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Equinozio d’autunno, quando la luce incontra l’ombra: tra mito e letteratura

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Nella notte tra il 22 e il 23 settembre 2026 accade qualcosa che si ripete da sempre e che, nonostante conosciamo perfettamente le sue ragioni astronomiche, conserva ancora il fascino di un rito antico. Alle 2.05, ora italiana, arriva l’equinozio d’autunno. Il Sole attraversa l’equatore celeste e nell’emisfero boreale comincia astronomicamente l’autunno. Giorno e notte sembrano raggiungere un equilibrio quasi perfetto, anche se, per effetto della rifrazione atmosferica e del modo in cui vengono calcolati alba e tramonto, la durata della luce non coincide esattamente con quella dell’oscurità. Ma forse i numeri non bastano a raccontare l’equinozio. Perché l’autunno, prima ancora di essere una stagione, è una sensazione. È la luce che cambia, il giorno che lentamente si accorcia, l’aria che diventa diversa. È il momento in cui la natura sembra ricordarci che nulla rimane immobile. «Settembre, andiamo. È tempo di migrare», scrive Gabriele D’Annunzio ne I pastori, componimento di Alcyone. Poche parole che sembrano contenere il significato stesso di questa stagione: partire, lasciare qualcosa alle proprie spalle, attraversare una soglia. I pastori abruzzesi abbandonano gli stazzi e scendono verso il mare seguendo gli antichi tratturi. È un viaggio reale, quello della transumanza, ma nella poesia diventa anche nostalgia, memoria, appartenenza. L’autunno comincia con un movimento. Molto prima dei poeti, però, furono i miti a cercare di spiegare questo misterioso alternarsi della luce e dell’ombra. Nella mitologia greca il ritmo delle stagioni trova una delle sue rappresentazioni più suggestive nella storia di Demetra e Persefone. Persefone, figlia di Demetra, dea della terra fertile e delle messi, viene rapita da Ade e condotta nel regno dei morti. La madre la cerca disperatamente e, travolta dal dolore, abbandona la terra al proprio destino. I campi diventano sterili, le piante smettono di crescere, la natura perde la sua forza. Zeus deve intervenire. Ma Persefone ha mangiato nel mondo sotterraneo i chicchi del melograno e il suo ritorno non potrà essere definitivo. Trascorrerà una parte dell’anno con la madre e una parte nel regno di Ade. Quando Persefone ritorna, Demetra gioisce e la terra rifiorisce. Quando la figlia deve nuovamente allontanarsi, la natura si spegne. L’autunno diventa così il tempo della separazione. Ma non della morte definitiva. Persefone tornerà. Sotto una terra apparentemente immobile qualcosa continua ad aspettare. È forse questa doppia anima – fine e promessa, malinconia e rinascita – che ha reso l’autunno una delle stagioni più amate dalla letteratura. Giosuè Carducci, in San Martino, ci consegna un paesaggio fatto di nebbia, vento e mare agitato, mentre nei borghi il vino nuovo ribolle e porta allegria. Fuori la natura annuncia l’inverno, dentro continua la vita. È ancora una volta il contrasto tra ombra e luce. Più inquieto è l’autunno di Giovanni Pascoli. In Novembre il cielo limpido e il sole luminoso sembrano quasi annunciare una primavera fuori stagione. È soltanto un’illusione: gli alberi sono spogli, la natura è silenziosa. Pascoli la definisce con un’immagine diventata celebre, «l’estate, fredda, dei morti». La luce esiste ancora, ma porta già con sé la consapevolezza della fine. E poi c’è Giuseppe Ungaretti. In Soldati bastano pochissimi versi e una foglia autunnale per raccontare la precarietà dell’esistenza. I soldati al fronte stanno «come d’autunno sugli alberi le foglie». La foglia può staccarsi in qualsiasi momento. Così può interrompersi una vita. L’autunno non è più soltanto un paesaggio: diventa condizione umana. Nella poesia inglese John Keats, con To Autumn, offre invece uno sguardo diverso. L’autunno è maturità, abbondanza, frutti giunti a compimento. Prima del silenzio dell’inverno esiste un ultimo momento di pienezza. Non è soltanto la stagione di ciò che finisce, ma anche quella di ciò che è finalmente maturo. Ed è forse questo che ancora oggi ci affascina dell’equinozio. Sappiamo spiegarlo con l’astronomia, conosciamo il movimento della Terra e del Sole, possiamo stabilirne l’istante con precisione. Eppure continuiamo ad aver bisogno delle storie. Così, mentre nella notte tra il 22 e il 23 settembre la Terra attraverserà ancora una volta questa invisibile soglia astronomica, Persefone tornerà idealmente verso il regno di Ade, i pastori di D’Annunzio riprenderanno il loro antico cammino e le foglie di Ungaretti torneranno a ricordarci quanto sia fragile la nostra permanenza. L’equinozio d’autunno è una soglia tra luce e ombra. Ma soprattutto ci ricorda una cosa che gli antichi avevano compreso molto prima di noi: ogni stagione che finisce contiene già, invisibile, l’inizio della successiva.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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