di Tiziana Mazzaglia
Ci sono silenzi che sembrano normali. Una porta della camera che rimane chiusa un po’ più a lungo, un ragazzo che parla meno, un amico che improvvisamente si allontana, una persona che continua a dire che va tutto bene mentre qualcosa, nei suoi gesti, racconta una storia diversa. Non ogni silenzio nasconde un disagio e non esiste un comportamento che, da solo, permetta di conoscere ciò che sta vivendo una persona. Ma forse abbiamo bisogno di imparare nuovamente a fare una cosa semplice e difficile insieme: accorgerci degli altri. Il 10 settembre, Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, non dovrebbe essere soltanto il giorno delle statistiche. Dovrebbe essere soprattutto il giorno delle parole che troppo spesso non riusciamo a pronunciare. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno nel mondo più di 720.000 persone muoiono per suicidio. Dietro ciascuna di quelle vite, ricorda l’OMS, rimangono conseguenze profonde per famiglie, amici, luoghi di lavoro e intere comunità. Il tema scelto per il triennio 2024-2026 è “Changing the Narrative on Suicide”, cambiare la narrazione sul suicidio, accompagnato da un invito altrettanto importante: “Start the Conversation”, iniziare la conversazione. Cambiare la narrazione significa innanzitutto uscire dal silenzio e dallo stigma. Significa smettere di considerare la sofferenza psicologica qualcosa da nascondere, una debolezza di cui vergognarsi o un problema che debba essere necessariamente affrontato da soli. Significa anche creare condizioni nelle quali chiedere aiuto diventi possibile e nelle quali chi sta accanto a una persona in difficoltà sappia ascoltare senza giudicare e indirizzarla verso un sostegno competente. L’OMS sottolinea infatti che la prevenzione non può essere affidata soltanto alle singole persone: servono politiche pubbliche, strategie basate sulle evidenze, servizi accessibili e cure di qualità. È un passaggio importante, soprattutto quando parliamo di giovani. Famiglia e scuola trascorrono con bambini e adolescenti una parte enorme della loro quotidianità, ma nessun genitore e nessun insegnante può essere trasformato in uno psicologo improvvisato. Il loro compito può essere però quello di non banalizzare un cambiamento importante, di non liquidare automaticamente una sofferenza come una fase passeggera, di creare lo spazio perché un ragazzo possa dire “non sto bene” sapendo che quella frase verrà ascoltata. Forse dovremmo anche interrogarci sul linguaggio che utilizziamo ogni giorno. Quante volte diciamo a qualcuno “devi reagire”, “hai tutto”, “alla tua età non puoi avere questi problemi”? Sono frasi pronunciate spesso con l’intenzione di incoraggiare, ma la sofferenza non sempre obbedisce alla logica di chi la osserva dall’esterno. Non possiamo conoscere fino in fondo il peso che un’altra persona sta portando soltanto perché, guardandola, la sua vita ci sembra normale. La prevenzione comincia anche da questa consapevolezza. Non significa vivere nel timore di ogni silenzio, ma costruire relazioni nelle quali sia possibile parlare anche quando ciò che abbiamo da dire è difficile. Perché chiedere “come stai?” è semplice. Restare ad ascoltare davvero la risposta, qualche volta, lo è molto meno.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza artificiale.
