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Social vietati ai minori di 15 anni: il coraggio di porre un limite e il dovere di educare

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

In un’epoca in cui tutto sembra dover essere concesso in nome della libertà individuale, la Francia ha scelto di percorrere una strada controcorrente: vietare l’accesso ai social network ai minori di quindici anni. Una decisione destinata a dividere l’opinione pubblica, come accade ogni volta che si stabilisce un limite, ma che pone una domanda alla quale nessuno può sottrarsi: siamo davvero certi che un bambino o un adolescente possiedano gli strumenti necessari per muoversi, senza protezioni, in uno degli ambienti più complessi e insidiosi mai creati? I social network non sono semplici strumenti di comunicazione. Sono ecosistemi costruiti per catturare l’attenzione, alimentare il coinvolgimento e prolungare il più possibile il tempo trascorso davanti a uno schermo. Dietro l’apparente spontaneità di un video, di una fotografia o di un contenuto virale operano meccanismi sofisticati che orientano interessi, emozioni, comportamenti e perfino la percezione della realtà. Un adulto può, almeno in parte, riconoscere queste dinamiche. Un ragazzo di dodici o tredici anni, invece, difficilmente possiede la maturità necessaria per comprendere quando un contenuto lo sta manipolando, quando una relazione virtuale nasconde un pericolo o quando il bisogno di approvazione diventa una dipendenza silenziosa. Non è una questione di intelligenza, né di abilità tecnologica. Le nuove generazioni utilizzano i dispositivi digitali con sorprendente naturalezza, ma saper utilizzare uno strumento non significa essere preparati ad affrontarne le conseguenze. Ogni giorno migliaia di adolescenti si confrontano con modelli irraggiungibili, linguaggi d’odio, fenomeni di cyberbullismo, tentativi di adescamento, sfide pericolose e contenuti che possono alterare profondamente la percezione di sé e degli altri. La rete amplifica tutto: il consenso, il rifiuto, il successo e l’umiliazione. E ciò che un tempo rimaneva confinato tra le mura di una scuola oggi può trasformarsi, nel giro di pochi minuti, in un’esposizione pubblica potenzialmente mondiale. Per questo motivo la scelta francese merita di essere osservata senza pregiudizi ideologici. Non rappresenta una dichiarazione di guerra alla tecnologia, ma il riconoscimento di un principio tanto semplice quanto spesso dimenticato: la libertà, soprattutto quando riguarda un minore, deve sempre procedere insieme alla tutela. Stabilire un limite non significa negare un diritto, bensì proteggere chi non dispone ancora degli strumenti necessari per esercitarlo pienamente. Sarebbe però un errore pensare che una legge possa risolvere un problema che è prima di tutto culturale ed educativo. Troppo spesso la tecnologia viene utilizzata come una sorta di babysitter digitale. Si consegna uno smartphone a bambini sempre più piccoli per tranquillizzarli, intrattenerli o evitare conflitti, salvo poi scandalizzarsi per ciò che incontrano navigando in rete. È una contraddizione che dovrebbe interrogare prima gli adulti che i ragazzi. La responsabilità dei genitori non può esaurirsi nell’installazione di un’applicazione per il controllo parentale o nell’imposizione di qualche limite di orario. Educare significa essere presenti. Significa conoscere gli ambienti digitali frequentati dai propri figli, dialogare con loro senza atteggiamenti inquisitori, spiegare i rischi, ascoltare i dubbi e costruire un rapporto di fiducia tale da permettere a un ragazzo di chiedere aiuto quando qualcosa lo spaventa o lo mette a disagio. Ma educare significa anche dare l’esempio. È difficile convincere un adolescente a ridurre il tempo trascorso sui social quando gli adulti sono i primi a vivere con lo sguardo costantemente rivolto verso uno schermo. È difficile parlare di riservatezza quando molti genitori pubblicano, fin dalla nascita dei figli, fotografie, video e momenti della loro vita senza interrogarsi sulle conseguenze future. È difficile insegnare il valore del silenzio, dell’ascolto e della relazione autentica se ogni momento della quotidianità viene filtrato dalla necessità di essere condiviso. Forse la vera emergenza educativa non riguarda soltanto i ragazzi, ma anche gli adulti. Per anni abbiamo celebrato la rivoluzione digitale soffermandoci quasi esclusivamente sulle opportunità, trascurando il fatto che ogni innovazione richiede anche nuove responsabilità. Abbiamo affidato ai dispositivi una parte crescente della nostra vita senza domandarci se stessimo fornendo alle nuove generazioni gli strumenti per governarli e non esserne governate. La scuola può svolgere un ruolo fondamentale nell’educazione digitale, così come le istituzioni devono continuare a pretendere maggiore trasparenza e responsabilità da parte delle grandi piattaforme tecnologiche. Ma nessuna legge, nessun algoritmo e nessun software potranno mai sostituire lo sguardo vigile di un genitore, il dialogo all’interno di una famiglia o il tempo dedicato alla crescita di un figlio. La decisione della Francia, al di là delle diverse opinioni che potrà suscitare, ha almeno il merito di riportare al centro una parola che negli ultimi anni è stata spesso percepita come scomoda: limite. Eppure ogni educazione autentica nasce proprio da lì. Non dai divieti imposti per esercitare un potere, ma dai confini tracciati per proteggere chi sta ancora imparando a camminare nel mondo. Perché la vera domanda non è se un ragazzo di quattordici anni sappia aprire un profilo su un social network. La vera domanda è se noi adulti abbiamo davvero fatto tutto il possibile per insegnargli quando fidarsi, quando fermarsi e quando dire di no. Forse è proprio da questa domanda che dovrebbe ripartire il dibattito. Non solo in Francia, ma ovunque ci siano bambini ai quali stiamo consegnando il futuro con uno smartphone in mano e troppo pochi strumenti per affrontarlo.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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