di Tiziana Mazzaglia
Ci sono mesi che riconosciamo da una data sul calendario e altri che sembrano avere un’immagine, un colore, persino un profumo. Settembre appartiene a questi ultimi. Ha il colore dell’uva matura, della terra che comincia lentamente a cambiare tonalità, delle giornate ancora luminose nelle quali, tuttavia, la sera arriva un poco prima. E ha un profumo antico: quello del mosto. Per secoli, molto prima che fotografie e cartoline costruissero l’immaginario delle stagioni, settembre veniva raccontato proprio attraverso la vendemmia. Bastavano una vite, un grappolo d’uva, una cesta portata sulle spalle o un uomo intento a pigiare l’uva perché chi osservava un affresco, una miniatura o una scultura comprendesse immediatamente quale momento dell’anno fosse rappresentato. Nell’arte medievale i mesi diventano infatti una sorta di racconto illustrato dell’anno agricolo: semina, mietitura, raccolta, vendemmia, aratura. La rappresentazione dei dodici mesi attraverso figure, personificazioni e scene ha origini nell’Antichità e nel Medioevo questi cicli assumono soprattutto un carattere agricolo e lavorativo. Settembre, nelle regioni in cui si coltivava la vite, aveva dunque un protagonista quasi inevitabile: l’uva. Nei calendari medievali compaiono uomini che tagliano i grappoli, li trasportano nelle ceste e li versano nei tini; altre immagini mostrano la pigiatura e le prime fasi della preparazione del vino. Nei cicli dei calendari del XII e XIII secolo la vendemmia poteva essere rappresentata anche attraverso una sola figura intenta a staccare l’uva dalla vite, mentre nelle scene più articolate emergeva il carattere collettivo del lavoro. Ancora alla fine del Cinquecento questa associazione rimaneva fortissima: nei cicli dedicati ai lavori dei mesi settembre continuava a essere rappresentato attraverso la raccolta dell’uva e la spremitura dei grappoli. È un dettaglio che racconta qualcosa di più profondo di una semplice consuetudine agricola. Per l’uomo che viveva seguendo i ritmi della terra il calendario non era soltanto una successione di numeri. Il tempo si misurava attraverso ciò che la natura chiedeva di fare. C’era il tempo della semina e quello della mietitura, il tempo della potatura e quello della raccolta. E poi arrivava il tempo della vendemmia. La sua storia affonda molto più indietro del Medioevo. Nell’antica Roma la raccolta dell’uva possedeva anche una dimensione religiosa. Il 19 agosto si celebravano le Vinalia rustica, feste legate alla maturazione dell’uva e alla protezione dell’imminente vendemmia; il sacerdote di Giove compiva un rito che comprendeva il taglio di un grappolo, quasi a sancire simbolicamente l’apertura della stagione della raccolta. Non si raccoglieva quindi soltanto un frutto. Si attendeva il momento giusto, si osservava il cielo, si temevano pioggia e grandine, si ringraziavano gli dei. La vendemmia era lavoro, certamente, ma era anche attesa. Ed è forse questa una delle ragioni per cui ha conservato per secoli un fascino particolare. Con il trascorrere dei secoli cambiarono divinità, strumenti e tecniche, ma qualcosa rimase. Nelle campagne la vendemmia continuò a essere un lavoro che difficilmente apparteneva a una persona sola. Servivano mani. Famiglie, parenti, vicini, uomini e donne si ritrovavano tra i filari. Le forbici passavano da un grappolo all’altro, le ceste si riempivano, qualcuno le trasportava e qualcun altro pensava alla pigiatura. Era fatica, e non avrebbe senso trasformarla oggi in un’immagine eccessivamente romantica. Eppure dentro quella fatica esisteva una dimensione comunitaria che la modernizzazione dell’agricoltura ha inevitabilmente trasformato. La vendemmia significava anche mangiare insieme, raccontarsi qualcosa durante una pausa, aspettare il risultato di un’intera annata sapendo che un temporale arrivato nel momento sbagliato avrebbe potuto cambiare tutto. Forse è per questo che l’uva è diventata anche una metafora così potente. Nella letteratura il vino e la vite parlano spesso di terra, attesa, desiderio, memoria. Cesare Pavese, ne La luna e i falò, scrive: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via». È una frase che non parla direttamente della vendemmia, ma sembra appartenere profondamente a questo mondo: al bisogno di avere una terra dalla quale partire e alla quale, almeno con la memoria, poter ritornare. Anche la letteratura ha riconosciuto in settembre un mese di passaggio, quasi una soglia tra ciò che finisce e ciò che sta per cominciare. Gabriele D’Annunzio apre I pastori, nella raccolta Alcyone, con uno dei versi più celebri dedicati a questo momento dell’anno: «Settembre, andiamo. È tempo di migrare». Poche parole nelle quali il mese diventa movimento, distacco, ritorno a un ritmo antico. I pastori lasciano gli stazzi e percorrono i tratturi verso il mare, seguendo le vestigia degli antichi padri: ancora una volta settembre non è semplicemente una data sul calendario, ma qualcosa che l’uomo riconosce osservando la natura e assecondandone il tempo. Diversa, più intima e luminosa, è l’immagine consegnataci da Attilio Bertolucci nella poesia Settembre, pubblicata nella raccolta Sirio del 1929. Il poeta guarda un «chiaro cielo di settembre, illuminato e paziente» e lascia che il paesaggio diventi sentimento. È forse proprio quell’aggettivo, “paziente”, a raccontare bene questo mese: settembre non interrompe bruscamente l’estate, ma sembra accompagnarla lentamente verso la sua conclusione. E sotto quel cielo continuano a esserci alberi ancora frondosi, erba fresca e farfalle. Una natura che non è ancora autunnale e non è più pienamente estiva, sospesa nello stesso delicato equilibrio che per secoli ha accompagnato l’attesa della vendemmia. Anche settembre possiede qualcosa di questo sentimento. Non è ancora autunno pieno e non è più davvero estate. È un mese di passaggio. Conserva il sole appena trascorso e contemporaneamente annuncia ciò che sta per arrivare. La vendemmia ne è forse l’immagine perfetta perché raccogliere significa proprio questo: concludere qualcosa per poterne cominciare un’altra. Il grappolo viene staccato dalla vite, ma proprio da quel gesto inizierà il vino. Oggi la vendemmia è profondamente cambiata. La tecnologia, le macchine vendemmiatrici, le conoscenze enologiche e la capacità di controllare con precisione maturazione e caratteristiche dell’uva hanno trasformato un lavoro che per secoli si era affidato soprattutto all’esperienza tramandata. Ma basta attraversare una zona di vigneti alla fine dell’estate per accorgersi che qualcosa dell’antico rito sopravvive ancora. Restano i filari, le cassette, le mani che controllano i grappoli. Resta soprattutto l’attesa. Ed è curioso pensare che le immagini realizzate molti secoli fa continuino a essere comprensibili. Guardiamo un uomo medievale che raccoglie l’uva e non abbiamo bisogno di spiegazioni per riconoscere il gesto. È cambiato quasi tutto intorno a lui, ma quel grappolo continua a parlarci. Forse è questo il significato più bello dell’iconografia di settembre: ricordarci che per molto tempo gli uomini hanno raccontato il trascorrere dei mesi attraverso il rapporto con la terra. Prima degli orologi, delle notifiche e delle agende elettroniche, erano la luce, i campi e i frutti a dire che cosa stesse accadendo al tempo. Settembre diceva che l’uva era pronta. E quando nell’aria cominciava a sentirsi il profumo del mosto, un’altra estate stava finendo e un nuovo ciclo era già cominciato.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
