di Tiziana Mazzaglia
C’era un tempo in cui per entrare in un altro mondo non servivano uno smartphone, una connessione a Internet o una piattaforma con centinaia di titoli tra cui scegliere. Bastava accendere la televisione. E per tanti bambini cresciuti negli anni Ottanta, a un certo punto dello schermo compariva un bosco, e nascosto tra gli alberi c’era un piccolo villaggio fatto di casette a forma di fungo. Lì vivevano strani esserini blu, tutti apparentemente simili eppure profondamente diversi l’uno dall’altro: erano i Puffi. Per una generazione non furono semplicemente i protagonisti di un cartone animato. Furono compagni di pomeriggi, presenze familiari, personaggi che entravano nelle case con una naturalezza che oggi può sembrare difficile da comprendere. Eppure la loro storia era cominciata molto prima. I Puffi nacquero nel 1958 dalla fantasia del fumettista belga Pierre Culliford, conosciuto come Peyo, comparendo inizialmente nelle avventure di Johan e Pirlouit. Ma fu soprattutto la serie animata prodotta dalla Hanna-Barbera a partire dal 1981 a trasformarli in un fenomeno internazionale e a consegnarli all’immaginario dei bambini di quegli anni. In Italia il loro successo divenne enorme. C’erano le sigle, i pupazzi, gli album, le figurine, i giocattoli, i quaderni e tutti quegli oggetti che allora contribuivano a trasformare un personaggio televisivo in una presenza quotidiana. Ma soprattutto c’erano loro. Grande Puffo, con la barba bianca e il cappello rosso, rappresentava la saggezza e l’esperienza. Puffetta portava nel villaggio
una presenza immediatamente riconoscibile. Quattrocchi sapeva sempre tutto, o almeno era convinto di saperlo. Tontolone inciampava, sbagliava e combinava guai. Brontolone dichiarava di odiare praticamente qualsiasi cosa. Golosone non riusciva a resistere al cibo. Inventore cercava una soluzione a ogni problema. Ognuno possedeva un carattere preciso, quasi esasperato, e forse proprio per questo era facile riconoscersi almeno un po’ in qualcuno di loro. Poi c’era Gargamella. Viveva fuori dal villaggio insieme al gatto Birba e inseguiva instancabilmente quelle piccole creature blu senza riuscire quasi mai a raggiungere definitivamente il suo scopo. Per un bambino era il cattivo, quello da cui bisognava scappare, ma le sue sconfitte continue finivano per renderlo anche buffo, quasi familiare. Ogni episodio riportava lo spettatore dentro un mondo nel quale esistevano il pericolo, l’invidia, la gelosia, l’errore e la paura, ma nel quale alla fine il gruppo riusciva quasi sempre a ricomporsi. Ed è forse qui che, riguardandoli da adulti, i Puffi mostrano qualcosa che da bambini non potevamo ancora comprendere. Quel villaggio raccontava una piccola comunità. Nessun Puffo era completamente autosufficiente. C’era chi costruiva, chi inventava, chi cucinava, chi guidava, chi sbagliava e chi interveniva per aiutare. Le differenze non impedivano di appartenere allo stesso gruppo. Anzi, erano proprio quelle differenze a dare un’identità al villaggio. Dietro la semplicità di una storia destinata ai più piccoli passava così un messaggio elementare e potente: si può essere diversi e continuare a vivere insieme. Si può litigare e poi ritrovarsi. Si può sbagliare senza essere esclusi. E quando arriva Gargamella, da soli si è più fragili, mentre insieme si può trovare una soluzione. Forse negli anni Ottanta nessuno di noi si sedeva davanti alla televisione pensando di ricevere una lezione sulla convivenza o sulla solidarietà. Volevamo semplicemente sapere che cosa sarebbe successo ai Puffi. Io ricordo ancora quel momento preciso: mi capitava di sentire la sigla da lontano e correvo davanti alla televisione. Stava cominciando una nuova puntata e non volevo perderla. Per me significava entrare ancora una volta nel loro villaggio, scoprire una nuova avventura, aspettare una nuova vittoria. E forse è proprio il modo in cui vincevano ad essermi rimasto dentro. I Puffi non erano eroi nel senso tradizionale del termine. Non erano grandi, invincibili o dotati di una forza straordinaria. Al contrario, erano piccoli, apparentemente indifesi e vulnerabili di fronte a un mondo molto più grande di loro. Eppure riuscivano a cavarsela. Lo facevano perché cooperavano, collaboravano, si aiutavano. Ognuno metteva a
