di Tiziana Mazzaglia
Ci sono furti che sottraggono oggetti e altri che sembrano portare via, insieme a ciò che scompare, un frammento della memoria di una città. È quello che è accaduto a Messina, dove nella sera di Ferragosto alcune opere attribuite ad Antonello da Messina sono state trafugate dal Museo Regionale Interdisciplinare, il MuMe, proprio nella città che diede i natali a uno dei grandi protagonisti del Rinascimento italiano. Un episodio che colpisce non soltanto per il valore delle opere coinvolte, ma per ciò che rappresentano: un patrimonio che attraversa i secoli, sopravvive alle guerre, ai terremoti, alle trasformazioni delle città e arriva fino a noi perché qualcuno, generazione dopo generazione, se ne è preso cura. Poi, a volte, bastano pochi minuti perché quella continuità venga interrotta. Secondo le prime ricostruzioni, i ladri sarebbero entrati attraverso un accesso laterale del museo e alcune delle opere inizialmente sottratte sarebbero state successivamente abbandonate e recuperate. Le modalità esatte del furto, così come eventuali responsabilità o falle nel sistema di protezione, dovranno naturalmente essere accertate dalle indagini. Ma c’è un elemento che rende questa vicenda particolarmente interessante anche dal punto di vista scientifico e tecnico: nel museo erano presenti sistemi di allarme, videosorveglianza e personale di custodia. Ed è proprio da qui che nasce una domanda che va oltre il caso di Messina: quanto sono davvero sicure le opere custodite nei nostri musei? Immaginiamo per un momento una sala museale quando le porte si chiudono e l’ultimo visitatore se ne va. Le luci cambiano, gli spazi diventano silenziosi, ma la protezione delle opere non si ferma. Telecamere, sensori, sistemi antintrusione, controllo degli accessi, porte e finestre protette continuano a sorvegliare ciò che durante il giorno migliaia di persone possono osservare a pochi centimetri di distanza. Potrebbe sembrare sufficiente. In realtà la sicurezza museale è molto più complessa e non coincide semplicemente con il numero delle telecamere installate. È una disciplina basata sull’analisi del rischio e sulla costruzione di diversi livelli di protezione che devono funzionare insieme. Un museo può essere immaginato come una serie di cerchi concentrici: il primo è rappresentato dall’esterno dell’edificio e dal suo perimetro, poi vengono gli ingressi e le possibili vie di accesso, gli ambienti interni, le singole sale e infine l’opera stessa. Ogni cerchio dovrebbe aggiungere una barriera alla precedente. Se qualcuno supera il perimetro, dovrebbe essere rilevato all’ingresso; se riesce ad accedere a una sala, altri sistemi dovrebbero individuarne i movimenti anomali; se tenta di spostare o manipolare un’opera, possono intervenire sensori, ancoraggi, teche o dispositivi specificamente collegati all’oggetto. Ma la tecnologia, per quanto sofisticata, rappresenta soltanto una parte della sicurezza. Un allarme che suona deve essere ricevuto da qualcuno, interpretato correttamente e seguito da una risposta. Una telecamera può registrare perfettamente ciò che sta accadendo, ma se nessuno vede quelle immagini nel momento necessario può trasformarsi da strumento di prevenzione in semplice testimone di ciò che è già successo. È qui che la componente umana diventa fondamentale. Custodi, addetti alla sicurezza, responsabili delle sale, tecnici e dirigenti fanno parte dello stesso sistema delle telecamere e dei sensori. Formazione, turnazione, protocolli di emergenza, controllo degli accessi, manutenzione periodica degli impianti e capacità di reagire rapidamente a una segnalazione sono elementi essenziali quanto la tecnologia. ICOM Italia, insieme al Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, ha dedicato alla sicurezza anticrimine nei musei specifiche indicazioni che insistono proprio sull’analisi dei rischi, sulla prevenzione, sulle misure di contrasto, sulla protezione delle opere, sulla manutenzione degli impianti e sul controllo di tutte le persone che possono accedere agli ambienti museali. Perché in un museo non entrano soltanto visitatori: ci sono restauratori, tecnici, fornitori, trasportatori, manutentori e operatori esterni, e ogni accesso deve essere inserito in un’organizzazione della sicurezza capace di sapere chi può trovarsi in un determinato luogo e in quale momento. La scienza della conservazione, inoltre, insegna che proteggere un’opera