di Tiziana Mazzaglia
Roma è spesso raccontata attraverso i suoi imperatori, i papi, i condottieri, i senatori, i grandi artisti e i potenti che ne hanno attraversato i secoli, ma chi conosce davvero la città sa che la sua storia più profonda, quella che pulsa sotto i sampietrini e sotto le rovine, non è soltanto una storia di uomini: è anche una storia di donne, di figure che hanno generato miti, custodito culti, influenzato dinastie, cambiato il corso della politica, acceso la devozione popolare, protetto i deboli, animato i salotti culturali, riempito le pagine dei romanzi, il grande schermo e l’immaginario collettivo; ed è proprio osservando Roma dal punto di vista femminile che la Città Eterna smette di essere soltanto una capitale del potere e diventa un organismo vivo, complesso, sensuale, spirituale, feroce e materno, perché Roma, prima ancora di essere una città, è stata un’idea, e quell’idea porta in sé una genealogia femminile che inizia con il mito di Rea Silvia, la vestale di Alba Longa che la leggenda vuole madre di Romolo e Remo, una figura sospesa tra sacralità e violenza, tra destino imposto e maternità fondativa, quasi a suggerire che la nascita stessa di Roma non sia un atto puramente eroico o militare, ma un’origine attraversata da un corpo di donna, da un grembo che genera il conflitto e insieme la civiltà; e non è un caso che accanto a lei, quasi subito, emergano le Vestali, sacerdotesse del fuoco sacro di Vesta, donne sottratte alla famiglia per appartenere allo Stato, custodi di una fiamma che non doveva spegnersi perché il suo spegnersi avrebbe significato la fine simbolica della città, privilegiate e temute, libere in un mondo che non concedeva libertà femminile, capaci persino di ottenere la grazia per un condannato incontrato lungo la via, prova vivente del fatto che nella Roma antica il potere femminile, pur raramente ufficiale, sapeva assumere forme rituali e istituzionali di impressionante forza; e se si passa dal mito alla Repubblica, una delle figure più luminose è Cornelia Africana, figlia di Scipione l’Africano e madre dei Gracchi, celebrata come modello di matrona romana ma in realtà molto più di un semplice emblema morale, donna colta, raffinata, politicamente influente, capace di trasformare la maternità in progetto civile, di fare dell’educazione dei figli una forma di intervento sulla storia, e ancora oggi la frase che la tradizione le attribuisce, “Questi sono i miei gioielli”, pronunciata indicando i figli invece delle ricchezze, resta una delle più potenti sintesi dell’etica romana, anche se dietro quell’immagine si intravede una personalità assai più complessa, una donna che partecipava alla costruzione di una cultura politica e familiare destinata a cambiare il destino della Repubblica; poi arriva l’età imperiale, e con essa si impone una figura che nessuna narrazione su Roma dovrebbe trascurare: Livia Drusilla, moglie di Augusto, la donna che seppe accompagnare e forse in parte dirigere il passaggio dalla crisi repubblicana alla stabilità del Principato, una presenza elegante, gelida, abilissima, circondata da sospetti e da maldicenze che la storiografia antica, spesso feroce verso le donne ambiziose, trasformò in una sorta di grande manipolatrice, ma che la storiografia moderna tende a rileggere come una statista informale, una first lady ante litteram, capace di comprendere che il potere a Roma non si esercitava solo nei senati e nelle legioni, ma anche nelle camere private, nelle successioni, nelle alleanze dinastiche, nei silenzi e nei gesti calibrati; e dopo Livia, in una galleria di donne che sembrano uscite da una tragedia classica, spicca Agrippina Minore, sorella di Caligola, moglie di Claudio, madre di Nerone, figura magnetica e terribile, a lungo raccontata come simbolo di eccesso e intrigo, ma che al di là delle deformazioni moralistiche resta una delle intelligenze politiche più acute dell’antichità romana, capace di muoversi in una corte violenta e spietata con una lucidità tale da ottenere onori e visibilità senza precedenti per una donna, quasi una co-reggente dell’Impero, emblema di quanto la paura maschile abbia spesso trasformato la competenza femminile in scandalo; e accanto a lei vale la pena ricordare anche Plotina, moglie di Traiano, meno teatrale ma importantissima, figura di sobrietà e misura, consigliera ascoltata, donna rispettata per il rigore morale e per l’influenza