di Tiziana Mazzaglia
Basta un titolo, una mappa colorata di rosso e poche parole per trasformare un’ipotesi in una paura concreta. Nelle ultime ore sui social ha iniziato a circolare con forza la notizia secondo cui la Russia sarebbe pronta ad attaccare Italia, Francia e Spagna con droni lanciati dal mare. Un’immagine che colpisce immediatamente: il Mediterraneo, le coste europee, navi mercantili che potrebbero nascondere droni all’interno di container e, sullo sfondo, il timore che la guerra possa avvicinarsi ancora di più alle nostre case. Ma dietro un titolo così forte è necessario fermarsi e capire che cosa sappiamo davvero. All’origine dell’allarme c’è una ricostruzione pubblicata dal quotidiano spagnolo El Mundo, secondo la quale l’intelligence statunitense avrebbe raccolto informazioni su una possibile escalation russa e le avrebbe condivise con alcuni governi europei. Lo scenario descritto riguarda la possibilità di utilizzare droni trasportati su navi mercantili e successivamente lanciati dal mare verso obiettivi in Francia, Spagna o Italia. Tra i velivoli indicati compare il Gerbera, un drone relativamente leggero, con dimensioni contenute e un’autonomia che gli consentirebbe, almeno teoricamente, di raggiungere obiettivi a centinaia di chilometri di distanza. È proprio quel “teoricamente”, però, a fare la differenza. Perché tra uno scenario preso in considerazione dall’intelligence e un attacco realmente pianificato e imminente esiste una distanza enorme. E al momento quella distanza non può essere cancellata. In Italia il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che l’allarme non trova conferma. Fonti italiane citate dall’ANSA hanno inoltre riferito che il presunto avvertimento non sarebbe arrivato a livello operativo, d’intelligence, diplomatico o militare. Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che l’Italia non ha ricevuto segnalazioni di questo tipo. Dalla Francia è arrivata una posizione analoga: il presidente Emmanuel Macron ha smentito di aver ricevuto dalla CIA l’avvertimento descritto dalla stampa. Questo non significa che l’Europa possa ignorare i rischi legati alla guerra in Ucraina, alle attività di intelligence, agli attacchi informatici o alle forme di guerra ibrida. Significa però che un rischio possibile non può essere raccontato come un fatto già accertato. Ed è forse questo l’aspetto più interessante della vicenda. Oggi una notizia attraversa in pochi minuti giornali, siti e social network. Un condizionale può scomparire nel passaggio da un articolo a un titolo, e un’ipotesi può diventare rapidamente una certezza agli occhi di chi legge. “Possibile attacco” e “Russia pronta ad attaccare” non raccontano la stessa cosa. La prima espressione descrive uno scenario che deve ancora essere verificato; la seconda comunica l’idea di una minaccia definita e imminente. Al momento, 26 settembre 2026, non esiste una conferma pubblica di un piano russo imminente per colpire l’Italia con droni lanciati dal Mediterraneo. Esiste un’indiscrezione giornalistica relativa a un possibile scenario d’intelligence, mentre le autorità italiane hanno dichiarato di non aver ricevuto l’allerta descritta. In tempi di guerra anche le parole hanno un peso. Verificare una notizia non significa sottovalutare un pericolo, così come raccontare con prudenza non significa nasconderlo. Significa semplicemente distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo possa accadere. È una distinzione che può sembrare sottile, ma è proprio lì che passa il confine tra l’informazione e l’allarmismo.
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.
