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La paura nella mitologia e nelle grandi opere della letteratura italiana

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

La paura nella mitologia e nelle grandi opere della letteratura italiana: come ci insegnano i miti di una volta La paura è probabilmente più antica delle parole con cui abbiamo imparato a raccontarla. Prima ancora che l’uomo sapesse darle un nome, l’aveva già incontrata nel buio di una notte senza fuoco, nel fragore di un temporale, nell’ombra di una foresta, nella malattia, nella morte. Poi sono arrivati i racconti. E forse proprio per questo i miti più antichi sono popolati di mostri, abissi, dèi iracondi, labirinti, discese nel regno dei morti. L’uomo ha cominciato a narrare la paura per riuscire a guardarla. E, guardandola, ha tentato di dominarla. I Greci lo avevano compreso con una lucidità che ancora sorprende. Nel loro universo persino la paura possedeva un volto e un nome: Fobos, figlio di Ares e Afrodite, accompagnava il padre sui campi di battaglia insieme al fratello Deimos, il terrore. Non era dunque un sentimento da nascondere, né una debolezza di cui vergognarsi. Era una forza. Qualcosa che apparteneva agli uomini e perfino agli dèi. Ma è forse nel mito del Minotauro che la paura assume una delle sue forme più potenti. Al centro del labirinto di Cnosso vive una creatura metà uomo e metà toro. Teseo decide di affrontarla. Potrebbe sembrare la consueta storia dell’eroe che sconfigge il mostro, ma il mito dice qualcosa di più sottile: per vincere non basta il coraggio. Serve un filo. Arianna consegna a Teseo ciò che gli permetterà non soltanto di entrare nel labirinto, ma soprattutto di uscirne. È un’immagine straordinariamente moderna. Ognuno possiede i propri labirinti e, talvolta, i propri mostri. Il vero problema non consiste nel non avere paura, ma nel trovare il filo che consenta di attraversarla senza smarrirsi. Anche Orfeo compie un viaggio dentro la paura più radicale dell’essere umano: quella della morte. Per amore di Euridice scende nell’Ade, là dove nessun vivente dovrebbe avventurarsi. Ottiene di ricondurla alla luce a una condizione: non dovrà voltarsi a guardarla prima di essere uscito dal regno dei morti. Eppure, proprio quando la salvezza sembra vicina, Orfeo si volta. Perché? Forse dubita. Forse teme che Euridice non sia davvero dietro di lui. Forse ama al punto da non riuscire più a sopportare l’incertezza. Quel gesto ci accompagna da millenni perché racconta qualcosa che conosciamo bene: a volte è proprio la paura di perdere ciò che amiamo a farcelo perdere. Secoli dopo, la grande letteratura italiana continuerà a interrogare la stessa emozione. Dante apre il viaggio più celebre della nostra letteratura in un luogo che è, prima di tutto, uno spazio della paura: «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura». La selva non è soltanto un bosco. È smarrimento, crisi, perdita dell’orientamento. Poco dopo Dante confessa che quella selva era «selvaggia e aspra e forte» e che il solo ricordo «rinova la paura». Prima di vedere l’Inferno, dunque, il poeta ha già incontrato un inferno interiore: quello di non sapere più dove andare. Eppure la Commedia non è il poema della paura. È il poema del suo attraversamento. Dante non elimina ciò che lo terrorizza: vi entra. Guarda i dannati, ascolta le loro voci, sviene, piange, trema, prova pietà e orrore. Ma continua a camminare. È forse questa una delle lezioni più profonde lasciateci dal poema: il coraggio non coincide con l’assenza della paura. Il coraggio comincia quando, pur avendo paura, si decide di procedere. Anche Giacomo Leopardi conosce un’altra forma di timore: quello suscitato dall’infinito, dall’immensità che supera i confini dell’individuo. Nell’Infinito, davanti a quella siepe che impedisce allo sguardo di raggiungere l’orizzonte, il poeta immagina «interminati / spazi» e «sovrumani / silenzi». Per un istante, confessa, «ove per poco / il cor non si spaura». È una paura diversa da quella del mostro mitologico. Non ha artigli né volto. Nasce dalla percezione della nostra piccolezza davanti a ciò che non riusciamo a misurare. Ma proprio da quello smarrimento nasce il celebre approdo: «e il naufragar m’è dolce in questo mare». La paura dell’immenso si trasforma così nella possibilità di abbandonarsi ad esso. In Manzoni, invece, la paura torna a essere profondamente umana e quotidiana. Don Abbondio, all’inizio dei Promessi sposi, vede i bravi e comprende immediatamente che qualcosa sta per accadere. Non è un eroe. Non aspira a diventarlo. La paura condiziona le sue decisioni e diventa una lente attraverso la quale interpreta il mondo. Manzoni lo descrive con una delle immagini più celebri del romanzo: «non era nato con un cuor di leone». Ma proprio attraverso la sua fragilità lo scrittore mostra quanto il timore possa trasformarsi in rinuncia, compromesso, silenzio. La paura, quando governa le nostre scelte, non rimane più soltanto un’emozione privata: può avere conseguenze sulla vita degli altri. E poi c’è Giovanni Pascoli, nella cui poesia la paura assume spesso la forma dell’indefinito: un rumore nella notte, un lampo, un temporale, un nido minacciato. Non servono più Minotauri. Basta il mondo, improvvisamente percepito come fragile. Dietro le piccole cose si avverte continuamente la possibilità della perdita. Il poeta guarda la realtà con gli occhi del “fanciullino”, e proprio quello sguardo rende inquietante ciò che agli adulti appare ordinario. Cambiano i secoli, cambiano i mostri, ma non cambia la domanda. Che cosa facciamo della nostra paura? Gli antichi la trasformavano in una creatura da affrontare, in un dio da placare, in un labirinto da attraversare. Dante le diede la forma di una selva oscura. Leopardi quella di uno spazio infinito. Manzoni la fece entrare nelle esitazioni di un uomo comune. Pascoli la nascose nel rumore improvviso della notte. Noi utilizziamo parole differenti: ansia, insicurezza, precarietà, inquietudine, paura del futuro, paura di fallire, paura di perdere qualcuno, paura di non essere all’altezza. Abbiamo smesso di credere nei mostri del mito, ma questo non significa che abbiamo smesso di costruire labirinti. Ed è forse qui che i racconti di una volta conservano la loro sorprendente attualità. Non ci insegnano che l’eroe è colui che non teme nulla. Teseo ha bisogno del filo di Arianna. Orfeo cede al dubbio. Dante trema davanti all’ignoto. Persino il cuore di Leopardi, dinanzi all’infinito, «si spaura». La grande letteratura non ci promette una vita senza paura. Ci suggerisce qualcosa di più credibile e, forse, di più prezioso: che la paura può essere attraversata, raccontata, compresa. Che talvolta occorre entrare nella propria selva oscura per ritrovare la strada. E che ciascuno, prima o poi, deve imparare a riconoscere il proprio Minotauro. Ma soprattutto deve trovare il proprio filo di Arianna. Perché forse il coraggio non è non avere paura. È sapere quale filo tenere stretto quando intorno a noi tutto sembra diventare un labirinto.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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