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Risorse affettive e preziosi alleati nel soccorso: l’altra faccia del randagismo

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Ci sono immagini che raccontano molto più di ciò che mostrano. A Licata, in provincia di Agrigento, in questi giorni molto caldi, alcuni cani randagi hanno cercato riparo all’ingresso di un supermercato, sdraiandosi nell’unico spazio in cui riuscivano a trovare un po’ di refrigerio grazie all’aria condizionata. Qualcuno ha apprezzato la scelta di non allontanarli, altri hanno sollevato questioni di igiene e decoro. Ma forse la domanda da porre viene prima di tutte le altre: è dignitoso che nel 2026 un animale domestico debba cercare per strada un luogo in cui sopravvivere al caldo? Il randagismo non dovrebbe essere osservato soltanto come un problema di ordine pubblico, sicurezza o igiene urbana. Dietro ogni cane abbandonato esiste un animale capace di relazione, apprendimento, collaborazione e di costruire con l’essere umano un legame che, in alcuni casi e attraverso percorsi rigorosi, può diventare persino una risorsa sociale. Pensiamo agli Interventi Assistiti con gli Animali, comunemente conosciuti come pet therapy, nei quali il rapporto con l’animale viene inserito all’interno di progetti educativi, terapeutici o assistenziali. Pensiamo ai cani impiegati nella ricerca di persone disperse, nelle operazioni di soccorso, nell’assistenza alle persone con disabilità e in numerose attività nelle quali olfatto, capacità di apprendimento e relazione con l’uomo diventano strumenti preziosi. Non significa, naturalmente, che ogni cane recuperato dalla strada possa essere destinato a queste attività. Sarebbe una semplificazione e, soprattutto, non rispetterebbe il benessere dell’animale. Un cane destinato agli Interventi Assistiti o al soccorso deve possedere caratteristiche comportamentali adeguate, essere in buone condizioni sanitarie, essere valutato da professionisti e seguire un percorso specifico insieme alle persone che lavoreranno con lui. Ma proprio questa possibilità dovrebbe indurci a cambiare prospettiva. Un cane randagio non è un oggetto indesiderato da spostare da un marciapiede: è un essere vivente che, se recuperato, curato, identificato, educato e inserito nel contesto adatto, può ritrovare una famiglia oppure, quando ne possiede le caratteristiche, svolgere attività di grande utilità sociale. La scena di Licata allora può diventare il punto di partenza per una riflessione più ampia. Quei cani distesi davanti a un supermercato non dovrebbero suscitare soltanto tenerezza o alimentare una polemica sui social. Dovrebbero interrogarci sul modo in cui una società sceglie di occuparsi degli animali che dipendono dall’uomo e che dall’uomo, molto spesso, sono stati abbandonati. Prevenire gli abbandoni, favorire sterilizzazione e identificazione, sostenere adozioni responsabili, recuperare gli animali compatibili con la vita familiare e investire in percorsi qualificati per quelli che possiedono attitudini particolari significa non soltanto contrastare il randagismo, ma riconoscere il valore di una relazione antichissima. Perché un cane lasciato oggi a cercare un angolo fresco davanti alla porta di un supermercato, domani potrebbe trovare una casa. E qualcuno di quei cani, dopo un’adeguata valutazione e preparazione, potrebbe diventare una presenza preziosa accanto a una persona fragile o parte di una squadra impegnata nel soccorso. Prima ancora di chiederci se quei cani disturbino, dovremmo quindi chiederci perché siano ancora lì. La dignità di una comunità si misura anche dalla capacità di prendersi cura di chi non può chiedere aiuto con le parole.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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