di Tiziana Mazzaglia
Una scacchiera davanti al mare, il vento che sembra portare con sé il peso del tempo e, seduti uno di fronte all’altro, un uomo e la Morte. È una delle immagini più indimenticabili de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Il cavaliere Antonius Block sa che non può sottrarsi per sempre al proprio destino, ma decide di giocare. Una partita a scacchi per guadagnare tempo, forse per capire, forse soltanto per continuare a cercare un senso. È difficile pensare a un’immagine più potente per raccontare ciò che gli scacchi rappresentano davvero: non soltanto un gioco, ma un confronto con la scelta, con l’attesa, con il rischio, con l’errore e con la capacità di ricominciare da una posizione nuova. Davanti a una scacchiera non si muove mai soltanto un pezzo. Si prende una decisione. E ogni decisione apre possibilità, ne chiude altre, costringe a immaginare ciò che potrebbe accadere dopo. Forse è anche per questo che gli scacchi continuano ad affascinare generazioni tanto diverse. In un tempo veloce, spesso dominato dall’immediatezza e dalla distrazione, chiedono il contrario: silenzio, attenzione, pazienza. Invitano a guardare prima di agire, a considerare il punto di vista dell’altro, a prevedere una risposta. E insegnano una cosa molto umana: non sempre possiamo cancellare un errore, ma possiamo ancora scegliere che cosa fare dopo. Dentro questa storia universale esiste anche una pagina profondamente italiana, e in particolare siciliana. La Sicilia ha infatti lasciato un segno importante nella teoria degli scacchi attraverso quella che oggi chiamiamo Difesa Siciliana, una delle risposte più celebri e combattive del Nero all’apertura del Bianco con il pedone di Re. La sequenza è semplice da descrivere: il Bianco apre con 1.e4 e il Nero risponde con 1…c5, avanzando il pedone che si trova davanti all’alfiere di Donna. Ma dietro quelle due mosse apparentemente essenziali si nasconde un’idea molto precisa: non limitarsi a difendersi, ma creare subito uno squilibrio, cercare spazio, controgioco, iniziativa. La Difesa Siciliana è diventata nei secoli una delle armi più ambiziose a disposizione del Nero. È stata studiata, trasformata, arricchita e utilizzata da moltissimi grandi campioni, proprio perché consente di affrontare la partita senza accontentarsi di una posizione passiva. È una scelta che porta con sé una filosofia precisa: accettare la complessità, entrare nel rischio con consapevolezza, costruire possibilità invece di aspettare che siano gli altri a imporre il ritmo del gioco. Per comprendere davvero quanto quella storia sia legata alla Sicilia bisogna tornare alla sua atmosfera rinascimentale. Sotto i viceré spagnoli l’isola era un crocevia del Mediterraneo, luogo di potere ma anche di scambi culturali, e gli scacchi godevano di un prestigio particolare. Non erano considerati un passatempo affidato alla fortuna: erano il gioco dell’ingegno, della disciplina, della previsione. Nelle corti diventavano quasi un segno di distinzione intellettuale, una sfida nella quale mostrarsi capaci di dominare non il caso, ma se stessi e il pensiero dell’avversario. In quel mondo si affermarono figure destinate a diventare leggendarie, come il siracusano Paolo Boi, conteso dalle corti europee, mentre in Italia la cultura scacchistica viveva una stagione di straordinaria vitalità. Anche il modo di raccontare una partita era molto diverso dal nostro. Le coordinate che oggi sembrano inseparabili dagli scacchi – e4, c5, f3 – non esistevano ancora nella forma moderna. Le mosse venivano descritte con parole, quasi fossero pagine di un racconto: il pedone del Re avanzava, il Cavallo raggiungeva la sua casa, la Torre diventava il ‘Rocco’. Nei trattati di Carrera e degli altri studiosi la teoria non appariva come una successione fredda di simboli, ma come una narrazione ragionata del duello sulla scacchiera. È un dettaglio suggestivo perché avvicina ancora di più gli scacchi alla letteratura: prima di diventare formule da memorizzare, le partite erano storie da raccontare. In Sicilia era inoltre diffuso il gioco cosiddetto ‘alla rabiosa’, legato all’affermazione delle nuove possibilità di movimento della Donna e dell’Alfiere che avrebbero dato forma agli scacchi moderni. Cambiava il ritmo stesso della partita: il gioco diventava più rapido, aggressivo, ricco di possibilità tattiche. In questo clima di sperimentazione, immaginare una risposta asimmetrica come …c5 significava anche mettere in discussione una consuetudine. Per lungo tempo, infatti, alla spinta del pedone di Re del Bianco si rispondeva quasi