esercitata nella successione che portò Adriano al potere, esempio di un altro tipo di autorità femminile, meno appariscente ma non meno incisiva, quella che agisce come coscienza e mediazione in un mondo dominato dalla forza; quando poi Roma cambia pelle e da capitale pagana si avvia a diventare cuore della cristianità, emerge Sant’Elena, madre di Costantino, figura avvolta nella devozione e nella leggenda, legata alla tradizione del ritrovamento della Vera Croce e al consolidamento di una geografia sacra che ridefinisce il rapporto tra Roma e il mondo, donna che contribuisce a trasformare l’immaginario urbano, non più soltanto città del foro e del trionfo, ma anche città delle reliquie, dei pellegrinaggi, della memoria sacra, passaggio fondamentale che segna per secoli il volto spirituale della capitale; in questa stessa Roma cristiana, secoli dopo, una delle figure più amate dai romani sarà Santa Francesca Romana, nobildonna vissuta tra XIV e XV secolo, in anni di crisi, pestilenze, disordini e povertà, capace di fare della carità una forma altissima di governo morale, assistendo i malati, i poveri, gli abbandonati, trasformando la fede in gesto concreto e urbano, non in contemplazione astratta, diventando così una santa profondamente romana, perché la sua santità nasce dal contatto diretto con la città reale, con le sue ferite, con le sue strade, con la sua umanità più vulnerabile; e se si parla di donne decisive per Roma, anche quando non vi nacquero, è impossibile non evocare Caterina da Siena, che con una forza spirituale e politica impressionante intervenne nel drammatico ritorno del papato da Avignone a Roma, contribuendo a restituire alla città il suo ruolo di centro della cristianità latina, parlando a papi e potenti con un’autorità che sfida ogni schema medievale, e la sua presenza a Roma, dove morì nel 1380 e dove il suo culto rimase fortissimo, la rende una delle grandi artefici simboliche del destino cittadino; poi arriva il Rinascimento, e Roma si trasforma in una scena teatrale di palazzi, corti, cardinali, ambasciatori, artisti e scandali, e in questo palcoscenico le donne, spesso ridotte dalla vulgata a comparse seduttive, in realtà agiscono come nodi politici e dinastici di enorme rilievo: Giulia Farnese, per esempio, passata alla leggenda come “la bella”, non fu soltanto una favorita legata alla corte di Alessandro VI, ma una figura inserita nel grande meccanismo dell’ascesa dei Farnese, famiglia che avrebbe lasciato a Roma palazzi, collezioni, mecenatismo e potere; e accanto a lei, Lucrezia Borgia, per lungo tempo vittima di una narrazione nera e sensazionalistica, rappresenta una delle donne più emblematiche della Roma rinascimentale, perché la sua immagine rivela quanto spesso la storia abbia usato il corpo femminile come schermo per proiettare paure, desideri e ossessioni del potere; ma il Rinascimento e il Barocco romani ci consegnano anche una figura di statura immensa come Artemisia Gentileschi, pittrice straordinaria, donna che seppe imporsi in un ambiente dominato dagli uomini, trasformando una biografia dolorosa segnata dalla violenza subita e dal celebre processo contro Agostino Tassi in una forza artistica capace di lasciare opere di intensità drammatica assoluta, e oggi Artemisia è non solo simbolo di riscatto femminile, ma una delle massime interpreti del Seicento europeo, presenza irrinunciabile per comprendere la Roma delle botteghe, dei mecenati, dei contrasti caravaggeschi e di una bellezza sempre attraversata dall’ombra; nel Seicento romano si impone anche una figura affascinante e fuori schema come Cristina di Svezia, regina senza regno, intellettuale irrequieta, convertita al cattolicesimo, arrivata a Roma dopo l’abdicazione e capace di fare della città un laboratorio culturale europeo, aprendo salotti, proteggendo artisti e musicisti, promuovendo scambi intellettuali, incarnando una modernità sorprendente, quasi una donna venuta da un altro mondo per usare Roma non solo come capitale della religione, ma come capitale dell’intelligenza e della conversazione; e quando il XIX secolo scuote la città con il Risorgimento e con la breve, intensa esperienza della Repubblica Romana del 1849, emerge una figura come Cristina Trivulzio di Belgiojoso, non romana di nascita ma profondamente presente nella vicenda della città, patriota, giornalista, intellettuale, organizzatrice, donna di straordinaria energia che nella