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Se mi chiamate “diverso”, allora sarò diverso. Pirandello aveva già raccontato il bullismo?

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Ci sono parole che non descrivono una persona: la condannano. Basta che vengano pronunciate abbastanza volte, possibilmente davanti agli altri, perché smettano di essere un insulto e diventino un’identità. “Strano”. “Brutto”. “Sfigato”. “Secchione”. “Grasso”. “Diverso”. A scuola può cominciare quasi per caso, con una risata in fondo alla classe, un soprannome, una fotografia condivisa nella chat, un difetto trasformato in spettacolo. Poi qualcosa cambia. La parola attecchisce. Gli altri la ripetono. Il gruppo la riconosce. E chi la subisce scopre improvvisamente che non deve più difendersi soltanto da un’offesa: deve difendersi da un personaggio che gli altri hanno costruito al suo posto. Luigi Pirandello aveva raccontato qualcosa di terribilmente simile molto prima che esistessero le parole “bullismo” e “cyberbullismo”. Ne La patente, Rosario Chiàrchiaro è prigioniero di una reputazione. La gente è convinta che porti sfortuna. Lo evita, lo teme, compie gesti scaramantici quando lo incontra. Non importa che quell’uomo sia davvero uno iettatore, ammesso che una simile cosa possa esistere. Importa che tutti abbiano deciso che lo sia. È lo sguardo collettivo a costruire la sua condanna. Ed è proprio quando ogni tentativo di sottrarsi a quello sguardo sembra ormai inutile che Chiàrchiaro compie il gesto più pirandelliano possibile: invece di continuare a respingere l’etichetta, la reclama. Vuole la patente. Vuole che ciò che lo ha distrutto venga riconosciuto ufficialmente. Se il mondo ha deciso che lui porta disgrazia, allora sarà uno iettatore fino in fondo e farà di quella superstizione una possibilità di sopravvivenza. È un rovesciamento feroce. Ed è qui che La patente, letta oggi, può diventare una straordinaria lente attraverso cui osservare il bullismo. Non perché Pirandello ci consegni una soluzione da proporre a un adolescente perseguitato dai compagni. Sarebbe ingiusto e persino pericoloso pensarlo. Chi subisce bullismo non deve imparare a convivere con la violenza, né può essere lasciato solo con il compito di diventare abbastanza forte da sopportarla. La responsabilità appartiene innanzitutto a chi aggredisce e anche a quel gruppo di spettatori che, ridendo, condividendo o semplicemente tacendo, può trasformare un gesto isolato in una persecuzione. Ma Chiàrchiaro ci obbliga a porci una domanda più sottile: che cosa accade quando la vittima riesce a sottrarre all’aggressore il significato dell’etichetta? Il sociologo Erving Goffman ha dedicato allo stigma una delle analisi più importanti del Novecento. In Stigma mostra come l’identità di un individuo possa essere compromessa quando una determinata caratteristica diventa, agli occhi degli altri, così dominante da oscurare tutto il resto. Non vediamo più una persona complessa. Vediamo “quello”. Howard S. Becker, attraverso la teoria dell’etichettamento, ha spinto il ragionamento ancora più avanti: la devianza non è semplicemente una qualità dell’individuo, ma è anche il risultato delle definizioni e delle reazioni che la società costruisce intorno a lui. In Outsiders scrive che «il deviante è colui al quale quell’etichetta è stata applicata con successo». È un passaggio fondamentale per comprendere quello che può accadere all’interno di un gruppo di adolescenti. Una caratteristica diventa un marchio perché qualcuno possiede la forza sociale per trasformarla in tale e perché altri accettano quella definizione. Il bullismo, allora, può essere letto anche come una lotta per il potere di nominare. Il bullo non dice soltanto: “Non mi piaci”. Pretende qualcosa di più. Pretende di stabilire pubblicamente chi sei. Ti assegna una parte e cerca testimoni disposti a riconoscerla. Da quel momento il soprannome, il meme, il video, l’insulto ripetuto nella chat non servono soltanto a ferire: servono a mantenere in vita il personaggio. La violenza diventa una narrazione collettiva. Ed è forse questa la dimensione più contemporanea di Pirandello. Perché oggi quella platea non termina al cancello della scuola. Entra nelle tasche dei ragazzi. Li segue a casa. Si accende sul comodino. Una fotografia può essere modificata, un momento di imbarazzo può diventare un video, un soprannome può attraversare decine di telefoni in pochi minuti. Se un tempo si poteva almeno sperare che il corridoio della scuola finisse, il corridoio digitale non ha pareti e spesso non ha orari. E non stiamo parlando di una periferia statistica dell’adolescenza. Secondo i dati Istat riferiti al 2023, il 