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Juve da più di 50 anni nel cuore del Prof. Luigi Pasini

di Tiziana Mazzaglia
di Tiziana Mazzaglia
Buongiorno, sono Tiziana Mazzaglia di Le Canoe del Web. Oggi mi sono collegata con il professor Luigi Pasini per la rubrica dedicata allo sport, per parlare di una squadra a lui molto cara, che segue da tanti anni. Ci racconterà come nasce l’amore per una squadra di calcio, come si sviluppa questa passione e che cosa lo ha spinto a realizzare. Adesso il professor Pasini, che è già in studio, ci parlerà della Juve. Buongiorno, professore.
L.P.: «Buongiorno. La mia fede calcistica nasce molto, molto lontano. Nasce addirittura nel 1971, quindi all’età di nove anni. Seguo la Juve da 55 anni, quando il calcio era ancora molto a dimensione umana e la realtà era profondamente diversa rispetto a oggi. Come nasce la passione verso una squadra? Nel mio caso è stata merito dei miei cugini, juventini fino al midollo, che già all’età di cinque anni hanno cominciato a indirizzarmi verso la Juve. Ma soprattutto bisogna considerare che un bambino normalmente si affeziona a chi vince. Il 1971 è stato l’inizio di un’epopea della Juve, la prima di tante, che è durata fino al 1986, periodo nel quale, in quindici anni, ha vinto nove scudetti, varie coppe e molti altri trofei. Quindi il bambino normalmente si avvicina alla squadra che vince. C’è però da dire che la realtà attuale è molto diversa anche solo da quella di trenta o trentacinque anni fa, senza dover necessariamente tornare indietro di cinquant’anni. C’è anche un altro aspetto: i ragazzini di oggi non riescono più a seguire con calma una partita intera, anche quando gioca la loro squadra del cuore. Questo perché una partita presenta inevitabilmente anche momenti di noia. La noia, per i ragazzini di oggi, sembra essere diventata una parola sconosciuta. Di conseguenza, anche il calcio si riduce spesso alla visione degli highlights delle partite, cioè delle sintesi, dei momenti migliori. In questi cinquant’anni il calcio ha dunque vissuto un cambiamento veramente epocale. Adesso è diventato un business. Negli anni Settanta e Ottanta guardare una partita in televisione rappresentava un momento straordinario. Penso alle partite della Nazionale oppure alla domenica pomeriggio, quando si seguivano gli incontri attraverso le radioline, con tutti i campi collegati contemporaneamente nella trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto. Nei primi anni Settanta si aspettavano addirittura soltanto i secondi tempi, quando i giornalisti si informavano dagli altri campi attraverso il telefono, perché non esistevano altri mezzi. Era un’epoca veramente d’oro, nella quale il ragazzino vedeva il calcio come qualcosa di straordinario, qualcosa che faceva sognare. In quell’epoca sono nati anche i film di Fantozzi, che raccontavano situazioni di quel tipo, come il famoso mercoledì di coppa oppure la partita della Nazionale, con quelle scene diventate celebri che rappresentavano perfettamente il clima di allora. Era proprio quel tipo di realtà. Adesso siamo passati a una situazione totalmente opposta, caratterizzata da una sovrabbondanza di partite, incontri praticamente tutti i giorni e calendari sempre più frammentati. Lo vedo anche a scuola con i ragazzi. Io insegno a studenti che hanno già diciassette, diciotto o diciannove anni. Fino a quindici o vent’anni fa i giovani si interessavano al calcio in maniera importante. Adesso gli unici strumenti attraverso i quali il mondo del calcio riesce ancora ad attirare molti ragazzi sono il fantacalcio e le scommesse. Il fantacalcio li porta a