disposizione degli altri quello che sapeva fare e persino le debolezze del singolo potevano essere compensate dalla presenza del gruppo. Era una vera unione che diventava forza. Da bambina probabilmente non avrei saputo esprimerlo con queste parole, ma oggi credo che fosse proprio questo uno dei messaggi più belli di quelle storie: non occorre essere invincibili per vincere. A volte la forza non appartiene al più grande o al più potente, ma nasce dalla capacità di non lasciare solo nessuno. Ed era proprio questa la forza di quei cartoni: insegnavano qualcosa senza dichiarare continuamente di voler insegnare. C’era poi un altro elemento che appartiene alla memoria di quella generazione: l’attesa. I cartoni avevano un orario. Se perdevi una puntata, spesso l’avevi persa davvero. Non esisteva il tasto per ricominciare dall’inizio, non c’era un catalogo infinito disponibile in qualsiasi momento della giornata. Il desiderio nasceva anche dal limite. Si aspettava la sigla, ci si sedeva davanti alla televisione e per qualche minuto tutto il resto poteva rimanere fuori. Nel mio caso quella sigla era addirittura un richiamo: bastavano poche note sentite da un’altra stanza perché lasciassi quello che stavo facendo e corressi verso la televisione. Non sceglievo quando vedere i Puffi: erano loro, in un certo senso, a darmi appuntamento. Ed è forse anche per questo che certi ricordi sono rimasti così nitidi. Non avevamo tutto, sempre e immediatamente. Avevamo appuntamenti. E gli appuntamenti diventavano piccoli rituali. Naturalmente non bisogna trasformare gli anni Ottanta in un’infanzia perfetta che probabilmente non è mai esistita. Ogni epoca ha avuto le proprie difficoltà e ogni generazione tende a guardare con tenerezza il mondo nel quale è cresciuta. Ma è difficile negare che il rapporto con l’intrattenimento fosse profondamente diverso. Oggi un bambino può avere accesso in pochi secondi a una quantità di contenuti che allora sarebbe stata inimmaginabile. Può scegliere, interrompere, saltare, ricominciare, cambiare video dopo pochi istanti. Noi aspettavamo. E forse proprio quell’attesa lasciava più spazio all’immaginazione. Una casetta a forma di fungo poteva continuare a esistere anche dopo che il televisore era stato spento. Il villaggio dei Puffi entrava nei giochi, nei disegni, nelle figurine scambiate con gli amici e nelle fantasie costruite durante il pomeriggio. A distanza di decenni quei piccoli personaggi blu non sono scomparsi. Sono passati attraverso nuove serie, film, videogiochi e generazioni di bambini che li hanno conosciuti in forme completamente diverse. Ma per chi li incontrò negli anni Ottanta conservano qualcosa che nessun remake può riprodurre completamente, perché non appartiene al personaggio ma alla persona che lo ricorda. Basta rivedere un’immagine, una casetta nel bosco, il cappello rosso di Grande Puffo o la sagoma di Gargamella accompagnato da Birba perché, per qualche secondo, insieme ai Puffi torni anche il bambino che eravamo. Io, forse, torno ancora per un istante quella bambina che sente una sigla provenire da lontano e corre perché una nuova avventura sta per cominciare. E oggi comprendo qualcosa che allora semplicemente vivevo: quei piccoli esseri blu, così fragili davanti a un mondo enorme, mi raccontavano che essere piccoli non significa necessariamente essere deboli. Perché quando si coopera, quando ci si aiuta, quando ciascuno porta nel gruppo ciò che è e ciò che sa fare, la vulnerabilità può trasformarsi in forza. Ed è forse questo il segreto dei veri miti dell’infanzia. Non rimangono soltanto nella memoria: diventano piccole porte. Le apriamo da adulti e dall’altra parte troviamo una stanza, una televisione accesa, un pomeriggio che sembrava lunghissimo e un tempo nel quale bastava davvero un piccolo villaggio nascosto nel bosco per credere che, insieme, persino i più piccoli potessero diventare grandi.
Le immagini allegate sono foto della mia collezione personale.