naturalmente con la stessa spinta del Nero. Rompere quella simmetria significava scegliere una strada meno convenzionale e più dinamica. Quando si parla delle origini di questa apertura, il nome che emerge con forza è quello di don Pietro Carrera, sacerdote, studioso e teorico siciliano. Nel 1617, a Militello, pubblicò Il gioco de gli scacchi, un’opera fondamentale nella storia della disciplina. Carrera contribuì in modo decisivo allo studio della sequenza che oggi riconosciamo come Difesa Siciliana, inserendola in una riflessione più ampia sulle aperture e sulla strategia. È più corretto considerarlo uno dei grandi padri teorici di questa difesa, piuttosto che attribuirgli in modo assoluto un’invenzione che la storia degli scacchi rende più complessa. Ma resta un fatto affascinante: nel cuore della Sicilia del Seicento, qualcuno stava già ragionando su una struttura di gioco che sarebbe arrivata fino ai grandi tornei dell’età contemporanea. Ed è forse questo uno degli aspetti più sorprendenti degli scacchi: una mossa può attraversare i secoli. Un pedone spinto da c7 a c5 può unire una stanza del Seicento, un trattato antico, i tavoli dei grandi maestri e le partite di oggi giocate in presenza o davanti a uno schermo. La scacchiera resta la stessa, ma cambia continuamente il modo di pensarla. Ogni generazione eredita idee, le mette alla prova, le modifica e le restituisce a quella successiva. Gli scacchi, allora, parlano anche di noi. Parlano della necessità di fermarsi prima di scegliere, della fatica di accettare una conseguenza, del coraggio di cambiare strategia quando il piano iniziale non funziona più. Ci ricordano che non possiamo controllare tutte le mosse dell’altro e che non sempre la posizione sarà quella che avremmo voluto. Ma possiamo ancora osservare, capire, adattarci e cercare la mossa migliore tra quelle rimaste. Nel Settimo sigillo il cavaliere gioca contro la Morte sapendo che il tempo non è infinito. Ed è proprio questo a rendere ogni sua mossa così intensa. Nella vita non vediamo davanti a noi sessantaquattro caselle ordinate, non conosciamo tutte le possibilità e non possiamo calcolare ogni conseguenza. Eppure continuiamo a scegliere. A volte attacchiamo, a volte difendiamo, altre volte rinunciamo a qualcosa per proteggere ciò che conta di più. E forse il valore più profondo degli scacchi sta qui: insegnarci che pensare prima di muovere non significa avere paura, ma dare valore alla scelta. Per approfondire il significato degli scacchi non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche umano, educativo e culturale, ho chiesto un parere al Dott. Antonino Mazzaglia.

In foto il Dott. Antonino Mazzaglia, mio fratello, intento a giocare una partita a Dublino University nel 2025. Vinta!
Dott. Mazzaglia, perché gli scacchi continuano ad affascinare persone di età e generazioni così diverse, nonostante siano un gioco antichissimo?
«A mio parere occorre considerare che gli scacchi sono preferiti sia dai giovanissimi sia dagli anziani. Questo credo che sia un segnale importante: riescono ad attirare fasce di età molto differenti per motivazioni del tutto diverse. I più giovani desiderano affermare la propria capacità di saper coordinare tutti i propri pezzi al fine di vincere la partita; i meno giovani vogliono continuare a giocare a scacchi, nonostante sia difficile, per mettersi alla prova e, perché no, continuare a fare qualcosa che piace, in fondo. Insomma, il gioco è una scommessa con se stessi, alla ricerca della mossa esatta e risolutiva che conduce a una posizione vinta o matematicamente patta.»
Se dovesse spiegare la Difesa Siciliana a una persona che non ha mai studiato teoria scacchistica, come descriverebbe la filosofia che sta dietro a quella prima mossa del Nero?
«La filosofia che sta dietro alla Siciliana è quella secondo cui la migliore difesa è l’attacco, ovviamente l’attacco al centro, per controllare le case importanti e decisive per il prosieguo della partita. Il riferimento è alle varianti della Siciliana più aggressive, come la Najdorf o la variante del pedone avvelenato.»
Infine, qual è la lezione più importante che una persona può imparare davanti a una scacchiera e portare con sé anche quando la partita è finita?
«La lezione più importante dopo una partita a scacchi — questo lo dico sempre ai miei allievi dei corsi scolastici — è saper perdere prima di saper vincere e acquisire, dalle partite perse, tutte le nozioni aggiuntive che non avremmo notato se avessimo vinto subito.»
L’immagine allegata in evidenza è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
