di Tiziana Mazzaglia
Quando il dibattito sulle discariche dei materiali radioattivi si accende, come puntualmente accade ogni volta che la tecnica pretende di posare la sua mano astratta sopra un territorio concreto, il linguaggio pubblico si restringe entro il perimetro asfittico delle procedure: idoneità geologica, criteri di sicurezza, distanze dai centri abitati, livelli di schermatura, compensazioni economiche. È il vocabolario della razionalità amministrativa, necessario ma non sufficiente, perché ogni volta che una comunità insorge contro l’ipotesi di diventare sede di un deposito nucleare non si sta ribellando soltanto a un’opera infrastrutturale, ma a una violazione simbolica. E qui, sorprendentemente ma non arbitrariamente, ritorna Foscolo. Ritorna Dei Sepolcri, ritorna l’Editto di Saint-Cloud, ritorna quel conflitto originario tra la ragione regolatrice dello Stato e la profondità storica, affettiva, civile che i luoghi custodiscono. L’editto napoleonico, nel suo spirito moderno, stabiliva che le sepolture dovessero essere allontanate dall’abitato: fuori dalle mura, lontano dalla prossimità quotidiana dei vivi, sottratte alla promiscuità urbana in nome dell’igiene, dell’ordine, della razionalizzazione dello spazio. Era, in fondo, la traduzione giuridica di una visione che riduceva il morto a un problema da disciplinare e il sepolcro a una questione sanitaria. Foscolo comprese immediatamente che in quella apparente neutralità si consumava invece una mutilazione. Perché il sepolcro, nella sua prospettiva, non è soltanto il luogo in cui un corpo si dissolve, ma il punto in cui una civiltà riconosce se stessa, in cui la memoria privata si eleva a memoria pubblica, in cui il vincolo tra generazioni si fa visibile, in cui persino il lutto acquista una funzione politica. Non è materia da rimuovere: è forma della continuità umana. Il cuore della sua protesta non consiste in un rifiuto oscurantista della modernità, ma nella denuncia di una modernità che, credendosi emancipata dai simboli, finisce per produrre deserti morali. Ora, se si guarda con attenzione, è precisamente lo stesso errore che si ripete nel modo in cui le istituzioni parlano delle scorie radioattive. Anche qui il potere pubblico e gli apparati tecnici assumono come autosufficiente un discorso che, pur fondato scientificamente, si rivela culturalmente monco: i materiali radioattivi esistono, derivano da scelte industriali, mediche, energetiche e militari che la collettività ha compiuto; devono essere confinati, custoditi, monitorati; non possono essere dispersi né occultati in forme improvvisate; e dunque è inevitabile che da qualche parte debbano essere collocati. Tutto questo è vero. Ma non è tutto. Perché la domanda che agita i territori non è soltanto “quanto è sicuro?”, bensì “che cosa significa che venga messo qui?”. Significa che quel luogo, che per chi vi abita è paesaggio, memoria, appartenenza, genealogia, economia morale, viene reinterpretato da un centro decisionale lontano come semplice superficie disponibile. Significa che la terra cessa di essere un tessuto storico e diventa un supporto tecnico. Significa che l’abitare viene subordinato al collocare. E qui il parallelismo con i sepolcri si fa tanto più inquietante quanto più risulta rovesciato. Le tombe, per Foscolo, erano il segno di una pietà che trasforma la morte in durata civile; le scorie radioattive, al contrario, sono il segno di una potenza tecnica che trasforma il progresso in un’eredità tossica. Le une custodiscono nomi, memorie, esempi; le altre custodiscono isotopi, decadimenti, tempi di pericolo che eccedono di gran lunga la durata delle istituzioni che li producono. Le une consentono ai vivi di rivolgersi ai morti; le altre costringono i non ancora nati a fare i conti con i resti avvelenati delle decisioni prese da chi li ha preceduti. Se i sepolcri foscoliani fondano una pedagogia della memoria, le discariche radioattive impongono una pedagogia della colpa. Sono, in un senso radicale, i sepolcri della civiltà tecnologica: non luoghi di venerazione, ma luoghi di sorveglianza; non architetture del ricordo, ma geografie del rischio; non monumenti, ma sedimenti di responsabilità differita. Ed è proprio per questo che ridurre l’opposizione delle comunità a una caricatura di provincialismo, a un riflesso pavloviano di egoismo territoriale, a una semplice sindrome NIMBY, è non solo intellettualmente pigro, ma politicamente indecente. Certo, ogni società matura deve sapersi sottrarre alla superstizione e all’allarmismo, deve affidarsi alla scienza e non al panico, deve riconoscere che il problema dei rifiuti radioattivi non scompare per il solo fatto di non volerlo vedere. Ma una società matura dovrebbe anche sapere che la scienza non coincide con la legittimazione automatica del comando, e che un modello tecnocratico che pretende obbedienza in nome dei dati, senza interrogarsi sul senso storico e simbolico dei luoghi, non è più razionale: è soltanto arrogante. La vera lezione di Foscolo, in questo passaggio, non è una romantica apologia delle tombe, ma la consapevolezza che non esiste amministrazione neutrale dello spazio quando nello spazio abitano memoria, identità e futuro. Il territorio non è una tabula rasa su cui piantare sigilli burocratici; è una stratificazione di vite, di morti, di lavoro, di consuetudini, di rappresentazioni. Ogni volta che lo Stato lo dimentica, ogni volta che parla ai cittadini come se fossero un intralcio da sedare o da compensare economicamente, non sta governando: sta commissariando la democrazia. Per questo il nodo delle discariche radioattive non è soltanto ingegneristico, ma filosofico e politico. Chi decide che cosa debba essere sepolto, e dove? Chi stabilisce quale porzione del paese debba caricarsi sulle spalle un’eredità che è stata prodotta da tutti? Quale giustizia territoriale può dirsi davvero tale, se viene formulata dall’alto e spiegata ex post come una necessità? E soprattutto: quale idea di civiltà è quella che celebra il proprio avanzamento scientifico, ma poi pretende di nascondere i resti più ingombranti del proprio progresso sotto la terra altrui, come se bastasse interrarli per assolverli? In questo senso, le scorie radioattive sono il controcanto oscuro dei sepolcri foscoliani: là dove la tomba nobilitava la memoria e rendeva feconda la continuità, il deposito nucleare rivela una modernità che ha smarrito il nesso tra potenza e responsabilità. E allora il problema non è se costruire o non costruire un deposito, come se la questione potesse esaurirsi in una sterile alternativa tra irrazionalismo e scientismo. Il problema è se una democrazia sia ancora capace di dire la verità intera ai propri cittadini: che certe eredità non si possono evitare, ma proprio per questo non possono essere imposte con il linguaggio asettico dei tecnici e con il paternalismo dei governi. Perché c’è qualcosa di profondamente osceno in uno Stato che si mostra solenne quando inaugura opere, celebra transizioni, invoca innovazione, e poi diventa improvvisamente notarile, freddo, impersonale quando deve stabilire dove sotterrare ciò che il proprio modello di sviluppo ha prodotto di più durevole e di più pericoloso. Alla fine, il punto è tutto qui: i sepolcri, per Foscolo, rendevano umana la morte; le discariche radioattive rischiano di rendere disumana la politica. E un Paese che non sa assumersi pubblicamente il peso dei propri resti, ma si limita a spostarli lontano dagli occhi e a chiamare “procedura” ciò che è in realtà una scelta morale, non è un Paese moderno: è soltanto un Paese vigliacco.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
