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L’amore per i cani attraverso i dipinti

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Dall’arte medievale alle tele contemporanee, il cane è stato molto più di una presenza decorativa: è stato il custode silenzioso dell’affetto umano, il simbolo della fedeltà, il compagno della nobiltà, il riflesso della malinconia e persino il doppio emotivo dell’artista. Nei dipinti più celebri, il cane entra in scena come un personaggio che parla senza parole: nel Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck (1434) il piccolo cane ai piedi della coppia è da secoli interpretato come emblema di lealtà coniugale; nella Venere di Urbino di Tiziano (1538) il cagnolino addormentato ai piedi del letto attenua la sensualità della scena con un’intimità domestica sorprendente; in Las Meninas di Diego Velázquez (1656) il grande mastino sdraiato in primo piano non è solo un dettaglio realistico, ma una presenza stabile e rassicurante dentro il teatro del potere. Con Francisco Goya, però, il cane smette di essere soltanto il fedele amico dell’uomo e diventa creatura dell’anima: ne Il cane, frammento delle Pitture nere eseguite tra il 1819 e il 1823, emerge appena dal vuoto, come se l’amore per l’animale si trasformasse in compassione per la fragilità universale. Nell’Ottocento la pittura animalier consacra il cane a protagonista assoluto: Sir Edwin Landseer, amatissimo in epoca vittoriana, costruisce scene in cui gli sguardi dei cani sembrano possedere una psicologia quasi umana, e proprio questa umanizzazione segna un passaggio decisivo, perché il cane non rappresenta più solo uno status symbol aristocratico ma diventa famiglia, memoria, lutto, protezione. Anche la pittura di caccia e di corte, dalle tele fiamminghe alle grandi scene francesi, mostra quanto i cani siano stati per secoli compagni inseparabili dell’uomo, presenti nei riti del potere, nei viaggi, nella guerra e nella vita quotidiana. Nel Novecento l’amore si fa ancora più personale: Pablo Picasso è legato al suo bassotto Lump, Andy Warhol al suo Archie, e David Hockney arriva a dedicare ai suoi bassotti Stanley e Boodgie un intero universo visivo, trasformando il gesto di osservare un cane che dorme, si gira, aspetta o si stende sul pavimento in una forma altissima di tenerezza artistica; Hockney stesso sottolinea come i suoi cani siano stati soggetti ideali perché liberi da ogni vanità, e proprio per questo autentici. È questa la grande verità della pittura canina: il cane non posa, esiste. E l’arte, davanti a lui, smette di fingere. Non stupisce allora che ancora oggi i cani restino tra i soggetti più amati nella cultura visiva contemporanea: nel 2025 una casa d’aste come Bonhams ha proposto una vendita monotematica dedicata ai cani con 149 lotti, segno che il fascino dell’arte “a quattro zampe” continua a parlare al mercato e al cuore; nello stesso tempo, la cultura editoriale continua a rileggere la storia dell’arte attraverso la loro presenza, come dimostra il volume La storia dell’arte in ventuno cani, che attraversa ventuno movimenti artistici e secoli di iconografie canine. E non è un caso: nel mondo si stimano oggi tra 700 milioni e 1 miliardo di cani, con circa il 30% delle famiglie globali che ne possiede almeno uno, un dato che aiuta a capire perché la loro immagine sia così universalmente empatica e immediata. Guardare un cane dipinto significa quasi sempre guardare una parte di noi: la nostra idea di casa, la nostra fame di fedeltà, il bisogno di essere accolti senza giudizio. Per questo, nei secoli, i pittori non hanno soltanto raffigurato i cani; hanno affidato a loro il compito più difficile dell’arte, quello di rendere visibile l’amore.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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