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Il cambiamento climatico finisce in tribunale: chi pagherà il prezzo di un futuro che stiamo già perdendo?

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

C’è un processo che non riguarda un delitto consumato in una notte, un colpevole da identificare o una vittima alla quale restituire giustizia. È un processo che riguarda il futuro, quello di milioni di persone che forse non conosceranno mai i nomi dei giudici chiamati a pronunciarsi, ma che potrebbero vivere sulla propria pelle le conseguenze delle decisioni prese oggi. Il 21 ottobre 2026, davanti alla Corte d’Appello di Roma, tornerà una causa dal nome emblematico: Giudizio Universale. Non si tratta di un’espressione scelta per suscitare timore, ma del nome di una battaglia giudiziaria avviata nel 2021 dall’organizzazione ambientalista A Sud, insieme a 200 ricorrenti e 24 associazioni, contro lo Stato italiano, accusato dai promotori di non aver adottato misure sufficienti per contrastare il cambiamento climatico. Una vicenda che pone una domanda tanto semplice quanto difficile: può uno Stato essere chiamato a rispondere davanti alla giustizia per ciò che non ha fatto per proteggere i propri cittadini? La questione potrebbe sembrare distante dalla quotidianità, confinata tra codici, ricorsi e interpretazioni giuridiche. Eppure il cambiamento climatico non abita soltanto nei documenti scientifici o nei discorsi dei capi di governo. Entra nelle case durante le estati sempre più torride, attraversa i campi quando l’acqua diventa insufficiente, raggiunge le città quando piogge violente mettono in difficoltà strade, abitazioni e infrastrutture. Si manifesta in modi diversi, spesso aggravando fragilità che già esistono. E mentre la politica discute di obiettivi da raggiungere nei prossimi decenni, la scienza continua a registrare trasformazioni che non appartengono più soltanto alle previsioni. Secondo il servizio europeo Copernicus, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato a livello globale, con una temperatura media superiore di 1,47 gradi centigradi rispetto al periodo preindustriale 1850-1900. Il 2024 aveva raggiunto un’anomalia di 1,60 gradi. Ancora più significativo è un altro dato: il triennio 2023-2025 ha registrato, per la prima volta, una temperatura media superiore di oltre 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Questo non significa che il limite di lungo periodo previsto dall’Accordo di Parigi sia già stato formalmente superato, ma rappresenta un segnale inequivocabile della rapidità del riscaldamento globale. L’Organizzazione meteorologica mondiale conferma inoltre che gli undici anni compresi tra il 2015 e il 2025 sono stati i più caldi mai registrati. Non sono impressioni, né semplici oscillazioni stagionali: sono misurazioni scientifiche che raccontano un cambiamento progressivo e documentato. L’Italia non è estranea a questa trasformazione. Secondo i dati pubblicati dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel 2025 la temperatura media nazionale è risultata superiore di 1,03 gradi rispetto alla media del trentennio 1991-2020, collocando l’anno al quarto posto tra i più caldi della serie storica italiana iniziata nel 1961. Nello stesso periodo l’anomalia media globale sulle terre emerse è stata di 0,85 gradi. Una differenza che ricorda quanto il nostro territorio sia esposto agli effetti del riscaldamento. Anche le precipitazioni raccontano una realtà complessa: nel 2025 la quantità complessiva di pioggia caduta in Italia è stata vicina alla media, ma con differenze territoriali significative, dal surplus del 7% al Nord al deficit del 5% nel Sud e nelle Isole. Numeri che dimostrano come parlare soltanto di quanta pioggia cade non sia sufficiente per comprendere quando, dove e con quale intensità essa raggiunga il territorio. Dietro queste percentuali esistono persone, famiglie, lavoratori e intere comunità. Esiste l’agricoltore che deve confrontarsi con l’incertezza delle stagioni, l’anziano che affronta un’ondata di calore in un’abitazione priva di adeguati sistemi di raffrescamento, il cittadino che teme nuove alluvioni dopo averne già subita una. Il cambiamento climatico, infatti, non produce conseguenze identiche per tutti. Chi dispone di risorse economiche può spesso difendersi meglio, mentre chi vive in condizioni di fragilità rischia di pagare un prezzo maggiore. È anche per questo che la crisi ambientale diventa inevitabilmente una questione sociale. Ma torniamo nelle aule di giustizia. Il 26 febbraio 2024 il Tribunale civile di Roma aveva dichiarato inammissibile la