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Il fascino dell’aldilà e il rischio della mente

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Lo spiritismo continua a esercitare un’attrazione profonda perché tocca una delle domande più antiche e inquietanti dell’umanità: se la morte sia davvero una fine o soltanto una soglia. Dietro il tavolino che si muove, dietro la tavola Ouija, dietro le sedute medianiche che dall’Ottocento ai giorni nostri hanno popolato salotti borghesi, case private e perfino programmi televisivi, non c’è soltanto il gusto del mistero, ma il desiderio struggente di colmare un’assenza, di dare una voce al lutto, di trasformare il silenzio dei morti in una risposta. È per questo che lo spiritismo non può essere liquidato con superficialità, perché parla una lingua antica, quella della perdita, della paura e della speranza. Nel 1848 le sorelle Fox negli Stati Uniti diedero origine al grande movimento spiritista moderno sostenendo di comunicare con un presunto spirito attraverso colpi sulle pareti della loro casa, e in pochi anni l’Europa fu travolta da una vera febbre medianica; in Francia Allan Kardec sistematizzò il fenomeno in una dottrina, mentre in Italia la medium Eusapia Palladino divenne un caso internazionale studiato da scienziati, medici e intellettuali. Già allora si aprì la domanda che ancora oggi inquieta psicologi e psichiatri: ciò che accade durante una seduta appartiene davvero all’aldilà oppure ai territori più profondi e fragili della mente? La scienza contemporanea non considera automaticamente patologica ogni esperienza insolita o spirituale, ma distingue con attenzione tra vissuti simbolici, culturali o religiosi e fenomeni che compromettono il benessere psichico. Sentire la presenza di una persona amata appena scomparsa, sognarla in modo vivido, percepire un segno in un momento di grande dolore può rientrare nell’elaborazione del lutto e non rappresenta necessariamente un disturbo; molti studi internazionali sottolineano che una quota significativa di persone in lutto riferisce almeno un’esperienza soggettiva di presenza del defunto, e in alcune ricerche cliniche la percentuale oscilla tra il 30% e oltre il 60% a seconda dei contesti osservati. Il problema nasce quando il bisogno di contatto non aiuta a superare il dolore ma lo congela, quando la seduta spiritica diventa una dipendenza emotiva, quando ogni scelta quotidiana viene delegata a messaggi ricevuti dall’aldilà e la persona smette di vivere nel presente. In questi casi il rito non accompagna più il lutto, ma lo trasforma in una stanza chiusa. La psicologia spiega molti fenomeni medianici attraverso la suggestione e l’effetto ideomotorio, cioè quei micro-movimenti inconsci che possono far scorrere un bicchiere su una tavola Ouija o far oscillare un pendolo senza che i partecipanti se ne rendano conto; questo non significa che l’esperienza sia finta nel senso banale del termine, perché per chi la vive essa è spesso autentica, intensa, perfino sconvolgente. È proprio questo il punto più affascinante e insieme più pericoloso: la mente può produrre fenomeni reali sul piano percettivo ed emotivo senza che la persona li riconosca come propri. Carl Gustav Jung, già nella sua tesi del 1902 sui cosiddetti fenomeni occulti, intuì che certe manifestazioni attribuite agli spiriti potevano essere lette come contenuti dissociati dell’inconscio, immagini autonome, frammenti psichici vissuti come presenze esterne. Oggi la psichiatria usa parole più precise: dissociazione, trance, automatismi, vulnerabilità psicotica, pensiero magico, stati alterati di coscienza. Alcune pratiche spiritiche, soprattutto se ripetute e rinforzate da gruppi molto suggestivi, possono favorire in soggetti fragili esperienze di depersonalizzazione, derealizzazione, perdita di controllo, convinzioni persecutorie o interpretazioni deliranti. Non significa che chiunque partecipi a una seduta spiritica sviluppi un disturbo mentale, ma significa che in presenza di predisposizioni psicologiche lo spiritismo può diventare un amplificatore. Gli studi epidemiologici sui disturbi mentali mostrano che circa una persona su otto nel mondo convive con una condizione di salute mentale clinicamente rilevante secondo le stime diffuse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e questo dato ricorda quanto sia ampia la fascia di vulnerabilità in cui credenze intense, rituali ripetitivi e contesti manipolativi possono inserirsi. Il rischio maggiore non è la fede in una dimensione spirituale, ma la perdita del senso critico: quando una presenza diventa una persecuzione, quando una voce interiore viene interpretata come comando esterno, quando la paura di spiriti, maledizioni o possessioni domina il sonno, le relazioni e il lavoro, quando un medium diventa l’unica autorità a cui affidare decisioni, cure e denaro. In questi casi il confine tra esperienza simbolica e sofferenza psichica si fa drammaticamente sottile. Esiste anche un lato etico che raramente viene raccontato con sufficiente coraggio: le persone in lutto, depresse, ansiose o traumatizzate sono spesso più esposte allo sfruttamento da parte di sedicenti sensitivi, guaritori o operatori dell’occulto che attribuiscono ogni sofferenza a entità, negatività o presunte presenze, allontanando talvolta chi soffre da psicologi e psichiatri. Qui il mistero non consola più, ma diventa un dispositivo di dipendenza. La psichiatria moderna, però, invita anche a non ridicolizzare tutto ciò che è insolito: il criterio decisivo non è se una persona crede o no negli spiriti, ma quanto quell’esperienza altera la sua libertà, il suo funzionamento quotidiano, la sua capacità di mantenere relazioni sane e un rapporto stabile con la realtà. Se l’esperienza è episodica, non genera terrore, non isola, non domina la vita, può restare nella sfera del simbolico o della spiritualità personale; se invece produce insonnia persistente, ansia intensa, ritiro sociale, spese compulsive in consulti esoterici, dipendenza da rituali, voci invasive o convinzioni persecutorie, allora è prudente chiedere aiuto professionale. Lo spiritismo sopravvive perché dà una forma narrativa al dolore e all’assenza, perché ci permette di immaginare che l’amore non finisca con la morte, ma proprio per questo va avvicinato con lucidità. Il mistero può avere una funzione simbolica, persino consolatoria, ma quando si insinua nelle crepe della sofferenza e prende il posto della realtà, può trasformarsi in una trappola mentale. In fondo il fascino dell’aldilà nasce dal nostro rifiuto di accettare il silenzio definitivo, mentre il rischio della mente nasce dal fatto che, nel dolore, l’essere umano è capace di evocare non solo speranze, ma anche paure che sembrano più forti della ragione. Ed è forse proprio qui che si trova il vero equilibrio: lasciare spazio al mistero senza consegnargli il governo della propria vita, ascoltare il bisogno di senso senza smettere di proteggere la propria salute mentale, perché non tutto ciò che consola cura, e non tutto ciò che appare come un segno arriva davvero dall’aldilà.

 

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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