guardare anche un Empoli-Udinese del lunedì sera, una partita della quale magari non avrebbero alcun interesse, semplicemente perché in campo ci sono due giocatori che hanno acquistato per la propria squadra virtuale. Il fantacalcio è un gioco nato anni fa e diffuso anche attraverso la Gazzetta dello Sport, nel quale ognuno costruisce la propria squadra e, in base ai gol segnati dai giocatori, alle parate dei portieri, ai rigori e alle varie prestazioni, partecipa a una sorta di campionato virtuale. Ormai siamo arrivati a questo punto, perché tutte le sere ci sono partite. Io ritengo che qualunque cosa nella vita, quando diventa eccessivamente disponibile, finisca per perdere gran parte del proprio interesse. La parte più interessante è proprio quella che aspettiamo, quella che non abbiamo continuamente a disposizione, che possiamo vivere soltanto ogni tanto. Allora desideriamo raggiungerla e, quando finalmente ci riusciamo, la apprezziamo davvero. Faccio sempre un esempio: immaginiamo di amare una torta alla crema. Se la mangiassimo una volta all’anno oppure una volta ogni sei mesi, in occasione di un evento particolare, l’apprezzeremmo moltissimo. Ma se cominciassimo a mangiarla mattina, mezzogiorno e sera, tutti i giorni, alla fine della prima settimana probabilmente la rifiuteremmo. Per quanto riguarda YouTube, il canale sul quale siamo presenti adesso, ne gestisco uno che per il momento è ancora piccolo e si chiama Lo sguardo sul calcio. Lo porto avanti insieme al mio carissimo amico Alessandro Repossi, direttore del settimanale Il Ticino. Abbiamo entrambi 64 anni e ci conosciamo da 58, perché abbiamo frequentato insieme le scuole elementari e siamo sempre rimasti in contatto. Il nostro canale, però, non è un canale di grande richiamo, semplicemente perché mantiene uno stile giornalistico, uno stile pacato. Io ovviamente tratto la Juventus, mentre lui si occupa in modo particolare dell’Inter e del Milan. Utilizziamo sempre toni che difficilmente attirano un pubblico molto vasto, anche perché quello dei canali dedicati al calcio è un settore molto inflazionato. Tantissime persone trattano questi argomenti e soprattutto riscuotono maggiore successo quei giornalisti che godono già di una certa visibilità televisiva. Il mio canale YouTube principale, che adesso ho chiamato Luigi Pasini Official, è invece un canale didattico che si occupa di argomenti molto specifici. Per questo motivo non incontra la stessa concorrenza che caratterizza un argomento generalista come il calcio. Tutti i lunedì sera alle 19 facciamo una diretta dedicata al punto calcistico della settimana, insieme ad Alessandro Repossi. Piano piano, considerando che la pensione non è lontana, ci siamo detti che quando saremo entrambi pensionati incrementeremo ulteriormente questa attività. È comunque una passione che abbiamo coltivato fin da bambini e che abbiamo portato avanti fino a oggi con lo stesso entusiasmo. Ecco, questa è, in sintesi, la mia storia calcistica.»
T.M.: «Volevo anche ricordare che abbiamo già realizzato insieme un’intervista dedicata alla didattica, perché il professore insegna matematica finanziaria all’Istituto Bordoni di Pavia e gestisce anche un sito dedicato alla didattica. Questa è quindi la nostra seconda intervista, ma oggi affrontiamo un argomento completamente diverso. Quindi proseguo con la seconda domanda: insegnando ai ragazzi a scuola, come aveva accennato prima, riesce magari a ritagliarsi uno spazio libero, anche soltanto dieci minuti al termine dell’ora di lezione, oppure, durante le ultime ore, quando gli studenti sono più stanchi, per parlare anche di calcio?»