significa molto più che impedirne il furto. Un dipinto, una scultura, un manoscritto o un reperto archeologico possono essere danneggiati lentamente e silenziosamente anche dall’ambiente che li circonda. Temperatura e umidità non adeguate possono alterare i materiali, la luce può deteriorare pigmenti e supporti, l’acqua e gli incendi possono distruggere in pochi minuti ciò che è sopravvissuto per secoli, mentre terremoti, vibrazioni, movimentazioni scorrette e persino il comportamento dei visitatori rappresentano ulteriori fattori di rischio. Per questo oggi si parla sempre più di conservazione preventiva: non aspettare che il danno si verifichi per intervenire, ma studiare in anticipo tutto ciò che potrebbe provocarlo e ridurne la probabilità. Lo stesso principio vale per i furti. La sicurezza moderna non promette l’impossibile rischio zero, ma cerca di rendere progressivamente più difficile un’azione criminale e, contemporaneamente, sempre più rapida la sua individuazione. Le nuove tecnologie stanno ampliando enormemente queste possibilità. Sensori capaci di rilevare spostamenti minimi, sistemi elettronici di controllo degli accessi, dispositivi applicati alle teche, analisi automatizzata delle immagini e software in grado di riconoscere comportamenti o movimenti anomali possono affiancare la sorveglianza tradizionale. Ma più cresce la tecnologia, più diventa importante che tutti questi strumenti comunichino tra loro. Un museo pieno di dispositivi isolati non è necessariamente più sicuro di un museo dotato di meno strumenti ma inseriti in un sistema ben progettato, costantemente controllato e accompagnato da procedure chiare. Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti che il caso di Messina porta alla luce. La domanda non dovrebbe essere soltanto: c’erano le telecamere? C’era un allarme? C’erano i custodi? La domanda tecnicamente più significativa è un’altra: che cosa è accaduto all’intera catena della sicurezza dal momento dell’eventuale intrusione fino alla scoperta della sottrazione delle opere? Quando è stato generato il primo segnale? Chi avrebbe dovuto riceverlo? Quali procedure erano previste? Quali sistemi proteggevano direttamente le opere? Sono interrogativi ai quali potranno rispondere soltanto le indagini e gli accertamenti tecnici, ed è importante non trasformarli in conclusioni prima che i fatti siano chiariti. C’è poi un’altra particolarità dei furti d’arte: più un’opera è famosa, più diventa difficile venderla apertamente. Un capolavoro conosciuto, fotografato, catalogato e inserito nelle banche dati internazionali non può comparire facilmente in una vendita pubblica senza attirare immediatamente l’attenzione. Per questo gli investigatori specializzati nella tutela del patrimonio culturale lavorano non soltanto sul territorio, ma anche sulle reti attraverso cui le opere possono essere nascoste, trasferite o immesse nei circuiti illeciti. Nel caso di Messina spetterà agli inquirenti stabilire quale fosse l’obiettivo del furto e se dietro l’azione vi fosse una committenza o un’altra destinazione; ogni ipotesi, fino a quando non sarà sostenuta dalle indagini, deve rimanere tale. Rimane però qualcosa che nessuna indagine potrà quantificare completamente: il valore culturale di ciò che viene sottratto. Il prezzo di mercato può forse essere stimato, ma un’opera d’arte non coincide con il suo prezzo. È il luogo dal quale proviene, la storia che ha attraversato, le persone che l’hanno osservata, studiata e restaurata, il rapporto che ha costruito con una città. Quando un’opera scompare da un museo non viene sottratto soltanto un bene materiale: si interrompe il rapporto tra quell’oggetto e la comunità che lo custodisce. Ed è forse questa la lezione più importante che arriva dal furto di Messina. La tutela del patrimonio non può iniziare quando un allarme suona né quando le immagini di una telecamera mostrano qualcuno che si allontana. Deve cominciare molto prima, nell’analisi dei rischi, nella manutenzione, nella formazione del personale, nella ricerca scientifica, nella tecnologia e soprattutto nella consapevolezza che ciò che un museo custodisce non appartiene soltanto al presente. Un’opera arrivata fino a noi dopo cinquecento anni ci è stata, in qualche modo, soltanto affidata. Proteggerla significa fare in modo che possa continuare il suo viaggio anche quando noi non ci saremo più.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
