono il petto stringersi quando l’aria vibra. Non è moralismo, è realtà registrata in numeri: nella notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1 gennaio 2026 il bilancio ufficiale diffuso dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha contato un morto e 283 feriti, con 54 ricoverati e 68 minorenni coinvolti; tra quei feriti, decine sono stati giudicati gravi, e non si tratta di “incidenti inevitabili”, ma di conseguenze di un’abitudine che scegliamo di ripetere. In parallelo, i Vigili del Fuoco hanno effettuato circa 770 interventi per incendi e situazioni di pericolo legate ai festeggiamenti: cassonetti, balconi, tettoie, piccoli roghi che somigliano a scintille di un incendio più grande, quello culturale che ci fa credere che una festa valga di più se fa male e se fa paura. E c’è un’altra traccia, meno spettacolare ma più persistente: quella che resta nell’aria. Le agenzie ambientali hanno mostrato che i fuochi d’artificio producono picchi di polveri sottili misurabili, tanto che, nelle prime due ore del primo gennaio, in alcuni contesti urbani si possono raggiungere concentrazioni orarie di PM10 dell’ordine di 140 microgrammi per metro cubo, quando un valore medio tipico invernale si aggira attorno a 50: un colpo di frusta che non si vede in foto, ma che respira chi già fatica. Poi ci sono i numeri che non finiscono nei bollettini di cronaca perché non hanno volto umano, eppure raccontano una sofferenza reale: studi recenti basati sulle segnalazioni dei proprietari indicano che la maggioranza di cani e gatti esposti ai fuochi mostra stress e paura, con percentuali intorno all’80%, come se per loro ogni Capodanno fosse un allarme senza spiegazione e senza rifugio. Da qui la domanda che ci imbarazza: se sappiamo tutto questo, perché continuiamo? Perché il botto è un simbolo facile, un rito di passaggio che dà l’illusione di “spaccare” il vecchio anno e aprire il nuovo con un gesto definitivo; perché esiste una ricerca di intensità che scambia l’adrenalina per felicità; perché il contagio sociale anestetizza la responsabilità, “lo fanno tutti” diventa una coperta sotto cui nascondere la coscienza; perché la trasgressione fa sentire potenti, soprattutto quando un divieto viene vissuto come sfida; e perché l’empatia è selettiva, vede ciò che è vicino e tace su ciò che si perde nel buio. Così la festa si riduce a un test di volume, e la comunità a un pubblico che applaude mentre qualcuno scappa, soffre o si ferisce. Eppure, non serve rinunciare alla meraviglia, serve cambiarne il linguaggio: spostare la celebrazione dall’esplosione privata e incontrollata a forme collettive più sicure, trovare luce senza shock, stupore senza panico, bellezza senza bollettini; perché un rito non è sacro solo perché è antico, è vivo solo se sa trasformarsi. Forse il vero augurio, oggi, è smettere di confondere il fragore con la gioia e capire che un buon anno comincia meglio quando non lascia nessuno indietro, nemmeno chi non può scegliere, nemmeno chi ha orecchie più sensibili, cuore più fragile, o semplicemente il diritto elementare di non essere spaventato per divertirci noi.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