L.P.: «Dipende dalle classi. Diciamo che, se la classe è interamente femminile, questo tipo di situazione praticamente non si presenta. Se invece la classe è prevalentemente maschile, come accade in una delle mie classi, capita di ritagliarsi questi momenti. Sono occasioni che permettono di comprendere bene come cambiano i costumi, quali sono gli interessi degli studenti e in che modo le nuove generazioni si rapportano a questo prodotto che per noi rappresentava davvero il massimo. Questo accade anche perché noi eravamo abituati ad annoiarci. Oggi si parla tanto di noia, ma il calcio degli anni Settanta e Ottanta era molto più lento rispetto a quello attuale e si giocavano molte meno partite. Per esempio, un campionato di calcio degli anni Settanta prevedeva trenta partite, mentre quello attuale ne prevede trentotto. Alla Coppa dei Campioni accedevano soltanto le squadre che avevano vinto il proprio campionato e per arrivare fino alla finale si disputavano nove partite. Adesso, per arrivare a una finale di Champions League, Europa League o Conference League, si disputano molte più partite. Se poi una squadra deve affrontare anche i turni preliminari, il numero degli incontri aumenta ulteriormente. Anche le rose dei giocatori erano completamente diverse. Negli anni Settanta c’erano gli undici titolari che scendevano in campo con numeri ben definiti, dall’uno all’undici, e poi il portiere di riserva e un giocatore in panchina, il famoso numero tredici. La storia juventina mi porta a ricordare José Altafini, nato nel 1939, brasiliano, ex giocatore del Milan, che arrivò alla Juventus nel 1972, a trentatré anni, un’età considerata avanzata per un calciatore dell’epoca, mentre oggi non sarebbe più così. Altafini non partiva sempre titolare e proprio per questo era nato il famoso slogan «José, salvaci tu!», perché spesso riusciva a recuperare le partite entrando dalla panchina. Ha contribuito anche alla conquista del campionato del 1975, in una stagione caratterizzata da incontri memorabili. Adesso siamo arrivati addirittura alle cinque sostituzioni e si discute della possibilità di aumentarle ulteriormente, portandole a sette nel corso della partita. Praticamente, in questo modo, si potrebbero cambiare gran parte dei giocatori in campo. Normalmente, fino al Covid, le sostituzioni erano tre a partita. Durante la pandemia sono state aumentate a cinque e questa regola non è più stata modificata. Adesso si parla persino di sette sostituzioni, con rose che comprendono almeno venticinque giocatori. Siamo quindi passati da rose molto ridotte a organici di venticinque giocatori, nei quali, per raggiungere livelli straordinari, è necessario avere praticamente due squadre, cioè riserve che siano allo stesso livello dei titolari. Siamo di fronte a realtà completamente diverse. E soprattutto il calcio, che oggi si può vedere comodamente in televisione, è diventato un prodotto piuttosto costoso. Quando le televisioni a pagamento sono entrate nel circuito calcistico, bastava fare un abbonamento. Ricordo che nei primi anni Duemila avevo l’abbonamento a Mediaset Premium, che deteneva i diritti televisivi. Ci si abbonava alla propria squadra di calcio e si vedevano soltanto le sue partite. Adesso, per seguire tutte le partite della propria squadra, è necessario avere diversi abbonamenti, tra Amazon Prime Video, Sky e DAZN. Stiamo parlando, complessivamente, anche di settanta o novanta euro al mese. È diventato un prodotto davvero molto costoso. Il problema è che la corda si sta tirando sempre di più, perché i costi aumentano e i diritti televisivi richiedono investimenti sempre più consistenti. Si parla di centinaia di milioni di euro per ottenere i diritti della Serie A e, allo stesso tempo, assistiamo a una riduzione dell’utenza. È una situazione contraddittoria: i prezzi aumentano, ma proprio a causa dei prezzi elevati molti utenti rinunciano agli abbonamenti. Entra così in gioco anche il fenomeno della pirateria, attraverso il cosiddetto pezzotto. Si tratta di un meccanismo attraverso il quale alcuni soggetti, utilizzando una serie di apparecchiature e server, riescono a distribuire illegalmente i contenuti delle televisioni a pagamento attraverso sistemi IPTV, proponendoli a prezzi molto bassi, anche intorno ai dieci euro al mese. Le persone che acquistano questi servizi illegali riescono così a vedere le partite pagando molto meno rispetto ai canali regolari. Questo genera un danno economico abbastanza consistente. Le televisioni si trovano quindi in una situazione difficile: da una parte aumentano i prezzi, dall’altra si riduce il numero degli utenti. Secondo me questo meccanismo non potrà durare ancora a lungo, se non cambierà radicalmente. Attualmente continua a reggersi soprattutto grazie a persone che hanno più di quarantacinque o cinquant’anni, ancora legate al calcio di una volta, a quella passione che le porta a investire anche somme importanti per seguire la propria squadra. Ma fra vent’anni, quando queste persone saranno molto anziane e i ventenni di oggi saranno diventati quarantenni o quarantacinquenni, questo sistema, se non cambierà, rischierà di entrare definitivamente in crisi. È una riflessione che ci permette anche di tracciare un quadro sociologico attraverso il mondo del calcio.»
