di Tiziana Mazzaglia
Nella Gerusalemme liberata, Clorinda è una delle figure più enigmatiche, seducenti e modernamente perturbanti dell’intera tradizione letteraria italiana. Guerriera pagana, bellissima e inaccessibile, corpo femminile armato e insieme presenza quasi astratta, Clorinda entra nel poema di Torquato Tasso come un’apparizione che destabilizza ogni ordine: quello della guerra, quello dell’amore, quello del genere. Più che un personaggio, è una soglia. Più che una donna, è una forma di alterità che inquieta e attrae, che accende il desiderio ma lo rende impraticabile, che si lascia guardare e tuttavia sfugge, che abita il femminile senza mai piegarsi interamente alla sua rappresentazione convenzionale. È proprio in questa irriducibilità che la sua figura si offre, a una lettura contemporanea, come uno dei luoghi più fertili per interrogare il desiderio non normativo, l’ambiguità erotica e ciò che oggi potremmo definire, con tutte le cautele necessarie, una potenza queer ante litteram. Parlare di un “amore lesbo” di Clorinda in senso stretto sarebbe storicamente improprio: Tasso non costruisce nel poema una relazione omosessuale femminile esplicita, né le attribuisce un desiderio dichiaratamente rivolto alle donne. Eppure sarebbe altrettanto riduttivo leggere Clorinda soltanto come l’oggetto eterosessuale del desiderio maschile, in particolare di Tancredi. Il fascino del personaggio nasce infatti da una tensione più complessa, più sfuggente, quasi scandalosa per il suo tempo: Clorinda è desiderata, ma non si offre; è femminile, ma non è docile; è bella, ma la sua bellezza è schermata dall’armatura, sottratta alla disponibilità dello sguardo, resa più intensa proprio dalla distanza. Tasso la costruisce come un corpo che eccede le categorie. La sua identità non coincide con il modello cortese della donna amata né con quello epico della guerriera semplicemente virilizzata. In lei il femminile non scompare, ma si altera, si rafforza, si complica. Clorinda è insieme oggetto di contemplazione e figura di resistenza, bellezza e minaccia, grazia e forza, e proprio per questo il suo corpo produce un cortocircuito simbolico che supera la semplice dinamica amorosa tra uomo e donna. La sua presenza nel poema genera una forma di desiderio che non si lascia chiudere del tutto nel codice eterosessuale. È una figura che seduce anche perché sottrae il proprio corpo alla leggibilità immediata, perché si muove nello spazio tradizionalmente maschile della guerra senza perdere la densità erotica del femminile, perché costringe chi la guarda — e chi la legge — a fare i conti con un’identità che si offre come ibrida, eccedente, instabile. In questo senso, Clorinda può essere letta come una delle grandi icone della letteratura italiana in cui il desiderio non si dirige semplicemente verso un genere, ma verso una forma di alterità incarnata. Ecco perché la sua figura si presta oggi a una rilettura che intercetta anche l’immaginario lesbico e queer: non perché Tasso scriva un amore saffico nel senso moderno, ma perché costruisce una femminilità armata, autonoma, non conciliata, capace di attrarre proprio in quanto non assimilabile. In una cultura letteraria che spesso ha confinato il femminile nello spazio dell’attesa, della grazia, della mediazione sentimentale, Clorinda rompe la scena. Non ama secondo i codici disponibili, non si consegna al ruolo di amante, non si lascia addomesticare dal desiderio altrui. È, per questo, una figura profondamente sovversiva. La sua bellezza non coincide con la disponibilità erotica; la sua forza non cancella il suo fascino, ma lo rende più perturbante; la sua distanza non è freddezza, ma una forma di sovranità. Se una lettura queer ha senso, allora, essa si annida qui: nella capacità di Clorinda di incarnare un femminile che non si lascia possedere, che non si fa tradurre interamente nel linguaggio dell’amore maschile, che resiste alla cattura simbolica. Persino il celebre rapporto con Tancredi, apparentemente il centro della sua parabola amorosa, è in realtà segnato da un’asimmetria radicale. Tancredi ama, insegue, idealizza, proietta; Clorinda resta invece opaca, quasi inviolabile, più vicina al mistero che alla reciprocità sentimentale. È come se Tasso mettesse in scena non tanto una storia d’amore, quanto il dramma di un desiderio che non riesce a compiersi perché il suo oggetto eccede la forma in cui viene pensato. E in questa eccedenza, in questa impossibilità di ridurre Clorinda a una funzione narrativa rassicurante, si apre la sua modernità. Letta oggi, Clorinda appare come una figura che sfiora il territorio di un’erotica altra: non perché nomini il desiderio lesbico, ma perché lo rende immaginabile nello spazio della mancanza, dell’ambiguità, della tensione non risolta. È un personaggio che ha qualcosa di radicalmente contemporaneo proprio perché non si lascia chiudere. Il suo corpo armato, il suo passo guerriero, il suo rifiuto di farsi semplicemente donna secondo le attese del poema, ne fanno una creatura di confine, e tutte le creature di confine, in letteratura, sono inevitabilmente anche creature del desiderio. In questo senso, Clorinda non è soltanto una guerriera tragica né soltanto una donna amata: è un enigma erotico e simbolico, una figura che anticipa, nella sua opacità, molte domande che oggi rivolgiamo ai testi del passato. Come si costruisce il desiderio quando il genere si complica? Che cosa accade quando la bellezza non è docile? Quale forma assume il femminile quando rifiuta di essere definito dallo sguardo maschile? Sono interrogativi moderni, ma è proprio la grande letteratura a renderli possibili prima ancora che vengano nominati. E Clorinda, in questo senso, è una delle più luminose e irrequiete anticipazioni. Se l’amore lesbico, più che come trama esplicita, lo intendiamo allora come possibilità di leggere il femminile fuori dall’ordine eteronormativo, come apertura verso una sensualità non pacificata e verso un desiderio che non obbedisce ai ruoli imposti, Clorinda diventa una figura preziosa, quasi magnetica. Non una dichiarazione, ma una fenditura. Non un’identità definita, ma una potenza di interpretazione. Ed è forse proprio per questo che continua ad affascinare: perché nella Gerusalemme liberata, tra fede, guerra, eros e morte, Clorinda resta il punto in cui il femminile smette di essere figura decorativa e diventa, finalmente, forza, mistero e libertà.
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