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Il lupo non ha mai raccontato la sua storia

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Per oltre tre secoli abbiamo ascoltato la stessa voce. Quella di Cappuccetto Rosso. Quella della nonna. Quella del cacciatore. Il lupo, invece, è rimasto in silenzio. O forse ha provato a parlare, ma nessuno era disposto ad ascoltarlo. È curioso come una delle fiabe più conosciute al mondo sia anche una delle più unilaterali. Sappiamo chi è il cattivo prima ancora che apra bocca. Lo riconosciamo dal pelo, dai denti, dagli occhi. Lo riconosciamo perché qualcuno, molto tempo fa, ci ha insegnato che il lupo è il male. Eppure la storia non è nata così come la conosciamo. Prima di diventare una fiaba per bambini, Cappuccetto Rosso era un racconto popolare tramandato oralmente nei villaggi europei. Era una storia dura, inquietante, raccontata agli adulti molto prima che ai bambini. Fu Charles Perrault, nel 1697, a darle la sua prima forma scritta. In quella versione il lupo mangia la nonna, mangia Cappuccetto Rosso e la storia finisce lì. Nessun cacciatore. Nessun lieto fine. Solo una morale severa: diffidare di chi si presenta con modi gentili, perché il pericolo spesso indossa il volto della seduzione. Più di un secolo dopo, nel 1812, i fratelli Grimm decisero di cambiare il finale. Comparve il cacciatore, la bambina e la nonna vennero salvate, il lupo morì. La fiaba divenne educativa, rassicurante, adatta all’infanzia. Ma una cosa rimase immutata: il lupo continuò a non avere una voce. Ed è qui che nasce una domanda tanto semplice quanto scomoda. E se la storia fosse raccontata dal lupo? Non per assolverlo. Non per trasformare il cattivo in vittima. Ma per ricordarci che ogni storia cambia profondamente quando cambia il narratore. La psicologia conosce bene questo meccanismo. Daniel Kahneman lo descrive attraverso il bias di conferma: una volta che ci convinciamo di qualcosa, il nostro cervello seleziona automaticamente le informazioni che confermano quella convinzione e tende a ignorare tutto ciò che la mette in discussione. Se il lupo è il cattivo, ogni suo gesto diventa inevitabilmente la prova della sua cattiveria. Anche Carl Gustav Jung, con il concetto di Ombra, ci invita a guardare oltre la superficie. Il lupo potrebbe rappresentare quella parte di noi che preferiamo non vedere: l’istinto, la paura, l’aggressività, il desiderio. Tutto ciò che rifiutiamo di riconoscere in noi stessi finisce spesso per essere proiettato sugli altri. La sociologia aggiunge un altro tassello. Erving Goffman spiegava come interpretiamo la realtà attraverso cornici che orientano il nostro giudizio. Se una persona viene presentata come colpevole, tenderemo a leggere ogni suo comportamento alla luce di quell’etichetta. È lo stesso rischio che corriamo ogni giorno nei social network. Bastano un titolo, un video di pochi secondi o una frase estrapolata dal contesto perché qualcuno venga trasformato nel lupo della situazione. Paolo Crepet ricorda spesso che comprendere non significa giustificare e che ascoltare è il primo passo per capire la complessità umana. Anche il criminologo Massimo Picozzi sottolinea come il suo lavoro non sia cercare mostri, ma ricostruire storie. Comprendere non cancella la responsabilità, ma impedisce di ridurre una persona a un’etichetta. Forse il lupo avrebbe raccontato la fame, la paura o l’istinto. Forse avrebbe mentito. Forse avrebbe confermato ogni accusa. Ma nessuno glielo ha mai chiesto. Ed è qui che la fiaba incontra il giornalismo. Un buon giornalista ascolta Cappuccetto Rosso, la nonna, il cacciatore e infine bussa anche alla tana del lupo. Non perché il lupo abbia necessariamente ragione, ma perché la verità nasce dalla verifica delle fonti e dal confronto tra le versioni. Forse il lupo resterebbe comunque il colpevole. Ma una società che rinuncia ad ascoltare anche la sua voce smette di cercare la verità e comincia soltanto a cercare conferme. Forse la vera lezione di Cappuccetto Rosso non riguarda il lupo, né la bambina, né il cacciatore. Parla di noi. Di quanto siamo disposti ad ascoltare una storia solo finché conferma ciò che abbiamo già deciso di credere. Perché ogni fiaba ha bisogno di un cattivo. Ma ogni società ha bisogno, prima ancora, del coraggio di ascoltare anche chi quel ruolo lo porta addosso. E forse il lupo, dopo più di trecento anni, non aspetta di essere assolto. Aspetta semplicemente di essere ascoltato.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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