T.M.: «Io avrei ancora una domanda. Di solito lo sport dovrebbe essere formativo, dovrebbe insegnare anche a saper perdere, perché chi sa accettare una sconfitta è come se avesse già vinto: riesce a superare il proprio orgoglio e a comprendere che, in un gioco, qualcuno deve necessariamente perdere affinché qualcun altro possa vincere. Lo sport dovrebbe insegnare fin da piccoli la collaborazione, la cooperazione e il rispetto degli altri. Eppure, tra i tifosi, spesso assistiamo a comportamenti molto diversi. Volevo quindi chiederle se, secondo lei, potrebbero esistere delle strategie per rieducare chi va a vedere una partita.»
L.P.: «Assolutamente, anche se nel calcio è molto, molto difficile. Da alcuni anni seguo in maniera piuttosto intensa anche la pallavolo, in particolare la squadra femminile del mio paese, Garlasco, che ha ottenuto la promozione in Serie A3. Nella pallavolo esiste uno spirito totalmente diverso, uno spirito che si avvicina davvero a quello che ha appena descritto. Nel calcio, invece, purtroppo non è così. Si parte in maniera sbagliata già dalle origini. Ho una cugina che allena squadre di bambini tra gli otto, i dieci e i dodici anni, qui nella nostra zona, e il problema nasce spesso proprio dai genitori che vanno a vedere le partite. L’obiettivo non è più far divertire il bambino, ma vincere, vincere a ogni costo, con qualsiasi mezzo, anche fingendo o assumendo comportamenti scorretti nei confronti degli avversari. In questo modo viene trasmessa al bambino una mentalità che poi si porta avanti negli anni. Abbiamo situazioni eclatanti anche in Serie A. È emblematico, per esempio, il caso Bastoni-Kalulu durante un Inter-Juventus, nel quale, secondo la mia interpretazione, il giocatore dell’Inter ha accentuato un contatto traendo in inganno l’arbitro e contribuendo all’espulsione dell’avversario. Quello che colpisce è anche l’esultanza successiva, che può trasmettere l’idea che sia importante raggiungere il proprio obiettivo indipendentemente dai mezzi utilizzati. Se un ragazzino vede il proprio idolo comportarsi così, quale esempio riceve? Impara che bisogna agire in quel modo perché l’importante è raggiungere l’obiettivo, mentre il modo in cui lo si raggiunge passa in secondo piano. Non importa divertirsi, non importa rispettare l’avversario: conta soltanto vincere. Purtroppo, in Italia, spesso assistiamo a situazioni di questo genere. Se guardiamo invece alla realtà spagnola, troviamo un meccanismo completamente diverso. Ci chiediamo perché la Spagna riesca a ottenere risultati importanti e ad avere squadre sempre ai vertici del calcio internazionale. Secondo me una delle ragioni è che la scuola calcistica spagnola è molto più orientata al divertimento e alla formazione dei bambini, che crescono imparando a giocare insieme e sviluppando uno spirito di squadra. Il Barcellona, per esempio, riesce a valorizzare ragazzi di sedici o diciassette anni, come Lamine Yamal, che raggiungono una notorietà mondiale proprio perché cresciuti in una realtà calcistica differente. Quanti giovani italiani vediamo oggi emergere in questo modo? Anni fa accadeva, mentre adesso succede molto meno. Basta guardare le principali squadre italiane, come Inter, Milan e Juventus. L’Inter ha qualche giocatore italiano in più, ma nelle altre squadre la presenza di calciatori stranieri è diventata predominante. Questo contribuisce anche a modificare quella