domanda presentata dai ricorrenti, ritenendo che la controversia, nei termini proposti, non potesse essere esaminata dal giudice ordinario. Non era stata dunque pronunciata una sentenza che stabilisse se lo Stato avesse effettivamente violato i propri obblighi climatici. Il giudizio si era fermato prima dell’esame del merito. Una distinzione fondamentale, perché l’assenza di una condanna non equivale a una valutazione positiva delle politiche ambientali adottate. Da allora, tuttavia, il panorama giuridico ha conosciuto sviluppi importanti. Nell’aprile 2024 la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso Verein KlimaSeniorinnen Schweiz e altri contro Svizzera, ha riconosciuto che una protezione statale insufficiente rispetto agli effetti gravi del cambiamento climatico può violare il diritto al rispetto della vita privata e familiare tutelato dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nel luglio 2025, inoltre, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione italiana, nell’ambito di un diverso contenzioso climatico riguardante Eni, hanno escluso che simili controversie possano essere sottratte in modo assoluto alla giurisdizione. Si tratta di decisioni che non anticipano automaticamente l’esito del processo romano, ma che contribuiscono a ridefinire il rapporto tra tutela dei diritti, responsabilità ambientale e potere giudiziario. L’avvocato Luca Saltalamacchia, impegnato nella causa Giudizio Universale, ha dichiarato, secondo quanto riportato da Greenreport il 12 ottobre 2026: «Non chiediamo ai giudici di fare politica». Una frase che racchiude il nodo centrale della controversia. I ricorrenti sostengono infatti che non si debba chiedere alla magistratura di sostituirsi al Parlamento o al Governo nelle scelte politiche, ma di verificare se lo Stato abbia rispettato obblighi giuridici già esistenti. Dall’altra parte resta aperto il problema dei confini del controllo giudiziario sulle decisioni pubbliche, soprattutto quando queste comportano valutazioni economiche, sociali ed energetiche di grande complessità. La questione assume un significato ancora più profondo se si considera che nel 2022 la Costituzione italiana è stata modificata per inserire espressamente, nell’articolo 9, la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Sono proprio queste ultime a occupare una posizione particolare nel dibattito: non possono votare, non partecipano alle decisioni politiche e non hanno ancora una voce pubblica, ma erediteranno le conseguenze delle scelte attuali. Il principio costituzionale non risolve da solo ogni controversia giuridica, ma pone una responsabilità che va oltre la durata di una legislatura. Sarebbe però riduttivo raccontare questa vicenda come una semplice contrapposizione tra ambientalisti e istituzioni. La transizione ecologica comporta scelte difficili, investimenti considerevoli, trasformazioni industriali e conseguenze per il lavoro, per le imprese e per le famiglie. Ridurre le emissioni richiede politiche capaci di conciliare la tutela dell’ambiente con la sostenibilità economica e sociale. Ignorare queste difficoltà sarebbe poco realistico, ma utilizzarle per giustificare un rinvio indefinito delle decisioni significherebbe non considerare i costi, anch’essi economici e umani, dell’inazione. Il 21 ottobre, dunque, non sarà la Terra a sedersi simbolicamente sul banco degli imputati. Sarà la giustizia italiana a confrontarsi con una questione destinata a diventare sempre più importante: fino a che punto le scelte e le omissioni di uno Stato in materia climatica possono essere sottoposte al controllo di un giudice? Non è detto che da quell’udienza arrivi immediatamente una risposta definitiva. Ma il solo fatto che una controversia simile abbia raggiunto la Corte d’Appello testimonia quanto il cambiamento climatico sia ormai entrato non soltanto nella scienza e nella politica, ma anche nel linguaggio dei diritti. Per anni abbiamo parlato dell’ambiente come di un patrimonio da conservare. Oggi siamo costretti a considerarlo anche come una condizione indispensabile per esercitare diritti che riteniamo fondamentali: vivere in sicurezza, proteggere la salute, abitare un territorio, costruire un futuro. Forse la domanda più difficile non è se possiamo permetterci economicamente di contrastare il cambiamento climatico, ma quanto ci costerà continuare a rimandare. E soprattutto, quando le generazioni future ci chiederanno conto delle nostre decisioni, potremo davvero rispondere che non sapevamo?

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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