di Tiziana Mazzaglia
Se un uomo vissuto cinquemila anni fa sulle rive del Tigri e dell’Eufrate potesse tornare oggi tra noi, probabilmente rimarrebbe stupito davanti alle nostre città, alle automobili, agli aerei e alle straordinarie conquiste della tecnologia. Ma forse ciò che lo meraviglierebbe maggiormente sarebbe un gesto per noi così semplice da passare quasi inosservato: aprire un rubinetto e vedere scorrere acqua pulita. Un gesto che ripetiamo ogni giorno senza pensarci, mentre per lui l’acqua rappresentava la vita, la sopravvivenza, la ricchezza e il futuro della propria comunità. La storia delle grandi civiltà della Mesopotamia, infatti, è profondamente legata all’acqua. Non è un caso che il termine Mesopotamia derivi dal greco e significhi «terra fra i fiumi». Fu proprio tra il Tigri e l’Eufrate che Sumeri, Accadi, Babilonesi e Assiri svilupparono alcune delle più importanti civiltà del mondo antico. L’acqua permetteva di coltivare la terra, allevare gli animali, produrre cibo e favorire gli scambi commerciali. Ma non bastava vivere vicino a un fiume per prosperare. Le popolazioni mesopotamiche dovettero imparare a controllare le acque, scavare canali, costruire argini e organizzare sistemi di irrigazione. Fu necessario collaborare, distribuire compiti, stabilire regole e affrontare insieme le difficoltà. L’acqua non contribuì soltanto alla nascita dell’agricoltura e delle città, ma anche allo sviluppo di forme sempre più complesse di organizzazione sociale. Eppure, quella stessa acqua capace di donare la vita poteva anche distruggerla. Le piene dei fiumi potevano devastare i raccolti, mentre la siccità minacciava la sopravvivenza delle comunità. Gli antichi conoscevano dunque una verità che noi sembriamo aver dimenticato: la natura è indispensabile all’uomo, ma non può essere considerata una risorsa illimitata da sfruttare senza conseguenze. Immaginiamo allora di poter incontrare un antico abitante di Ur, una delle grandi città sumere, e di mostrargli il nostro mondo. Lo accompagneremmo nelle nostre case, gli faremmo vedere i rubinetti, le docce, le piscine, gli impianti industriali e gli immensi acquedotti che trasportano acqua per chilometri. Forse, dopo un primo momento di meraviglia, ci chiederebbe: «Come avete fatto a ottenere tutto questo? E soprattutto, perché sprecate con tanta facilità ciò che per noi era così prezioso?». Gli spiegheremmo che oggi possiamo disporre dell’acqua senza doverla raccogliere ogni giorno dal fiume, che abbiamo costruito dighe e acquedotti, che siamo capaci persino di rendere potabile l’acqua del mare attraverso complessi processi tecnologici. Ma dovremmo anche raccontargli che milioni di persone nel mondo non hanno ancora accesso a servizi sicuri di acqua potabile, che molti fiumi sono inquinati, che le falde acquifere vengono sfruttate eccessivamente e che intere regioni devono affrontare periodi di siccità sempre più preoccupanti. A quel punto, forse, il nostro interlocutore ci guarderebbe incredulo: «Noi abbiamo impiegato generazioni per imparare a utilizzare l’acqua e costruire una civiltà. Voi avete impiegato millenni per sviluppare tecnologie capaci di portarla ovunque, ma non avete ancora imparato a rispettarla?». Sarebbe difficile rispondergli. Perché il problema non è soltanto scientifico o tecnologico, ma anche culturale e morale. Viviamo in una società nella quale la disponibilità immediata di molti beni ci ha progressivamente allontanati dalla consapevolezza del loro valore. Lasciamo scorrere l’acqua mentre ci laviamo i denti, utilizziamo più acqua del necessario, inquiniamo fiumi e mari e spesso ignoriamo quanta ne venga impiegata per produrre gli alimenti, gli abiti e gli oggetti che acquistiamo. Naturalmente non tutta la responsabilità ricade sui comportamenti individuali: una parte rilevante dei consumi e degli sprechi riguarda l’agricoltura, l’industria, le infrastrutture inefficienti e le scelte politiche. Proteggere l’acqua richiede dunque responsabilità personali, investimenti pubblici e una gestione più equa delle risorse. Esiste inoltre una distinzione fondamentale: l’acqua presente sulla Terra non scompare, perché continua a circolare attraverso il ciclo naturale, ma l’acqua dolce accessibile e utilizzabile non è infinita. Può essere inquinata, consumata più rapidamente di quanto alcune riserve riescano a ricostituirsi o diventare difficilmente disponibile nei luoghi e nei momenti in cui serve. La scarsità d’acqua non è soltanto una questione ambientale. È anche una questione di giustizia sociale, perché mentre una parte dell’umanità può permettersi di sprecarla, un’altra deve percorrere lunghe distanze per procurarsela. È una questione di salute, perché senza acqua sicura aumentano le malattie. È una questione di pace, perché la competizione per risorse idriche sempre più difficili da gestire può aggravare tensioni e conflitti. Ed è soprattutto una questione che riguarda le generazioni future. Nel 2010 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto umano all’acqua potabile sicura e ai servizi igienico-sanitari. Un riconoscimento importante, che ci ricorda come l’acqua non possa essere considerata soltanto una merce, ma debba essere tutelata come condizione essenziale per una vita dignitosa. Tornando idealmente sulle rive del Tigri e dell’Eufrate, potremmo allora comprendere che quelle antiche popolazioni hanno ancora molto da insegnarci. Non perché vivessero in perfetta armonia con la natura: anche i loro sistemi di irrigazione provocarono problemi ambientali, come la salinizzazione di alcuni terreni agricoli. Ma proprio la loro esperienza dimostra quanto sia delicato il rapporto tra l’uomo e l’acqua e quanto possano essere profonde le conseguenze di una gestione sbagliata. Forse il nostro immaginario interlocutore, prima di tornare nel proprio tempo, ci lascerebbe un ultimo messaggio: «Noi abbiamo costruito le nostre città perché avevamo imparato a vivere con l’acqua. Voi avete costruito un mondo straordinario, ma rischiate di dimenticare ciò che lo rende possibile. Ricordate che l’acqua non appartiene soltanto a voi. Appartiene anche ai vostri figli e ai figli dei vostri figli». E forse è proprio questo il significato più profondo della storia: non soltanto conoscere ciò che gli uomini hanno realizzato nel passato, ma comprendere quali errori non dovremmo ripetere. Cinquemila anni fa l’acqua contribuì alla nascita delle grandi civiltà. Oggi la nostra civiltà si trova davanti a una scelta: continuare a trattarla come una risorsa inesauribile oppure imparare finalmente a proteggerla. Perché il vero progresso non consiste soltanto nel riuscire a dominare la natura attraverso la tecnologia, ma anche nel riconoscere i limiti delle nostre azioni e le responsabilità che abbiamo verso il pianeta. Se i popoli della Mesopotamia potessero parlarci oggi, forse non ci chiederebbero quanto siamo diventati potenti, ma quanto siamo diventati saggi. E davanti a un rubinetto lasciato inutilmente aperto, forse ci rivolgerebbero una domanda semplice, alla quale non sarebbe facile rispondere: «Se sapete che senza acqua non esiste vita, perché continuate a sprecarla?»
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