Roma assediata si occupò di ospedali, feriti, assistenza, mostrando come anche nel momento in cui la città tornava a essere teatro di battaglie per la libertà le donne sapessero assumere ruoli essenziali e concretissimi, ben oltre il semplice sostegno morale; e se dall’Ottocento si passa al Novecento, Roma cambia ancora volto, si fa capitale del Regno, poi della Repubblica, ma soprattutto si fa immagine, voce, cinema, letteratura, e qui appare inevitabile Anna Magnani, forse la donna che più di ogni altra ha incarnato Roma nel sentimento collettivo moderno, attrice immensa, viscerale, irripetibile, capace di fondere il dialetto, la rabbia, la tenerezza, la sensualità e la disperazione in una presenza scenica che è già di per sé una definizione della città; basta pensare alla corsa disperata in Roma città aperta di Roberto Rossellini, una delle sequenze più celebri della storia del cinema mondiale, o alle sue interpretazioni in Bellissima di Luchino Visconti e in Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini, per capire come il volto femminile di Roma nel Novecento non sia stato solo politico o sociale, ma anche cinematografico, emotivo, quasi mitologico, perché con Magnani Roma non è più soltanto scenario: diventa carne, voce, ferita, dignità, popolo; e accanto a lei, in una costellazione di donne che hanno reso Roma capitale dell’immaginario, brillano Monica Vitti, con la sua modernità inquieta e ironica che attraversa la Roma esistenziale di Michelangelo Antonioni e quella più brillante della commedia italiana, e Franca Valeri, intelligenza satirica raffinatissima, capace di smontare ruoli, stereotipi e convenzioni di genere in una Roma borghese e teatrale che grazie a lei imparava a guardarsi allo specchio con ironia; ma Roma è stata anche la città delle grandi scrittrici che hanno saputo raccontarne l’anima nascosta, e tra queste spicca Elsa Morante, che con La Storia ha consegnato alla letteratura una Roma devastata dalla guerra, popolare, affamata, materna e crudele, una città osservata non dall’alto dei monumenti ma dal basso delle case, delle madri, dei bambini, dei corpi vulnerabili, mentre Natalia Ginzburg, pur non romana in senso stretto, ha fatto della Roma intellettuale e civile del secondo Novecento uno dei suoi luoghi fondamentali, contribuendo a costruire una coscienza pubblica in cui la voce femminile non fosse più un’eccezione ma un presidio morale; e naturalmente, se si guarda alla Roma istituzionale della Repubblica, non si possono ignorare figure come Nilde Iotti e Tina Anselmi, donne che hanno inciso profondamente sulla vita politica della capitale e dell’Italia intera, la prima come simbolo altissimo del Parlamento e della maturazione democratica del Paese, la seconda come esempio di rigore, coraggio e servizio pubblico, a dimostrazione che la Roma del potere, per secoli quasi esclusivamente maschile, nel Novecento ha finalmente iniziato ad assumere anche un volto femminile capace di guidare, vigilare, riformare; eppure, al di là dei nomi celebri, la vera grande storia delle donne di Roma è forse quella più silenziosa e più diffusa, quella delle monache che nei monasteri conservavano saperi medici e farmacologici, delle speziale che preparavano rimedi, delle levatrici che accompagnavano la nascita, delle popolane dei mercati e dei rioni, delle nobildonne mecenati, delle benefattrici, delle maestre, delle infermiere, delle attrici, delle giornaliste, delle libraie, delle partigiane, delle donne che durante l’occupazione e la guerra hanno tenuto in piedi famiglie, quartieri, memorie, perché Roma, come tutte le grandi città, non è fatta soltanto dai suoi monumenti o dai suoi grandi nomi, ma da una trama fittissima di presenze femminili che l’hanno nutrita, protetta, interpretata e spesso salvata; raccontare dunque le donne più importanti nella storia di Roma significa riconoscere che la città eterna non è stata soltanto costruita dai vincitori, ma anche dalle custodi, dalle madri, dalle consigliere, dalle sante, dalle artiste, dalle ribelli, dalle attrici e dalle intellettuali, e significa restituire alla storia una verità troppo a lungo nascosta: che Roma, in fondo, è sempre stata anche una città di donne, e che forse la sua vera eternità risiede proprio in questa capacità tutta femminile di sopravvivere al tempo trasformandolo in memoria, bellezza e destino.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
