di Tiziana Mazzaglia
Ci sono pagine della storia che portano nomi di uomini e altre che, spesso con più fatica, sono state scritte dalle donne. Donne che hanno dovuto conquistare il diritto di entrare nei luoghi delle decisioni, di prendere la parola, di essere ascoltate, di scegliere e perfino di essere contestate per le proprie idee. Emma Bonino appartiene a questa storia. Una storia scritta anche dalle donne. È morta a Roma l’11 settembre 2026, a 78 anni, dopo oltre mezzo secolo trascorso tra politica, battaglie civili, Parlamento, Europa e impegno internazionale. Ma ricordarla soltanto attraverso gli incarichi ricoperti significherebbe raccontarne solo una parte. Emma Bonino è stata soprattutto una donna che ha scelto di esserci quando, per una donna, esserci significava spesso dover dimostrare qualcosa in più. Non è necessario aver condiviso tutte le sue idee per riconoscerne il peso nella storia italiana. Alcune delle battaglie che ha combattuto hanno diviso profondamente l’opinione pubblica e continuano a farlo. Ma proprio qui sta uno degli aspetti più significativi della sua figura: non ha cercato di essere una donna rassicurante, né una presenza decorativa all’interno della politica. Ha sostenuto le proprie convinzioni assumendosene pubblicamente la responsabilità. La sua storia politica comincia negli anni Settanta, quando temi come aborto, contraccezione e autodeterminazione femminile erano terreno di uno scontro durissimo. Bonino si impegnò in prima persona nella campagna per la legalizzazione dell’aborto, anche attraverso la disobbedienza civile, diventando uno dei volti di una stagione che avrebbe portato nel 1978 all’approvazione della legge 194. Nel 1976, a soli 28 anni, venne eletta per la prima volta alla Camera dei deputati. Da quel momento la sua attività attraversò cinquant’anni di storia politica italiana ed europea. Fu più volte deputata, parlamentare europea, senatrice e vicepresidente del Senato. Nel 1994 divenne commissaria europea, occupandosi, tra l’altro, di aiuti umanitari, politica dei consumatori e pesca. Nel 2006 entrò nel governo Prodi come ministra per il Commercio internazionale e le Politiche europee e nel 2013 divenne ministra degli Affari Esteri nel governo Letta. Sono incarichi che oggi possiamo leggere anche attraverso un’altra prospettiva. Bonino appartiene infatti a quella generazione di donne che ha dovuto aprire porte che per gli uomini erano già aperte da tempo. Entrare nelle stanze della politica nazionale, della diplomazia e delle istituzioni europee significava misurarsi con ambienti nei quali la presenza femminile era ancora fortemente minoritaria. Una frase attribuita a Emma Bonino riassume bene il senso di molte delle sue battaglie: «La libertà è un dovere, prima che un diritto». Per lei la libertà non era soltanto qualcosa da rivendicare, ma qualcosa di cui assumersi la responsabilità, anche quando significava esporsi personalmente. La dimensione italiana, tuttavia, racconta soltanto una parte del suo percorso. Emma Bonino portò molte delle proprie battaglie fuori dai confini nazionali. Si impegnò contro la pena di morte, contro la fame nel mondo, per la giustizia penale internazionale, per i diritti umani e contro le mutilazioni genitali femminili. Fu tra i fondatori di Nessuno Tocchi Caino e di Non c’è Pace senza Giustizia. Sostenne campagne internazionali affinché i crimini più gravi non restassero senza una risposta della comunità internazionale e si batté per l’affermazione di una giustizia capace di superare i confini degli Stati. E poi ci sono le donne. Forse il filo più continuo della sua storia. Le donne italiane degli anni Settanta, le donne sottoposte alle mutilazioni genitali, le donne private della possibilità di decidere del proprio corpo e del proprio futuro. Bonino contribuì a trasformare la condizione femminile da questione considerata privata a tema politico e internazionale. La sua non è stata, tuttavia, una storia priva di contraddizioni o contestazioni. Sarebbe sbagliato trasformare la morte nella cancellazione del confronto politico. Emma Bonino è stata amata e duramente criticata. Ha sostenuto scelte che hanno provocato opposizioni profonde. Ricordarne la statura non significa necessariamente condividerne ogni battaglia. Significa riconoscere che quelle battaglie le ha combattute apertamente, mettendoci il proprio nome, il proprio volto e assumendosi le conseguenze delle proprie scelte. Ed è forse questo uno degli insegnamenti che rimangono alle donne più giovani. La parità non consiste soltanto nell’avere più donne nei Parlamenti, nei governi, nelle università, nelle aziende o nei luoghi nei quali si prendono decisioni. Significa poter stare in quei luoghi senza essere considerate un’eccezione. Significa poter essere competenti, ambiziose, scomode, autorevoli e persino divisive, esattamente come possono esserlo gli uomini. Emma Bonino ha tenuto alto il ruolo delle donne anche in questo senso: mostrando che una donna poteva occuparsi di politica estera, guerre, giustizia internazionale, Europa e diplomazia e non soltanto delle materie che per lungo tempo sono state considerate naturalmente “femminili”. Poteva sedersi ai tavoli internazionali e prendere posizione. Poteva guidare battaglie e non soltanto accompagnarle. Nel 2015 rese pubblico di avere un tumore al polmone. Anche negli anni successivi continuò a intervenire nella vita politica e civile, senza lasciare che la malattia diventasse l’unica definizione della sua persona. «I diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte», è un’altra frase attribuita a Bonino che sembra assumere oggi un significato particolare. Perché ogni generazione eredita diritti conquistati da quella precedente, ma eredita anche la responsabilità di conservarli, discuterli e, quando necessario, conquistarne di nuovi. Ora che Emma Bonino non c’è più, rimangono le leggi alle quali ha contribuito, le campagne internazionali, gli incarichi ricoperti, le battaglie vinte e quelle perdute. Rimangono anche le discussioni che continueranno ad accompagnare il suo nome. Ma rimane soprattutto una domanda che riguarda tutte le donne: quanta strada è stata necessaria perché una donna potesse entrare in certi luoghi senza chiedere permesso? La storia delle donne non è fatta soltanto di grandi nomi scritti nei libri. È fatta di chi ha aperto una porta perché altre potessero attraversarla, di chi ha pronunciato parole scomode, di chi ha accettato di essere giudicata per le proprie scelte e non soltanto per il proprio genere. Emma Bonino è stata una di queste donne. E forse il modo più giusto per ricordarla oggi non è chiedersi se siamo stati sempre d’accordo con lei. È riconoscere che per oltre cinquant’anni ha scelto di esserci, di prendere posizione e di occupare pienamente il proprio spazio nella vita pubblica. Perché la storia non è stata scritta soltanto dagli uomini. Ci sono pagine che portano la voce, il coraggio, gli errori, le conquiste e la determinazione delle donne. E quella di Emma Bonino è una di queste.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
