di Tiziana Mazzaglia
Siamo la generazione del linguaggio sfrontato, dove la volgarità è diventata una forma di espressione accettata, persino normalizzata. Le parole scurrili, un tempo relegate agli sfoghi privati o a contesti ristretti, oggi affollano le piazze virtuali dei social, le trasmissioni televisive e persino il linguaggio quotidiano. Non è più raro sentire insulti, parolacce, allusioni esplicite pronunciate con leggerezza, persino dai volti noti del piccolo schermo. Cos’è accaduto al pudore verbale? Quali sono le cause di questa deriva espressiva? La prima risposta è culturale. La televisione e i nuovi media hanno abbassato la soglia della censura, in nome della spontaneità, della realtà nuda e cruda, della rottura del politicamente corretto. Si dice tutto, si mostra tutto. Un tempo ci si vergognava di dire certe parole davanti a un genitore, a un professore, a un estraneo. Oggi, invece, la trasgressione verbale è diventata segno di autenticità. Ma c’è anche un elemento più profondo: forse questo linguaggio riflette una rabbia diffusa, una frustrazione generazionale che non trova altro canale di sfogo. In un’epoca dove le emozioni sono represse o mercificate, dove il confronto si fa attraverso schermi e non più nei dialoghi reali, le parole si deformano. E lo fanno per colpire, per farsi sentire, per rompere un silenzio che pesa. La libertà di espressione è un valore fondamentale, ma quando le parole perdono grazia, misura e rispetto, il dialogo si impoverisce. Come scriveva Italo Calvino: «Prendere la vita con leggerezza non significa prenderla superficialmente, ma con grazia». E forse oggi, più che mai, dovremmo re-imparare la grazia anche nel parlare.
