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Coltelli in tasca: -18

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Il 12 agosto si celebra la Giornata internazionale della gioventù, una ricorrenza che invita ogni anno a guardare alle nuove generazioni, alle loro aspirazioni, ai loro diritti e al futuro che stiamo costruendo insieme a loro. Ma parlare di giovani significa anche avere il coraggio di osservare ciò che non funziona, le fragilità che spesso rimangono nascoste e quei segnali di disagio che rischiamo di riconoscere soltanto quando diventano cronaca. E tra questi segnali ce n’è uno particolarmente inquietante: ragazzi giovanissimi che escono di casa portando con sé un coltellino o un’altra arma. Non sempre lo fanno pensando di usarla per aggredire qualcuno. A volte la spiegazione è persino più inquietante: «Mi serve per difendermi». Una frase apparentemente semplice, dietro la quale si apre però una domanda enorme: da che cosa sente di doversi difendere un ragazzo di quattordici, quindici o sedici anni quando esce di casa? E quando abbiamo cominciato a confrontarci con una generazione nella quale qualcuno può arrivare a considerare un’arma in tasca come uno strumento capace di farlo sentire più sicuro? Il problema non è soltanto ciò che quel ragazzo porta con sé. È ciò che può accadere quando quell’oggetto incontra la rabbia, la paura, l’impulsività, il bisogno di affermarsi davanti agli altri. L’adolescenza è una fase della vita nella quale le emozioni possono essere vissute con un’intensità enorme e non sempre esistono già gli strumenti necessari per riconoscerle, contenerle e governarle. Una provocazione, un insulto, una gelosia, uno sguardo interpretato come una sfida, una discussione nata per qualcosa di apparentemente insignificante possono accendere una reazione improvvisa. Se in quel momento nella tasca c’è un’arma, tutto cambia. Tra un gesto impulsivo e una tragedia possono esserci pochi secondi. Ed è qui che il ragazzo che sostiene di portare un coltellino per proteggersi può diventare contemporaneamente un pericolo per gli altri e per se stesso. Perché un’arma non protegge dalla perdita di controllo. Al contrario, può rendere irreversibile ciò che senza quell’arma sarebbe rimasto una lite, una spinta, un momento di rabbia destinato a finire. Ma fermarsi al gesto significa probabilmente osservare soltanto la superficie. Dietro quel coltellino può esserci aggressività, certamente, ma può esserci anche paura. La percezione di vivere in un mondo nel quale bisogna essere pronti a difendersi, nel quale mostrarsi vulnerabili significa essere deboli e nel quale la forza può diventare uno strumento per conquistare rispetto o per evitare di diventare una vittima. È allora che la domanda deve necessariamente spostarsi dagli adolescenti agli adulti. Che cosa stiamo trasmettendo loro? Quali modelli stanno assorbendo dalla società, dai social, dalle relazioni quotidiane e persino dal linguaggio con cui vedono rappresentati continuamente conflitti e violenza? E soprattutto: siamo ancora capaci di insegnare che la rabbia può essere attraversata senza trasformarsi in violenza e che la paura può essere raccontata prima di diventare bisogno di armarsi? Quel ragazzo, però, non rimane nella sua stanza. Con quell’arma in tasca esce di casa. Sale su un autobus, incontra gli amici, frequenta una piazza, un locale, un centro sportivo. E può attraversare anche il cancello della sua scuola. È proprio quando quel cancello viene oltrepassato che un disagio individuale e sociale assume una dimensione ancora più delicata. La scuola dovrebbe essere uno dei luoghi nei quali un adolescente può sentirsi al sicuro senza avere bisogno di difendersi. Eppure oggi dobbiamo porci anche una domanda che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata estrema: che cosa succede quando in una classe entra un ragazzo armato? Dall’altra parte c’è un docente. Spesso una persona sola davanti a venti o trenta studenti, chiamata nello stesso momento a insegnare, educare, osservare, prevenire e intervenire. Un professionista sul quale gravano responsabilità importanti e che può trovarsi improvvisamente davanti a una situazione che non appartiene più alla normale gestione educativa di una classe. Possiamo davvero pensare che un insegnante, da solo, debba essere in grado di gestire anche la presenza di un adolescente armato? E fino a dove può arrivare la responsabilità della scuola quando il problema è nato molto prima che quel ragazzo ne attraversasse il cancello? La questione è arrivata inevitabilmente anche all’attenzione delle istituzioni. Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, intervenendo nel marzo 2026 dopo l’accoltellamento di un’insegnante all’Istituto comprensivo di Trescore Balneario, ha parlato della necessità di contrastare la criminalità giovanile e la diffusione di armi improprie fra i giovani, richiamando le misure educative già introdotte nelle scuole e annunciando anche interventi sul fronte dell’assistenza psicologica. La sicurezza è indispensabile. Impedire che un’arma entri in una scuola significa proteggere studenti, insegnanti e personale. Ma rimane una domanda che nessun controllo all’ingresso, da solo, può risolvere: perché quell’arma era stata messa in tasca prima ancora di arrivare davanti al cancello? È probabilmente da qui che occorre partire. Non soltanto dalla repressione di un comportamento pericoloso, ma dalla comprensione del disagio che può precederlo. Famiglie, scuola e istituzioni sono chiamate a interrogarsi insieme su ragazzi che talvolta sembrano cercare in un oggetto capace di ferire quella sicurezza che non riescono più a trovare altrove. Perché dietro un adolescente armato non c’è necessariamente soltanto un potenziale aggressore: può esserci anche un ragazzo spaventato, fragile, incapace di gestire la propria rabbia o convinto che la violenza sia l’unico linguaggio capace di proteggerlo. Comprenderlo non significa giustificare il gesto, ma cercare di impedirlo prima che sia troppo tardi. In occasione della Giornata internazionale della gioventù ho quindi chiesto un parere al professor avvocato Michele Miccoli, docente universitario e sociologo, per provare a comprendere che cosa stia accadendo, quali siano le radici di questo contemporaneo disagio giovanile e quali risposte possa offrire la società adulta.