68,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dichiara di avere subìto nei dodici mesi precedenti almeno un episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online oppure offline. Quando dalla singola esperienza si passa alla continuità delle vessazioni, il dato rimane impressionante: il 21% riferisce episodi ripetuti più volte al mese. Tra gli 11 e i 13 anni la percentuale sale al 23,7%. Dietro lo schermo il fenomeno assume un’altra forma, ma non scompare. Circa il 34% degli 11-19enni dichiara di avere subìto almeno un comportamento vessatorio online nell’arco dell’anno e il 7,8% afferma di averlo subìto più volte al mese. Percentuali che acquistano un significato diverso se proviamo, per un momento, a dimenticare i numeri e a immaginare ciò che misurano: un telefono che si illumina, una notifica, una fotografia che comincia a circolare, una chat nella quale qualcuno viene trasformato nell’argomento della serata. È qui che Pirandello diventa inquietantemente contemporaneo. Perché la patente di Chiàrchiaro, in fondo, è costruita attraverso un meccanismo analogo: la ripetizione dello sguardo altrui. Nessuno possiede una prova della sua presunta capacità di portare disgrazia. Eppure tutti si comportano come se fosse vera. Una convinzione collettiva ripetuta abbastanza a lungo finisce per produrre conseguenze reali nella vita di chi la subisce. È questo il punto nel quale letteratura e sociologia si incontrano: un’etichetta può essere falsa e avere, nello stesso tempo, effetti terribilmente veri. Il ragazzo deriso perché considerato “strano” non diventa strano perché lo hanno chiamato così. Ma può cominciare a essere escluso, può smettere di parlare, può evitare determinati luoghi, può entrare in classe domandandosi chi riderà di lui quella mattina. L’etichetta non descrive necessariamente la realtà. Qualche volta contribuisce a costruirla. Ed è forse questa la più feroce intuizione contenuta nella storia di Chiàrchiaro: la società prima inventa una maschera, poi la appoggia sul volto di qualcuno e infine dimentica di essere stata lei a mettercela. Il bullismo può funzionare allo stesso modo. E allora torniamo alla domanda iniziale: la patente di Pirandello potrebbe diventare, paradossalmente, una soluzione per chi viene bullizzato? Sì, ma soltanto se intendiamo quella patente come una provocazione. La libertà di un ragazzo vittima di bullismo non può consistere nel diventare ciò che il bullo dice che sia. Non dobbiamo chiedergli di indossare la maschera. Possiamo però aiutarlo a capire che quella maschera non coincide con il suo volto. È una differenza enorme. Significa poter dire: sì, sono basso. Sì, sono molto alto. Sì, studio più degli altri. Sì, sono timido. Sì, il mio corpo non assomiglia al tuo. Sì, parlo in modo diverso. E allora? È forse in quelle due parole che la patente cambia padrone. L’etichetta può perdere una parte del proprio potere quando l’aggressore scopre che la parola con cui pensava di dominare l’altro non produce più automaticamente vergogna. Non sempre accade, naturalmente, e soprattutto non basta. Il bullismo richiede adulti presenti, scuola, famiglia, responsabilità, interventi educativi e, nei casi più gravi, strumenti di tutela adeguati. Ma sul piano simbolico rimane una questione decisiva: chi possiede il diritto di definire chi siamo? Chiàrchiaro ha perduto quasi tutto perché gli altri gli hanno imposto un’identità. Alla fine prende quella stessa identità, la guarda e decide di usarla. La sua è una vittoria amarissima, perché per sopravvivere deve entrare nella caricatura che la società ha costruito per lui. Ed è precisamente questo particolare a impedirci di trasformarlo in un facile eroe della resilienza. Ma il suo gesto contiene un’intuizione potentissima. Forse la “patente” che dovremmo consegnare ai ragazzi non è quella che certifica l’etichetta ricevuta. È una patente immaginaria che restituisca loro il diritto di definirsi. Perché il bullismo comincia spesso molto prima del primo spintone. Comincia nel momento in cui un gruppo decide che una persona non avrà più il diritto di raccontare chi è, perché saranno gli altri a farlo al posto suo. Ed è proprio lì che bisogna intervenire. Prima ancora di togliere di mano al bullo il telefono, occorre togliergli il potere di scrivere l’identità dell’altro. Pirandello lo aveva intuito con la crudeltà lucidissima della sua letteratura: possiamo diventare prigionieri dello sguardo degli altri. La sfida educativa del nostro tempo è fare in modo che nessun ragazzo debba chiedere una patente per sopravvivere a quello sguardo.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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