di Tiziana Mazzaglia
La pace non comincia necessariamente attorno a un tavolo diplomatico. A volte comincia davanti alla porta di una classe, quando due ragazzi hanno appena litigato. Comincia in una chat, quando qualcuno decide se aggiungere un insulto o fermarsi. Comincia nel momento in cui un adolescente viene escluso dal gruppo e un compagno deve scegliere se voltarsi dall’altra parte. E comincia anche a casa, quando un figlio torna arrabbiato e un adulto può insegnargli che difendersi non significa necessariamente colpire. Il 21 settembre, Giornata Internazionale della Pace, diventa allora l’occasione per porre una domanda meno solenne ma forse più difficile: la pace si può imparare? E, soprattutto, chi dovrebbe insegnarla ai ragazzi? I numeri raccontano quanto questa domanda riguardi la vita quotidiana degli adolescenti. Secondo l’indagine Istat sui ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, riferita al 2023 e pubblicata nel 2025, il 68,5% dichiara di avere subìto almeno una volta nell’anno un comportamento offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online oppure offline. Per il 21% questi episodi si sono ripetuti più volte al mese e per circa l’8% almeno una volta alla settimana. Tra gli 11 e i 13 anni la quota di chi subisce episodi con frequenza più che mensile sale al 23,7%. Più della metà, il 55,7%, racconta di essersi sentita almeno una volta offesa o insultata, mentre il 43% ha sperimentato forme di esclusione o emarginazione. E c’è un luogo nel quale il conflitto non finisce quando suona la campanella: lo smartphone. Istat rileva che circa il 34% degli 11-19enni ha subìto nel 2023 qualche comportamento vessatorio online e il 7,8% lo ha vissuto ripetutamente, più volte al mese. Oltre il 90% dei ragazzi della stessa fascia d’età dichiara inoltre di trascorrere almeno un paio d’ore al giorno su Internet. Il fenomeno supera naturalmente i confini italiani. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, analizzando i dati di ragazzi di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni dell’Europa, dell’Asia centrale e del Canada, ha rilevato che il 15% degli adolescenti ha sperimentato cyberbullismo e circa l’11% è stato vittima di bullismo a scuola. Il 12% dichiara invece di aver compiuto atti di cyberbullismo nei confronti di altri. Dietro le percentuali ci sono però situazioni molto semplici: una presa in giro che diventa sistematica, una fotografia condivisa per umiliare, una voce messa in giro, un compagno cancellato dal gruppo WhatsApp, un litigio che viene ripreso con il cellulare anziché interrotto. È qui che parlare di pace smette di essere qualcosa di astratto. Educare alla pace non significa insegnare ai ragazzi a non litigare. Il conflitto appartiene alle relazioni umane. Significa piuttosto insegnare che si può essere arrabbiati senza diventare violenti, che si può dissentire senza umiliare, che si può perdere senza vendicarsi e che persino una frustrazione può essere attraversata senza cercare immediatamente un colpevole. Su questo punto le riflessioni di Paolo Crepet sull’educazione acquistano un significato particolare. Una sua frase, diffusa attraverso il suo profilo social nel maggio 2026, dice: «Educare i nostri figli non significa togliergli fatica e dolore». Crepet aggiunge che oggi tendiamo invece ad «anestetizzarli», quasi volessimo impedire loro di entrare in contatto con le difficoltà. È una riflessione che porta direttamente dentro il tema del conflitto. Perché imparare a vivere con gli altri significa inevitabilmente imparare anche a sopportare un no, un limite, una sconfitta, un’opinione diversa dalla propria. Se ogni ostacolo viene rimosso dagli adulti, quando arriverà il primo ostacolo che nessuno potrà eliminare, con quali strumenti emotivi verrà affrontato? Crepet insiste anche sul valore dell’esempio. In un’intervista al Corriere della Sera, parlando del rapporto tra genitori e figli, ha affermato: «Fare le cose è il vero insegnamento, l’esempio che conta di più». Ed è forse questo uno dei punti più scomodi quando parliamo di educazione alla pace. Possiamo chiedere a un adolescente di usare parole rispettose se ci vede insultare chi la pensa diversamente? Possiamo spiegargli che non deve deridere un compagno e poi trasformare ogni discussione tra adulti in uno scontro? Possiamo chiedergli di posare il telefono durante una conversazione se siamo noi i primi a guardare continuamente lo schermo? In un’altra intervista Crepet ha indicato tra i suoi punti educativi proprio il valore dell’esempio, osservando che se i genitori sono sempre al cellulare è difficile pretendere dai figli un comportamento differente. Nella stessa occasione ha invitato gli adulti a credere nei ragazzi e a «lasciarli sbagliare». La scuola entra in questa storia non come sostituta della famiglia, ma come uno dei primi luoghi nei quali un ragazzo scopre che il mondo non è costruito soltanto intorno a lui. In classe bisogna aspettare il proprio turno, incontrare persone che non si sono scelte, accettare una valutazione, confrontarsi con un’opinione diversa, dividere uno spazio, riconoscere regole comuni. È una palestra quotidiana del conflitto e proprio per questo può diventare una palestra di pace. Ma la scuola da sola non basta. L’OMS, parlando della prevenzione della violenza tra pari, richiama infatti la necessità di interventi che coinvolgano insieme scuola, famiglie e comunità. Forse allora educare alla pace significa smettere di immaginarla soltanto come assenza di guerra. Per un adolescente può voler dire imparare a dire «sono arrabbiato» prima di alzare una mano; riuscire a non condividere un video che umilia un compagno; chiedere scusa senza sentirsi debole; accettare che un amico possa pensarla diversamente; intervenire quando tutti gli altri ridono di qualcuno. Sono gesti piccoli, quasi invisibili. Ma è proprio attraverso questi gesti che si costruisce il modo in cui una generazione imparerà a stare insieme. E forse la domanda del 21 settembre dovrebbe essere rivolta prima agli adulti che ai ragazzi: prima di chiedere ai nostri figli di costruire un mondo più pacifico, siamo sicuri di mostrare loro, ogni giorno, come si fa?
L’immagine allegata è stata creata con L’Intelligenza Artificiale.
