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Negozi barricati per paura dei saccheggi. Ma siamo ancora al sicuro a casa nostra?

Con parere dell'esperto Avv. Prof. Miccoli

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Siamo arrivati anche a questo. Negozi che si barricano, vetrine coperte con pannelli di legno, commercianti che scelgono di non aprire per paura di essere saccheggiati. Non stiamo parlando di una città in guerra, ma di Milano, nel cuore di un Paese che dovrebbe garantire ai propri cittadini sicurezza, libertà e tranquillità. Le notizie del 23 ottobre raccontano una città che si prepara al fine settimana del 24 e 25 ottobre con apprensione. Dopo i saccheggi e le devastazioni dei giorni precedenti, alcuni commercianti hanno deciso di proteggere le proprie attività. Altri hanno preferito chiudere. C’è persino chi ha sospeso gli appuntamenti con i clienti, temendo che la situazione possa nuovamente degenerare. E allora viene spontaneo chiedersi: ma ci rendiamo conto di quanto sia terrificante tutto questo? Quando un commerciante deve decidere se aprire il proprio negozio o barricarlo, non siamo più soltanto davanti a un problema di ordine pubblico. Siamo davanti a una ferita nel rapporto di fiducia tra il cittadino e la società in cui vive. Un negozio non è soltanto una vetrina. È lavoro, sacrificio, investimento, responsabilità. Dietro una saracinesca abbassata per paura ci sono persone che hanno il diritto di guadagnarsi da vivere senza temere che qualcuno possa distruggere in pochi minuti ciò che hanno costruito in anni. E dietro quelle vetrine protette ci sono anche lavoratori, commessi, famiglie. Persone che dovrebbero preoccuparsi di svolgere il proprio lavoro, non di trovare una via di fuga in caso di violenze. Ma c’è qualcosa di ancora più inquietante: il rischio di abituarci. Ci abituiamo alle immagini delle devastazioni, ai racconti degli scontri, alle strade presidiate, alle vetrine infrante. Ci abituiamo persino all’idea che, in determinate giornate, sia meglio non uscire, non frequentare alcune zone, rinunciare a una passeggiata o a un pomeriggio di acquisti. Eppure, ogni volta che rinunciamo a qualcosa per paura, perdiamo un piccolo pezzo della nostra libertà. La libertà di manifestare è un diritto fondamentale, che deve essere tutelato. Ma manifestare non significa devastare, protestare non significa saccheggiare e nessuna rivendicazione può giustificare la violenza contro persone e attività commerciali. Confondere il diritto al dissenso con gli atti criminali significa danneggiare anche chi protesta pacificamente. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha invitato i commercianti a non chiudere, per evitare che si diffonda il panico. Un invito comprensibile, ma che apre un’altra riflessione: possiamo chiedere a chi ha paura di comportarsi come se quella paura non esistesse? La sicurezza non può essere soltanto una raccomandazione alla calma. Deve essere una condizione concreta, garantita attraverso prevenzione, presenza delle istituzioni e rispetto delle regole. E soprattutto non dovrebbe diventare responsabilità esclusiva di chi rischia di subire la violenza. Oggi sono i negozi a proteggersi con pannelli di legno. E domani? Dovremo barricare anche le nostre abitazioni? Dovremo vivere con il timore di uscire di casa? Dovremo insegnare ai nostri figli che certe strade, in certi giorni, è meglio evitarle? Non significa che le nostre case siano oggi minacciate. Significa però che la paura, quando entra nella quotidianità, finisce per mettere in discussione anche quelle certezze che abbiamo sempre considerato intoccabili. E qui emerge un altro interrogativo, forse ancora più importante: quale società stiamo consegnando alle nuove generazioni? Una società nella quale la forza sembra talvolta sostituirsi al confronto, la distruzione al dialogo e la prepotenza al rispetto? Una società nella quale chi lavora deve difendersi da chi decide di violare le regole? La sicurezza non si costruisce soltanto aumentando i controlli. Si costruisce anche attraverso l’educazione, la responsabilità individuale, il rispetto degli altri e la certezza che ogni comportamento abbia delle conseguenze. Una comunità civile non può accettare che la paura diventi un’abitudine e che la violenza venga considerata un inevitabile prezzo da pagare. Non dobbiamo alimentare il panico, ma nemmeno minimizzare ciò che sta accadendo. Perché tra l’allarmismo e l’indifferenza esiste una strada fatta di consapevolezza, responsabilità e richieste legittime di sicurezza. Una città non dovrebbe prepararsi al fine settimana come se dovesse affrontare un assedio. Un commerciante non dovrebbe scegliere tra lavorare e proteggersi. Un cittadino non dovrebbe domandarsi se uscire sia diventato un rischio. E allora torniamo alla domanda iniziale, quella che forse racchiude tutta l’inquietudine di questi giorni. Ma siamo ancora al sicuro a casa nostra? Forse il fatto stesso che siamo arrivati a porci questa domanda dovrebbe farci riflettere. Perché una società davvero libera non è quella in cui impariamo a convivere con la paura, ma quella in cui possiamo vivere senza doverci continuamente difendere da essa.

