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Ottantun anni dopo Hiroshima, perché abbiamo ancora paura della bomba atomica?

di Tiziana Mazzaglia

di Tiziana Mazzaglia

Il 6 agosto 1945, alle 8.15 del mattino, Hiroshima smise di essere una città come tutte le altre. Una sola bomba, esplosa a circa seicento metri dal suolo, trasformò in pochi istanti strade, case e vite in un paesaggio di distruzione. La città di Hiroshima stima che entro la fine di quell’anno fossero morte circa 140.000 persone, anche se il numero esatto non potrà probabilmente mai essere conosciuto. Sono passati ottantun anni, generazioni intere sono nate senza avere conosciuto direttamente quella guerra, eppure la parola “atomica” continua a provocare una paura diversa da tutte le altre. Non appartiene soltanto ai libri di storia. È rimasta nel nostro presente. Il 26 settembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione Totale delle Armi Nucleari istituita dalle Nazioni Unite, serve proprio a ricordarlo: l’obiettivo della ricorrenza è aumentare la consapevolezza sui rischi delle armi nucleari e rilanciare gli sforzi internazionali per il disarmo. I numeri spiegano perché il timore non sia soltanto memoria. Secondo il SIPRI, nel gennaio 2026 nel mondo esistevano circa 12.187 testate nucleari. Di queste, circa 9.745 facevano parte di arsenali militari potenzialmente utilizzabili e 4.012 erano già dispiegate su missili o presso basi con forze operative. Tra 2.100 e 2.200 testate risultavano mantenute in uno stato di elevata prontezza operativa. Stati Uniti e Russia insieme possiedono ancora circa l’83 per cento delle testate presenti negli arsenali militari mondiali. Ma il dato forse più inquietante non riguarda soltanto quante bombe esistono. Riguarda ciò che sta accadendo intorno a esse. Il SIPRI segnala che tutti e nove gli Stati dotati di armi nucleari – Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele – hanno continuato nel 2025 programmi di modernizzazione dei propri arsenali e, nella maggior parte dei casi, introdotto nuovi sistemi nucleari o capaci di trasportare ordigni nucleari. L’Istituto osserva inoltre che il deterioramento dei meccanismi di controllo degli armamenti, le tensioni geopolitiche e lo sviluppo di nuove tecnologie stanno aumentando il rischio di errori di valutazione e di escalation. È questo che rende Hiroshima ancora così vicina: non soltanto ciò che accadde, ma ciò che potrebbe accadere di nuovo. Una bomba nucleare non produce semplicemente un’esplosione più potente. Porta con sé l’onda d’urto, il calore, gli incendi e soprattutto le radiazioni, i cui effetti possono continuare per anni e attraversare le generazioni. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha sottolineato che le armi nucleari si distinguono per la loro capacità distruttiva e per effetti difficili da circoscrivere nello spazio e nel tempo. E dietro i calcoli militari restano le persone. Gli hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche, hanno trasformato la propria esperienza in una testimonianza consegnata al futuro. La città di Hiroshima riassume il loro messaggio in poche parole: “Nessun altro dovrebbe soffrire come noi.” Il 26 settembre non è quindi soltanto una data dedicata al disarmo. È una domanda rivolta al presente: quanto abbiamo davvero imparato da Hiroshima? Nel suo messaggio per la ricorrenza del 2026, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha definito la minaccia di una catastrofe nucleare “immediata e crescente”, richiamando l’attenzione sulle tensioni internazionali, sulla modernizzazione degli arsenali e sulle difficoltà incontrate dai negoziati multilaterali per il disarmo. Forse è proprio questa la ragione per cui, ottantun anni dopo, abbiamo ancora paura della bomba atomica: perché Hiroshima è passato e memoria, ma l’arma nucleare è ancora presente. E finché migliaia di testate continueranno a esistere, quella paura non sarà soltanto il ricordo di ciò che l’umanità ha già fatto, ma anche la consapevolezza di ciò che, ancora oggi, sarebbe capace di fare.

L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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