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Milano: una generazione allattata con la violenza!

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Milano, 17 e 18 ottobre 2026. Due giorni che lasciano dietro di sé non soltanto vetrine infrante, negozi saccheggiati, cassonetti incendiati e strade trasformate in campi di battaglia, ma anche un interrogativo inquietante sul futuro della nostra società. Piazza Duomo, simbolo di una città che rappresenta il lavoro, la cultura e la modernità, diventa il teatro di una violenza difficile da comprendere e ancora più difficile da accettare. Ragazzi vestiti di nero, molti con il volto coperto, si muovono tra le strade del centro, lanciano pietre, bottiglie, bombe carta, affrontano le forze dell’ordine e distruggono ciò che incontrano. Non sono soltanto adulti esasperati o manifestanti che rivendicano diritti. Tra loro ci sono adolescenti, minorenni, persino giovanissimi. Ragazzi che dovrebbero avere tra le mani libri, sogni e progetti e che invece impugnano pietre e spranghe. La protesta contro il carovita, nata per esprimere un disagio economico e sociale, viene travolta dalla violenza. E mentre Milano conta i danni, emerge una domanda che dovrebbe attraversare le coscienze di tutti: chi ha educato questi ragazzi e quale società li ha cresciuti? I numeri raccontano una realtà drammatica. Secondo i primi dati diffusi dalle autorità, sabato 17 ottobre a Milano sono state accompagnate in Questura 72 persone, 17 delle quali arrestate, mentre 104 operatori delle forze dell’ordine hanno fatto ricorso alle cure mediche. Il giorno successivo la violenza è tornata nelle strade del centro. Domenica sera il numero delle persone condotte in Questura ha superato quota 200, con una presenza particolarmente elevata di minorenni. Confcommercio ha stimato oltre mezzo milione di euro di danni alle attività commerciali già dopo la prima giornata. Una cifra provvisoria, che non racconta da sola l’intero costo di due giorni di devastazione: alle vetrine distrutte e alle merci sottratte si aggiungono le spese per il ripristino degli spazi pubblici, gli interventi di sicurezza, le attività interrotte e le conseguenze economiche per chi lavora. Ma esiste un danno che nessun bilancio potrà quantificare: quello provocato alla convivenza civile, al rispetto delle istituzioni e al senso di appartenenza a una comunità. La questione più inquietante non riguarda soltanto ciò che è stato distrutto, ma l’età di chi ha partecipato alle violenze. Una parte dei protagonisti appartiene a una generazione che sembra aver imparato troppo presto il linguaggio dell’aggressività e troppo poco quello della responsabilità. Una generazione che, almeno nelle sue espressioni più violente, appare allattata con la violenza. Ma da chi? Da una società che ha trasformato la sopraffazione in spettacolo? Da un mondo digitale nel quale l’insulto diventa intrattenimento, l’umiliazione raccoglie visualizzazioni e l’aggressività può regalare una momentanea notorietà? Oppure da adulti che, nel tentativo di evitare ogni frustrazione ai figli, hanno progressivamente rinunciato a insegnare il valore del limite? Non esiste una risposta semplice e sarebbe sbagliato attribuire a tutti i giovani le responsabilità di una minoranza violenta. Tuttavia, sarebbe altrettanto pericoloso considerare quanto accaduto un episodio isolato, senza interrogarsi sulle condizioni culturali e sociali che possono favorire simili comportamenti. Le statistiche aiutano a comprendere quanto la violenza attraversi, in forme differenti, le relazioni tra adolescenti. Secondo un’indagine Istat condotta nel 2023 e pubblicata nel 2025, il 68,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha dichiarato di aver subito almeno un comportamento offensivo, aggressivo o di esclusione nell’anno precedente. Il 21% ha riferito episodi di bullismo ripetuti più volte al mese, mentre il 7,8% ha subito cyberbullismo con la stessa frequenza. Sono dati che riguardano le vittime, non gli autori delle violenze, e non dimostrano che i giovani siano diventati complessivamente più aggressivi. Mostrano però quanto la prevaricazione sia presente nelle esperienze quotidiane di molti adolescenti. Dietro ogni percentuale si nasconde una storia, una fragilità, un rapporto umano compromesso. Quando l’offesa diventa abituale e la dignità dell’altro perde valore, il problema non riguarda più soltanto il singolo ragazzo, ma la qualità delle relazioni che una società riesce a costruire. Un’altra fotografia, ancora più dolorosa, emerge dalla terza indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti, realizzata per l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Al 31 dicembre 2023 risultavano 113.892 minorenni vittime di maltrattamento tra quelli in carico ai servizi sociali. Nell’87% dei casi il responsabile apparteneva alla cerchia familiare ristretta. La trascuratezza rappresentava il 37% delle forme di maltrattamento rilevate, seguita dalla violenza assistita, pari al 34%. Numeri che non autorizzano a stabilire un collegamento automatico tra infanzia difficile e criminalità giovanile, ma impongono una riflessione: non si può pretendere che il rispetto nasca spontaneamente dove mancano cura, ascolto, esempi coerenti e relazioni educative solide. Un bambino che cresce nella violenza non è destinato a diventare violento, ma ha diritto a essere protetto prima che il dolore comprometta il suo sviluppo. Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet denuncia da tempo l’indebolimento della funzione educativa degli adulti. In un’intervista al Corriere della Sera del novembre 2024, commentando alcuni episodi di violenza giovanile, ha sostenuto che i cambiamenti fossero in corso da anni e che la società non avesse voluto riconoscerli. Il suo ragionamento mette al centro una genitorialità eccessivamente permissiva, nella quale concedere tutto finisce per sostituire l’impegno di educare. Una posizione severa, certamente discutibile nella sua generalizzazione, ma capace di sollevare una questione fondamentale: amare un figlio significa davvero proteggerlo da ogni divieto, da ogni sconfitta, da ogni conseguenza delle proprie azioni? Oppure significa anche insegnargli che esistono regole, responsabilità e confini che non possono essere oltrepassati? La libertà non coincide con l’assenza di limiti. Una libertà senza responsabilità rischia di trasformarsi nella pretesa di poter fare qualsiasi cosa, anche a danno degli altri. La sociologia insegna che il comportamento individuale non nasce nel vuoto. La famiglia, la scuola, il gruppo dei pari, il quartiere, le opportunità economiche e gli ambienti digitali partecipano alla costruzione dell’identità. La rabbia giovanile può alimentarsi attraverso l’esclusione sociale, la percezione di non avere futuro, il desiderio di riconoscimento e l’appartenenza a gruppi nei quali la trasgressione diventa uno strumento per conquistare prestigio. Ma comprendere non significa giustificare. Il disagio non autorizza a distruggere il lavoro altrui, la protesta non legittima il saccheggio e la giovane età non cancella la gravità delle azioni compiute. Bisogna distinguere chi manifesta pacificamente per rivendicare un diritto da chi approfitta di una manifestazione per aggredire, intimidire e devastare. Confondere queste due realtà significherebbe tradire tanto il diritto alla protesta quanto il principio di responsabilità. È forse proprio qui che bisogna cercare una parte della risposta. Abbiamo moltiplicato gli strumenti di comunicazione, ma non sempre siamo riusciti a costruire il dialogo. Abbiamo consegnato ai ragazzi dispositivi capaci di collegarli al mondo intero, senza accompagnarli adeguatamente nella comprensione di ciò che vedono. Abbiamo spesso confuso il rispetto della loro personalità con la rinuncia a orientarli. E intanto la scuola, chiamata a educare oltre che a istruire, si trova frequentemente a fronteggiare problemi che nessuna istituzione educativa può risolvere da sola. Milano, dunque, non è soltanto la storia di un centro cittadino devastato. È anche lo specchio nel quale una società dovrebbe avere il coraggio di guardarsi. Dietro quei cappucci ci sono responsabilità individuali che devono essere accertate e sanzionate secondo la legge. Ma dietro quelle responsabilità esiste anche una domanda collettiva che non possiamo continuare a rimandare. Quale esempio offriamo ai ragazzi quando la violenza verbale attraversa quotidianamente il dibattito pubblico, quando l’arroganza viene scambiata per forza e quando il rispetto sembra una virtù superata? Come possiamo chiedere agli adolescenti di riconoscere l’autorità delle regole se noi adulti siamo i primi a svuotarle di significato? La città riparerà le sue vetrine, sostituirà gli arredi distrutti, ripulirà le strade e presenterà il conto dei danni. Più difficile sarà riparare ciò che non si vede. Perché il vero problema non è soltanto quanto costerà ricostruire ciò che è stato distrutto, ma quanto costerà alla società continuare a crescere ragazzi senza consegnare loro gli strumenti per distinguere la libertà dalla prepotenza, il coraggio dalla violenza, la protesta dalla distruzione. Non abbiamo bisogno di condannare un’intera generazione, nella quale esistono milioni di giovani responsabili, impegnati e capaci di solidarietà. Abbiamo bisogno di riconoscere che educare è un dovere collettivo e che nessuna società può permettersi di abdicare a questo compito. Forse la domanda più dolorosa non è perché alcuni ragazzi abbiano distrutto Milano, ma che cosa abbiamo smesso di costruire dentro di loro. Perché le vetrine si possono sostituire, le strade si possono ripulire, i muri si possono ricostruire. Ma una generazione lasciata crescere senza rispetto, responsabilità e coscienza del valore degli altri rappresenta una ferita molto più profonda. E quella ferita, se ignorata, rischia di diventare l’eredità che consegneremo alla società di domani.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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