Riporto integralmente il suo parere:

In foto il Prof. Avv. Michele Miccoli.

«Negli ultimi anni, si è assistito a un preoccupante fenomeno che coinvolge gli adolescenti: la crescente tendenza a uscire di casa armati di coltellini, una pratica che si è diffusa anche tra le mura scolastiche. Questo comportamento, sebbene giustificato da una percezione di necessità di autodifesa, solleva interrogativi di grande rilevanza sociale e psicologica.

L’adozione di tali strumenti da taglio non si limita a un gesto di protezione; essa riflette una cultura della violenza che permea il tessuto sociale, influenzando i giovani in maniera insidiosa. È cruciale considerare che questi adolescenti, spesso privi della maturità emotiva e delle competenze necessarie per gestire situazioni di conflitto, si trovano a fronteggiare momenti di intensa rabbia o frustrazione con un’arma in mano. 

La loro incapacità di gestire la collera, unita alla presenza di un oggetto potenzialmente letale, può condurre a conseguenze tragiche, amplificando il rischio di aggressioni e violenze.

In questa delicata fase di sviluppo, i ragazzi sono particolarmente vulnerabili e influenzabili. L’idea di doversi proteggere con un coltellino può derivare da una sensazione di insicurezza, ma è fondamentale interrogarsi sulle radici di tale paura. È necessario un intervento educativo che promuova la risoluzione pacifica dei conflitti e insegni ai giovani a gestire le proprie emozioni, evitando di ricorrere alla violenza come unica via di uscita.

Pertanto, è imperativo che la società, le istituzioni educative e le famiglie collaborino per creare un ambiente sicuro, in cui gli adolescenti possano esprimere le proprie paure e vulnerabilità senza ricorrere a strumenti di offesa. Solo così si potrà sperare di spezzare il circolo vizioso di violenza e paura che attanaglia le nuove generazioni».

L’immagine in evidenza è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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