di Tiziana Mazzaglia
Esistono ferite che non si vedono e che, tuttavia, continuano a parlare anche molti anni dopo. Sono quelle lasciate da un’infanzia senza ascolto, da una carezza mancata, da una presenza attesa invano. Si cresce, si costruisce una vita, si incontrano altre persone, ma a volte proprio davanti a un sentimento sincero riaffiorano paure che sembravano dimenticate. La fiducia diventa difficile, la vicinanza può spaventare e persino l’amore rischia di essere percepito come una minaccia. È un paradosso che invita a interrogarsi non soltanto sulle relazioni tra adulti, ma anche sul ruolo della famiglia e sulle responsabilità educative di chi accompagna i bambini nella crescita. Ho chiesto all’Avv. Prof. Michele Miccoli una sua riflettessione su questo intreccio tra passato, affetti e legami: perché chi ha conosciuto la mancanza d’amore può sentirsi destabilizzato proprio quando incontra qualcuno disposto ad amarlo davvero, e quale responsabilità hanno gli adulti nel costruire la sicurezza emotiva dei figli?
La risposta dell’Avv. Prof. Michele Miccoli:
«Nella quotidianità della mia professione e, in particolare, nell’osservazione sociologica delle relazioni, incontro spesso i segni silenziosi di un’infanzia e di un’adolescenza attraversate da carenze affettive. Talvolta si tratta di assenze, freddezze, parole mai pronunciate; altre volte, purtroppo, di esperienze di trascuratezza e di vera e propria violenza. Ferite diverse per intensità e natura, ma capaci tutte di lasciare tracce profonde nel modo in cui una persona impara a riconoscere l’affetto, a fidarsi e a sentirsi degna d’amore. Chi è cresciuto senza la necessaria sicurezza emotiva può portare con sé, anche da adulto, una sorta di grammatica interiore fatta di diffidenza, allerta e timore dell’abbandono. Così, quando incontra un affetto sincero, non sempre riesce ad accoglierlo con naturalezza. Anzi, proprio ciò che dovrebbe rassicurare può disorientare: la presenza costante appare insolita, la cura suscita sospetto, la gentilezza sembra nascondere un secondo fine. L’amore, anziché essere subito riconosciuto come un luogo sicuro, può diventare una forza che destabilizza. Si parla talvolta di “effetto rebound” per descrivere una reazione di rimbalzo: di fronte a un legame autentico, chi ha conosciuto il dolore può arretrare, opporre resistenza o persino sabotare ciò che desidera. Non necessariamente perché non sappia amare, ma perché ha imparato a proteggersi prima ancora di potersi affidare. La vicinanza espone; la fiducia disarma. E per chi ha dovuto costruire difese molto presto, abbassare la guardia può sembrare più rischioso che restare soli. Non si tratta, naturalmente, di trasformare ogni difficoltà relazionale in una diagnosi, né di ridurre la complessità delle persone a un’unica causa. Ma è importante riconoscere quanto le esperienze precoci possano incidere sulla possibilità di vivere i legami con serenità. Le armature che alcuni adulti indossano non sono sempre segno di freddezza o indifferenza: talvolta sono ripari costruiti per sopravvivere a ciò che, nell’infanzia, nessuno avrebbe dovuto far loro subire. Da qui discende una riflessione inevitabile sulle responsabilità degli adulti. Genitori e figure educative non sono chiamati alla perfezione, ma a una presenza sufficientemente attenta, capace di offrire ascolto, protezione e riconoscimento. Il lavoro, le incombenze e le necessità materiali appartengono alla vita; non possono tuttavia assorbire ogni spazio, lasciando in ombra la dimensione affettiva. Perché nutrire, custodire e accompagnare un figlio significa anche fargli sentire, con gesti quotidiani e parole credibili, che la sua esistenza conta. Oggi sembra che la famiglia, in molti contesti, fatichi a custodire il proprio significato più profondo: non soltanto luogo di convivenza, ma spazio di appartenenza, cura e responsabilità reciproca. Eppure i valori familiari non si trasmettono attraverso proclami solenni. Prendono forma nel tempo dedicato, nell’attenzione alle emozioni, nella capacità di porre limiti senza umiliare e di correggere senza ferire. È in questi gesti, spesso discreti, che un bambino impara se il mondo sia un luogo da temere o una realtà nella quale possa, gradualmente, sentirsi al sicuro. L’amore autentico non può cancellare il passato né imporre la guarigione. Può però offrire un’esperienza diversa: una presenza che non invade, una parola che non minaccia, una vicinanza che non pretende di essere meritata. Chi ama una persona ferita non dovrebbe sentirsi investito del compito di salvarla; può, piuttosto, incontrarla con rispetto e costanza, senza scambiare la sua paura per mancanza di sentimento. E chi ha imparato a difendersi può, con i propri tempi, scoprire che lasciarsi avvicinare non significa rinunciare a sé. Forse l’amore destabilizza proprio perché incrina equilibri costruiti sulla diffidenza. Ma ciò che vacilla non è sempre destinato a crollare: talvolta è una difesa che, per la prima volta, si accorge di non essere più l’unica possibilità. Restituire alla famiglia il suo valore non significa inseguire un modello ideale, bensì ricordare una responsabilità essenziale: nessun impegno professionale, per quanto gravoso, dovrebbe farci dimenticare che la cura ricevuta nell’infanzia può diventare la fiducia con cui, da adulti, impariamo ad amare.»
L’immagine allegata è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