Il parere dell’esperto – Avv. Prof. Michele Miccoli:

Sul rapporto tra diritto di manifestare, violenza e responsabilità civile e sociale interviene l’avvocato e professor Michele Miccoli, che propone una riflessione sulla necessità di distinguere la legittima espressione del dissenso dagli episodi di violenza che rischiano di comprometterne il significato.

La protesta non può diventare violenza: condanna degli eccessi in piazza.

Sfondo creato con IA. Ritaglio foto del Prof. Avv. Michele Miccoli

La violenza non è mai un linguaggio della libertà: è la sua negazione. Quando una manifestazione degenera in aggressioni, devastazioni e intimidazioni, la legittima espressione del dissenso viene oscurata da gesti che non persuadono, non costruiscono e, soprattutto, non risolvono. Trasformano la piazza in un luogo di paura e sottraggono spazio proprio a quelle ragioni che avrebbero dovuto trovare ascolto. La storia, con la severa eloquenza dei suoi insegnamenti, mostra quanto tenacemente la violenza generi altra violenza. Alla sopraffazione seguono il rancore e la ritorsione; alle ferite, nuove fratture. Si alimenta così una spirale che impoverisce la convivenza civile e allontana, anziché avvicinare, la possibilità di un cambiamento autentico. Nessuna causa, per quanto sentita o urgente, può essere rafforzata dalla brutalità: quando la forza prende il posto delle idee, il messaggio si smarrisce e resta soltanto il danno. Il dialogo pacifico, al contrario, è una strada esigente. Può essere lento, faticoso, talvolta persino frustrante: richiede ascolto, misura, pazienza e la disponibilità a riconoscere nell’interlocutore non un nemico da abbattere, ma una persona con cui confrontarsi. Eppure è proprio questa fatica a renderlo fecondo. Solo attraverso il confronto, la ricerca di punti d’incontro e il rispetto delle differenze si possono ricomporre le fratture, avviare una ricostruzione e dare forma a un rinnovamento che non sia effimero. Una manifestazione dovrebbe essere, prima di tutto, uno spazio di partecipazione e di parola: il luogo in cui le idee si espongono, si misurano e cercano ascolto. Non può diventare il pretesto per veicolare messaggi estranei alla rivendicazione dichiarata, né il paravento dietro cui legittimare intimidazioni e violenze. Quando accade, non si difende una causa: la si compromette. Per questo il dialogo pacifico non è una cornice accessoria, ma il fondamento stesso di ogni autentica trasformazione. Rifiutare la violenza non significa rinunciare al dissenso; significa custodirne la dignità e la forza. Perché una società si rinnova davvero non quando qualcuno impone la propria voce con la prepotenza, ma quando le voci, anche discordi, trovano il coraggio e lo spazio per parlarsi.

 

L’immagine impostata in evidenza è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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