compattezza, quell’unità e quella conoscenza reciproca che un tempo caratterizzavano maggiormente le squadre e permettevano di trasmettere determinati valori. Ormai i giocatori sono diventati professionisti che si muovono all’interno di un mercato internazionale, soprattutto dopo la sentenza Bosman del 1995, che ha cambiato profondamente i rapporti tra calciatori e società. Oggi un giocatore, attraverso il proprio procuratore, sottoscrive con la società un contratto biennale, triennale o quinquennale, a seconda delle situazioni. Se durante il contratto si presenta un’altra opportunità, può avvenire un trasferimento e la società può incassare una determinata cifra. Se invece il contratto arriva alla scadenza, il giocatore può trasferirsi senza che la società riceva un compenso per il cartellino. In questo modo le società non hanno più il potere che avevano negli anni Settanta e Ottanta. Ricordo che nel 1980, quando i giocatori della Juventus andavano dal grande presidente Giampiero Boniperti, che io ho avuto l’onore di conoscere il 12 aprile 1985, si sedevano davanti alla sua scrivania senza alcun procuratore. Boniperti aveva sempre le fotografie delle Juventus vincenti appese alla parete dietro la scrivania. Quando un giocatore chiedeva un aumento di contratto, lui gli ricordava i risultati ottenuti e quelli che avrebbe dovuto ancora raggiungere. Il messaggio era molto semplice: quando avrete raggiunto determinati risultati, potremo pensarci. Altrimenti il contratto è questo, firmate e basta. Questa era la normalità negli anni Ottanta. I giocatori venivano addirittura controllati a casa. Ricordo quella visita alla sede della Juventus, durante la quale conobbi Boniperti, Morini e altri personaggi della società, tra cui l’addetto stampa. Ebbi anche l’occasione di fare alcune fotografie con dei giocatori. All’epoca la società arrivava persino a telefonare a casa la sera per assicurarsi che i calciatori non fossero in giro, che andassero a dormire e mantenessero uno stile di vita regolare. Oggi sarebbero situazioni improponibili, anche perché una squadra può comprendere giocatori di sette o otto nazionalità diverse. Mettere insieme culture, abitudini, stili di vita e tradizioni differenti rende impossibile immaginare un controllo di quel genere. Pensiamo che negli anni Ottanta la Juventus aveva pochissimi dipendenti, mentre oggi parliamo di una struttura composta da centinaia di persone. È sempre una società calcistica, ma è diventata una realtà completamente diversa. Il mondo, in questo mezzo secolo, è cambiato sotto tantissimi aspetti, ma nell’ambito calcistico la trasformazione è stata davvero enorme.»
T.M.: «Io la ringrazio per questa intervista e le do del lei per formalità, anche se siamo colleghi. Ringrazio anche il professor Cesare Caffetti, nostro collega, che ha suggerito questa intervista e che intervisterò nei prossimi giorni per affrontare altre questioni legate al mondo della scuola. Grazie. Quello che abbiamo scoperto oggi è soltanto la punta dell’iceberg, perché il professor Luigi Pasini potrebbe parlare per ore intere e offrire vere e proprie lezioni, non soltanto di sport e di matematica applicata, ma anche di vita.»
L.P.: «Sì, sì, questa è una delle mie passioni, diciamo.»
T.M.: «Ci sarà sicuramente un’altra intervista. Ci sarà anche la terza, ci metteremo d’accordo. Grazie e buona giornata a tutti.»

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